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Amore rampante

Quando il paziente non va in vacanza e s’innamora sotto gli occhi del dottore

8 Agosto 2018 alle 06:00

Amore rampante

Una scena di Amarcord, film del 1973 diretto da Federico Fellini

Che meraviglia quando verrà la notte e siederò sul giorno, e la notte riderà, e sarò sempre su di lei e sul giorno, sulla mia notte, sul soggiorno notturno carico d’amore.

  

Quello che è, è, non ne voglio sapere, ditemi le vostre storie e sparite nella più bella delle verità, quella che rifiuta ogni fiuto di comoda vacanza. Intanto lui si chiama Enrico e sta arrampicato sui rami dell’albero, mi sorride dalle fronde, mi chiede se posso fargli una seduta, una vera seduta di psicoanalisi, di quelle che possono cambiargli la vita, o giù di lì, o su di là, o comunque sia. Gli dico che non ricevo in questi giorni ma anche sì e forse anche più del solito, purché stia lì, sul ramo, se cade giù peggio per lui. Il giovanotto, un bel ventenne, dapprima era stranito ora è soddisfattissimo, gli pare di toccare il cielo e mi guarda contento. Io lo guardo perplesso e soddisfatto, dal mio studio l’invito a dire qualcosa, stando sempre lì, però, attaccato all’albero.

 

Dopo un paio di minuti passati a guardarsi attorno, Enrico dice che non ha niente da dire, ma gli piace molto restare a guardarmi e sa che io gli dirò cose bellissime anche stando zitto, lui e io, e anche la Paola, che ci guarda perplessa spolverando i libri della mia stanza. La Paola ha trent’anni ed è sempre un po’ perplessa per certe cose, quelle certe cose che lei chiama così, “certe cose”, appunto.

 

Dico al ragazzo che no, che non voglio assolutamente stare zitto e gli ordino di dirmi qualcosa, se no mando da lui la Paola, che studia giorno e notte, a cacciarlo. Paola ride, quelle risate che paiono perdersi nel nonnulla, ma in realtà preparano il tutto.

 

Un pochino di ordine e il ragazzo si dà da fare, sbirciando Paola e cercando qua e là qualche magia. Racconta della propria bellissima madre, una commediante che corre qua e là in tante città, mi chiede perché non vado in vacanza. Gli dico che in vacanza mi annoio, il ragazzo è contento, dice che nemmeno a lui le vacanze piacciono, io sostengo che un po’ piacciono a tutti noi, poco però, pochissimo, anzi niente. Eppoi sono quel che non dovrebbero essere, aggiungo che stiamo tutti malissimo, un disastro, una fine del mondo, una catastrofe oscena; preciso che questo ci fa stare un po’ meglio ma anche peggio; dico che solo i santi lo meritano; dico un sacco di scemenze che hanno miserabili pregi che grazie al Cielo non ne hanno alcuno, e così via. Dico insomma che non saprei cosa dire, ma che sento delle parole, le parole della santità, appunto.

 

Il ragazzo Enrico pare molto colpito dalla mia afosa imbecillità, tanto colpito il ragazzo che quasi scivola giù dal ramo dell’albero e comunque un po’ si struscia. Capisco che ha qualcosa in sé, qualcosa pronto a scivolare nel nulla, e sente in me uno slancio, una carezza.

  

Sorrido come un padre o una mia zia di quelle di un tempo, davvero amorose come mia zia Ginevra che un’epoca fa mi strinse quando avevo dieci anni, mi prese al volo mentre precipitavo in un fiume e io l’abbracciai. E se allora urlavo parole insensate che portavano con sé nel silenzio di una quasi tomba, di un quasi grande amore, di lui, me, il ragazzo di allora, il ragazzo di Ginevra...

 

Ora è Paola a guardarlo innamorata, per gioco, innamorata per tutto, per quel nuovo ragazzo, Enrico, sicché le dico: “Canaglia!” e al bell’ Enrico lei: “Stai fermo che ti do una mano”, e si arrampica sull’albero e io mi metto le mani tra i capelli e le dico: “Ti licenzio!”, e lei ride: “Piuttosto licenzio me, licenzio lei monsignore, siamo tutti in vacanza, licenzio l’amore, la bellezza, lo spirito santo, lo psicanalista, vieni ragazzo, tienti stretto, io so come fare”, e lo stringe a sé, che lui ha perso la testa e gli occhi e tutto quanto, e Paola gli cade addosso, e lui la bacia.

 

E mentre i due giocano e corrono di qua e di là, improvviso mi alzo e cado come se fossi un folle di quelli che davvero lo sono, e davvero lo sono e canto, quel canto unico, incantevole e tutto il resto: “I shut my eyes and all the world drops dead; I lift my lids and all is born again. (I think I made you up inside my head). The stars go waltzing out in blue and red, And arbitrary blackness gallops in: I shut my eyes and all the world drops dead”.

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