L'italiano della Carta

Perché il chiedersi se è viva o morta la Costituzione fa pensare alla lingua che usa e al ruolo che le attribuisce

Stanno andando avanti due proposte di norme costituzionali, che modificano in due punti importanti la Costituzione. In quale direzione? 

Sono dirette allo stesso obiettivo: spostare il peso della nostra democrazia dal Parlamento (riduzione del numero dei parlamentari) al popolo (allargamento dello strumento referendario). Sembrano proposte ragionevoli, per ridurre il numero dei legislatori, dopo l’istituzione dei consigli regionali, e per dare maggiore forza all’espressione diretta della volontà popolare. Ma nascondono due errori. Il primo è quello di ridurre il numero dei componenti della classe politica, già oggi tanto povera di competenze; quindi, puntare sulla quantità invece che sulla qualità. Il secondo è quello di non tener conto degli inconvenienti di decisioni complesse sottoposte a una decisione che si manifesta solo con un “sì” o con un “no”. 

 

Quali sono le possibilità di successo? 

I tentativi di modificazione costituzionale, quelli importanti fatti a partire dal nuovo millennio, hanno in un caso avuto successo (quello del 2001, relativo alle regioni), in altri due un insuccesso (quelli diretti a modificare la struttura di vertice del sistema politico, nel 2006 e nel 2016, il primo proposto da Berlusconi, il secondo da Renzi). 

 

E’ viva o è morta la nostra Costituzione? Vogliamo provare a fare un bilancio complessivo? 

A patto di considerare quello che si voleva, quello che si è fatto, quello che si dovrebbe ancora fare. Ciò che richiede un’analisi ampia, a partire dalla lingua della Costituzione.

 

Dalla lingua? 

Sì, dalla lingua, per capire che quella nella quale la Costituzione è stata scritta è una lingua alla portata di tutti, tanto che, una volta approvata, fu disposto che venisse depositata nella sala comunale di ogni ente locale per esservi esposta per tutto l’anno, perché ogni cittadino potesse prenderne cognizione. I costituenti fecero una eccezionale attenzione nello scrivere in modo piano e facilmente comprensibile. Alla fine il testo venne addirittura sottoposto a una revisione linguistica, in particolare da parte del saggista e critico Pietro Pancrazi. Per darle un’idea della leggibilità della Costituzione, le dirò che in essa vi sono 9.369 parole, occorrenze e repliche di 1.357 lemmi, di cui ben 1.002 (il 74 per cento) appartengono al vocabolario di base, mentre solo 352 (il 26 per cento) ne è estraneo. Le parole di base sono più del 92 per cento delle 9.369 parole totali. In più, per rendere facile la lettura, quelle parole vennero disposte in 480 periodi, con una media di poco meno di 20 parole per frase. Insomma, un testo di agevole lettura. 

 

Ma, accanto a questa eccezionale attenzione nell’uso della lingua, poi, la Costituzione italiana stabilisce che la bandiera italiana è il tricolore verde, bianco e rosso (articolo 12), ma non dispone che la lingua della Repubblica è l’italiano, come fa, invece, la Costituzione francese (articolo 2). 

Fa di più: menziona tre volte la lingua, ma sempre per proteggere altre lingue, non quella italiana. All’articolo 3 vieta discriminazioni sulla base della lingua. All’articolo 6 tutela le minoranze linguistiche. All’articolo 11 prevede l’assistenza di un interprete se la persona accusata di un reato non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo. 

 

Perché? 

Per tre motivi. Evitare atteggiamenti di chiusura nazionalistica (la difesa della lingua è la prima manifestazione dell’orgoglio nazionalistico; vi sono diversi nazionalismi e uno di questi è quello linguistico). Aprire al plurilinguismo, riconoscere che abbiamo tutti plurime identità e possiamo convivere in comunità plurilinguistiche, come negli Stati che venivano definiti “Mehrsprachige staaten”. Rifiutare la tradizione nazionalistico-linguistica, quella di Johann Gottlieb Fichte (tutto lo sviluppo di un popolo dipende dalla natura della lingua da esso parlata: “Discorsi alla nazione tedesca", del 1807) o, peggio, di un Ulrich von Wilamovitz-Möllendorf, che nello scritto su “Volk, Staat, Sprache”, del 1898, inizialmente un discorso per l’anniversario del Kaiser, aveva affermato che un popolo non ha diritto di esistere se non ha in comune una lingua. Così la lingua veniva messa in diretto rapporto con due altri concetti, quelli di popolo e di Stato. 

