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Il “Metodo Kominsky” non ha perso le parole

Battute scorticanti, drammi, acciacchi e tristezze. Michael Douglas e Alan Arkin se la passano benissimo

20 Novembre 2019 alle 06:08

Il “Metodo Kominsky” non ha perso le parole

Foto LaPresse

Come se la passano i nostri vecchietti preferiti, Michael Douglas e Alan Arkin nel “Metodo Kominsky”? Verrebbe da dire benissimo, a vederli senza audio nella parte di Sandy, l’ex attore che ha messo su una scuola di recitazione, e del suo amico nonché agente Norman. Strana coppia che a tratti ricorda “I ragazzi irresistibili”, nel film di Herbert Ross tratto dalla commedia firmata Neil Simon. Walter Matthau e George Burns erano due anziani attori di vaudeville, rimessi insieme per uno spettacolo televisivo: litigavano prima e continuano a litigare, e lo faranno anche all’ospizio dove entrambi si ritrovano, uno all’insaputa dell’altro.

 

Con l’audio, e la sceneggiatura di Chuck Lorre (re delle sit-com, coniugali come “Dharma & Greg” o nerdissime come “The Big Bang Theory”, con relativo spin off sul giovane Sheldon) gli adorabili vecchietti stanno meno bene: “Alla nostra età, tutta la vita sociale che resta”. Norman, in particolare, ha pensieri cupi. “Voglio essere come Dickens o Keats”, dice all’amico, che per deformazione professionale traduce “uno scrittore”. Norman: “No, un drogato”.

 

Conversazione difficoltosa perché a entrambi di tanto in tanto mancano le parole, alla Barney Panofsky. Per quanti sforzi facciano, non riescono a ricordare “il tristo mietitore”, nomignolo della morte che va in giro con la falce (già al centro di una gag dei Monty Python: arriva in una casa di campagna, si presenta come Tristo Mietitore, i padroni di casa la scambiano per il nuovo giardiniere). Il catalogo degli acciacchi & tristezze sta per completarsi. Ma Norman incontra Madelyn, una sua fiamma di quasi 50 anni prima, e si avvera la profezia di Dorothy Parker. In sintesi estrema: “Se sei di malumore, se maltratti la gente, se il mondo ti fa schifo e anche tu fai fatica a sopportarti, forse sei sul punto di innamorarti di nuovo”.

 

Fa tutto lei, in verità. Fa tutto Madelyn (l’attrice è Jane Seymour, ex Bond girl in “Agente 007-Vivi e lascia morire”). Lo invita prima a cena – si parlano al cellulare, troppo frastuono nel locale – e poi nella sua casa di Santa Barbara. Norman è preso dal panico alla sola idea che le stanze siano comunicanti. Sono molto, ma molto più teneri e simpatici di Robert Redford con i capelli color carota e Jane Fonda con parruccone grigio – vedi l’ingiustizia – in “Le nostre anime di notte” (il film che Ritesh Batra ha adattato dal molto sopravvalutato – eppur di culto – Kent Haruf).

 

Intanto Michael Douglas-Sandy deve vedersela con la figlia, felicemente fidanzata con un uomo che ha il codino, la calvizie, più o meno l’età del futuro suocero. Dramma. Perché soltanto una tragedia può indurre l’ex attore a consultare l’ex moglie. Rullo di tamburi. Dall’altra parte del telefono, mentre visita bambini poveri, c’è Kathleen Turner. Non tanto riconoscibile, dai tempi della “Guerra dei Roses” o “All’inseguimento della pietra verde”, dove faceva coppia con Michael Douglas. Da sola, era splendente in “Brivido caldo” accanto a William Hurt. Restano le battute scorticanti: niente meglio di una ex moglie intelligente per affondare il cartello dove fa più male. Alla cena “ti presento mio padre”, i due quasi coetanei si passano le canne e ricordano Woodstock. Arriveranno altri guai, compariranno altre ex fidanzate. La serie non ha smarrito le parole, e Chuck Lorre la perfidia: “Quando uno dei miei amici muore, è come se avessi vinto un concorso”.

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