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Santa Pigrizia

Basta parlare una sola volta per dire ciò che è necessario dire. Tutto il resto è noia

15 Agosto 2018 alle 06:00

Santa Pigrizia

Mi dicono che si parla di qualcuno, grandi personaggi vivi o morti, ma non riesco a vederli o a sentirli, eppure ci sono eccome, sono io che non ci sono. Trovarmi nel colmo del nulla in quel silenzio che copre la città del vuoto e del caldo, quel caldo che ci raffredda, è tuttavia piacevole considerando un’elegante ragazza che vedo avanzarsi verso la mia casa, fermarsi titubante davanti al cancello, girarsi su se stessa tornando un po’ indietro, e ritornando verso di me, sospirando, schiacciare qualcosa che suona. Non ricevendo alcuno, finché sento il suo silenzio. Ho dato il mio placet a Paola, colei che tutto sistema in casa mia, staremo a vedere, starò. Paola, la donna che mi sorveglia, sta ben attenta agli arrivi, ma non arriva nessuno. O meglio, non bussa nessuno, forse c’è lei, la ragazza, che ascolta dal foro, forse sente che io la sento dalla mia parte, pronta a giochi tremendi, come mi accadde tanti anni fa quando una ragazzina bruciò la maniglia e io, aprendola, urlai di dolore, la simpatica canaglia!

 

Stavolta però non mi cuoce, silenzio lei, silenzio io. Ma chissà dove è finita, forse è scappata di nascosto, forse costei si è barricata da qualche parte, qualche roba del genere. Mando a cercarla, Paola la trova pensierosa in uno sgabuzzino, dice a Paola che si è persa ma che prima o poi sarebbe venuta da me, lo giura. Paola la conduce in casa, io sbircio. E’ una bella ragazza con un vestitino che mi pare avvicinarsi all’ombra di Paola per poi sparire da qualche altra parte. In effetti la ragazza si è fermata a guardare fissamente un quadro e non si muove. Tocca a Paola starle accanto qualche secondo, per poi invitarla a entrare nel mio studio.

 

“Sono così tanto pigra, professore, che potrei non respirare per un mese”, mi dice G.G. Anch’io, in effetti. In questo siamo assai comuni, potrei fare a meno di ogni su e giù, potrei farne assolutamente a meno, trovo una strana amicizia con questa strana ragazza dai capelli rossi. Non si siede né qui né là, va alla finestra e la spalanca, il calore non le fa alcun effetto. Dopo due minuti mi chiede se le permetto di respirare. Le dico che fa benissimo, che resti come desidera, o che anche non respiri, che è il meglio che si possa fare. Sorride. “Lei è un tipo strano”, dice. Taccio. Alza le spalle. “Posso parlarle da dietro?”.

 

Certamente, per la prima volta mi farebbe piacere che lei mi ascoltasse così e io senza vederla. Penso che sia bello non vederne le spalle e tutto il resto, penso che il suo modo di esistere sia notevolissimo, assolutamente. Mi abbandono sulla mia sedia. I suoi capelli, la schiena e le gambe mi si impongono per la grazia superba. Guardo e non guardavo, come sia giusto guardare guardo, e non guardo. Comincia a parlare, le chiedo di voltarsi, sdraiarsi, sedersi o anche di stare in piedi guardandomi, anche di fronte, a un metro solo di distanza. Silenzio da un minuto. Si volta e cammina verso di me. Si ferma un metro davanti a me. Tace impettita per tre minuti, poi mi dice che non sa cosa dirmi perché ha già detto tutto una volta sola nella propria vita, e mi assicura che non vale la pena, o meglio, è valso morire, quella volta, ma ora non c’è più. Bah.

 

Guarda la sua gonnella e un po’ la scuote chiamandola “azzurra”. Tace, il suo silenzio è tra i più belli. Anche il mio non è male, penso, penso di essere un discreto psicoanalista, uno stupido, di quelli che possono anche loro dire qualcosa di scemo, uno scemo non male, ne sono contento e orrificato. Sono le sei di sera e niente ha senso, io men che meno, meno che me e forse un po’ più di un’ imbecillità; la ragazza si muove qua e là guardando i libri; mi annoiano, tutto mi annoia fuorché leggere niente ma proprio niente, allora sì mi sento lontano, lontanissimo da me, vicinissimo a una donna che può dirmi qualcosa, qualcosissima di quasi nulla, eterna, pronta a niente ma quel niente che ha trapassato, e a lei io “sono” passato.

 

Questa ragazza che forse ne ha venti o cinquanta o trenta o sessanta o quello che è non essendo, è l’incarnazione della disincarnata, pazzamente la scarnifico. Creatura meravigliosa, tu hai detto quel che io sto dicendo e ridi nei secoli, adempiendoti nella più santa delle empietà. Ecco che mi alzo pronto all’incontro, ecco la cara Paola cingersi a presentarmi la donna, apre la porta, la saluta in quanto, pare, signorina GG, Gigì; le fa strada fino al mio studio, mi annuncia, mi apre e mi rinchiude. Paola va verso sè stessa, Gigì. Un giorno sarò morto, più vivo.

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