 

Dunque, la scelta della Costituzione comportava un rifiuto di quella tradizione. 

E contemporaneamente l’adesione a una diversa tradizione, quella francese, segnata dallo storico del cristianesimo Ernest Renan, con il suo “Qu’est qu’une nation?”, del 1882 (l’ultima edizione italiana è a cura di Giovanni Belardelli, “Che cos’è una nazione?”, Roma, Castelvecchi, 2019). Renan osservava che Stati Uniti e Inghilterra, America spagnola e Spagna parlavano la stessa lingua, ma non erano una nazione. Per lui la nazione era qualcosa di più forte della lingua, una ricca eredità di ricordi comuni, un’“anima”. Insomma, la Costituzione non assegna alla lingua quel carattere identitario che la tradizione germanica le attribuisce. Avrebbe potuto disporre che la repubblica tutela la lingua oltre al patrimonio storico-artistico, oppure che promuove l’uso della lingua italiana, oltre alla cultura. Non l’ha fatto. 

 

Ma ora l’Accademia della Crusca propone che venga riconosciuta nella Costituzione la lingua italiana come lingua ufficiale degli italiani. 

Un errore – per i motivi esposti – così come quello della Corte costituzionale che, nella decisione n. 42 del 2017 ha scritto che c’è un “primato” della lingua italiana. Un errore anche perché ora gli studi storici hanno mostrato che le nazioni sono “invenzioni”, che spesso sono stati gli Stati che hanno avuto bisogno di giustificarsi con la “scoperta” di nazioni, che vi sono sempre più comunità (non solo quelle epistemiche) sovranazionali, che facciamo parte di una unità più ampia, l’Unione europea (che, tra l’altro, nella sentenza Groener C-379/87, del 1989, si è pronunciata sulla questione dei requisiti linguistici), che vi sono “comunità immaginate”, che – come ha osservato un acuto linguista, Luca Serianni – la lingua la proteggono i parlanti. 

 

Un bel detour sulla lingua della Costituzione e sulla lingua nella Costituzione. Torniamo al punto di partenza: la “bella Costituzione” è viva o è morta? Che si voleva, che si fece, qual è il risultato? 

Nel 1946-1947 i costituenti avevano innanzi tre problemi. Il primo era quello della debolezza dello Statuto albertino, che aveva un secolo di vita grama a causa della sua flessibilità. Il secondo era quello dell’uso che si era fatto delle libertà, compresse sia nel periodo immediatamente postunitario, sia, e specialmente, nel ventennio fascista. Il terzo era quello dell’apparato esecutivo, governo e amministrazione: di governi ce n’erano stati troppi, e transeunti nell’Italia oligarchica e in quella liberal-democratica; nel periodo fascista, uno solo, quello guidato da Mussolini, di durata ventennale; la pubblica amministrazione era per giudizio diffuso inefficace (donde la ricerca di surrogati, specialmente con il ricorso a enti pubblici). I costituenti si posero tutti e tre i problemi. Risolsero il primo con una Costituzione rigida, ma furono poco coraggiosi, perché non vi scrissero norme “eterne”, cioè dotate di forza superiore, quindi non emendabili (in Germania, negli stessi anni, si ebbe maggior coraggio). Risolsero brillantemente il secondo con una lista di diritti e libertà, ma furono anche in questo timidi, perché fecero poco spazio a doveri e responsabilità. Fallirono sul terzo problema. Tralasciarono la questione amministrativa, che si rivelerà poi centrale. Ebbero paura che si ripresentasse una tendenza all’esecutivo forte, e crearono condizioni simili a quelle del pre-fascismo: non stabilizzarono i governi, con le conseguenze note: 66 governi nel periodo repubblicano.

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