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La politica cede alla rissa e la Sicilia annega tra frane e abusivismo

La sicumera malandrina di chi fa le cose al di fuori della legge dietro alla tragedia di Casteldaccia. Nella provincia di Palermo 75 comuni su 82 sono inadempienti per le demolizioni. Governo e Regione in campagna elettorale  

6 Novembre 2018 alle 06:14

La politica cede alla rissa e la Sicilia annega tra frane e abusivismo

Foto LaPresse

Aristide Carabillò, che all’Università fu maestro di quella scienza esatta chiamata Sociologia, tenta in un momento di smarrimento di intrecciare la realtà con la superstizione: “Altro che cambiamento, questo è il governo del malaugurio”, dice. “Abbiamo cominciato con Genova ed eccoci qui, in Sicilia con dodici morti in un solo giorno”. Ma lo smarrimento dura solo un istante, giusto il tempo di gettare uno sguardo – qui, nelle campagne di Casteldaccia – sulla casa maledetta che ieri è stata travolta dalla piena del fiume e oggi è di nuovo fiammeggiata dal sole.

 

No, il malaugurio non c’entra niente. La maledizione che ha sterminato due famiglie e ha ridotto in cenere e fango l’innocenza di tre bambini non è arrivata dal cielo. Dal cielo è venuta la pioggia violenta, selvaggia e aggressiva. Dal cielo è venuto il vento torbido che gonfiava il fiume Milicia e ostacolava il deflusso in mare. Ma la casa che le due famiglie avevano preso in affitto, come ogni anno, per festeggiare con le cassatelle e i pupi di zucchero la festa dei morti, era in piedi da dodici anni, piantata con l’azzardo del suo cemento sull’argine del fiume. Se ne stava lì con la sicumera malandrina di chi l’aveva costruita al di fuori della legge; con la spocchia di chi pur non avendo una licenza edilizia, aveva comunque ottenuto l’allacciamento dall’Enel; con l’arroganza di chi poteva disporre di fognatura e acqua potabile, e si consentiva pure di metterla a reddito e di affittarla in nero. 

 

Ieri, dopo la morte e la devastazione, dopo il lutto e le lacrime, la casa abusiva e assassina di Casteldaccia si è trasformata in un palcoscenico delle finzioni dove quelli che per dodici anni hanno fatto finta di non vedere salgono e scendono per piangere e strapparsi le vesti, per scaricare su qualcun altro colpe e responsabilità, per cercare in fretta e furia un capro espiatorio da mandare al macello per redimere peccati e negligenze, scempi e malversazioni, incurie e malgoverno. Un teatrino delle evanescenze e delle inutilità; un’arena degli insulti e delle recriminazioni, dove ancora una volta tromboneggia il partito del conflitto e della campagna elettorale permanente. Bastava ascoltare ieri Luigi Di Maio, il vicepremier dalla parola acida e tagliente, che ha definito “avvoltoi” tutti quelli, uomini e ominicchi, che hanno governato la Sicilia. E bastava anche guardare la polemica messa in scena dal premier Giuseppe Conte, giunto al Policlinico di Palermo per esprimere il cordoglio del governo davanti alle salme delle vittime. Il presidente del Consiglio, durante la visita, avrebbe dato ordini al prefetto e al capo del cerimoniale di vietare l’ingresso nella camera mortuaria al governatore della Sicilia, Nello Musumeci, giunto lì per esternare lo stesso dolore e per avere col capo di Palazzo Chigi un primo scambio di idee su come fronteggiare la nuova emergenza.

 

Apriti cielo. Di colpo non s’è parlato d’altro. La rissa ha ingoiato la tragedia, ha cancellato il dolore, ha asciugato le lacrime. Restano pietrificate, è il caso di dirlo, le domande su chi in tutti questi anni avrebbe dovuto vedere e non ha visto le cento, mille case abusive che gravano su fiumi e spiagge, che sfregiano le coste e rendono flagellanti le acque della pioggia e le acque del mare.

 

Sono lunghe 1.039 chilometri le coste di questa grande isola del Mediterraneo: 440 si affacciano sul Tirreno, 312 sul mare d’Africa, 287 sullo Ionio. Ma non provate a contare gli sfregi e le case abusive, le villette singole e le villette a schiera, le piscine e i capannoni, perché non ci riuscirete mai. Accontentatevi di guardarle da lontano. Scoprirete facilmente che non c’è sponda o foce di fiume che non sia soffocata dal cemento. La casa maledetta di Casteldaccia, costruita sull’argine del Milicia, vi sembrerà un episodio estremo di furbizia e poveraccismo rispetto alle costruzioni, importanti e poderose, seriali e imponenti, che potete trovare cinque chilometri più in là, a Buonfornello, sul delta, chiamiamolo così, dell’Himera. Ma chi le vede?

 

Il procuratore di Termini Imerese che domenica si è recato personalmente a Casteldaccia per cercare i mandanti occulti della tragedia, certamente consegnerà alla giustizia il volto di un responsabile. Ma dovrà faticare non poco per trovare nel reticolo appiccicoso delle competenze e delle burocrazie il bandolo della verità. Il sindaco di Casteldaccia, Giovanni Di Giacinto, dice a sua discolpa di avere firmato l’ordinanza di demolizione già nel 2008, dieci anni fa, ma la ruspa fu subito bloccata da un ricorso presentato al Tar dal proprietario.

 

Allora è colpa del Tar? Macchè. La cancelleria del Tribunale amministrativo alza le mani e fa sapere che il ricorso si è estinto da solo, per una sorta di morte naturale delle parti. C’è stata, manco a dirlo, la “perenzione”: il comune, che pure aveva firmato l’ordinanza, non si è costituito in giudizio. Il Tar ha aspettato fino al 2011, poi ha cestinato il fascicolo. E da quel momento, buonanotte ai suonatori: la casa maledetta poteva essere di conseguenza abolita ma è rimasta lì, abusiva e assassina; mentre il proprietario che l’aveva costruita se n’è stato fermo e buono sulla riva del fiume ad aspettare il condono edilizio, magari sperando che Di Maio o chi per lui, dopo Ischia, concedesse una sanatoria anche ai fuorilegge di Sicilia. Che sono tanti e tutti elettori. Nel corso dell’ultima relazione tenuta al Palazzo di giustizia per l’inaugurazione dell’anno giudiziario il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, ha tirato fuori una cifra impressionante: solo nella provincia di Palermo 75 comuni su 82 sono risultati inadempienti per le demolizioni. L’alto magistrato non l’ha detto e non poteva dirlo, ma il destino finale, date le dimensioni del fenomeno, non potrà che essere il perdono. Lo chiameranno, con un pizzico di ipocrisia, “abusivismo di indispensabilità”.

 

Certo, in questi giorni, parlare di condono non sarà facile. Il governatore Musumeci, indignato e addolorato per la strage di Casteldaccia, dice che da ora in avanti prenderà a calci nel sedere chiunque si azzarderà a invocare una sanatoria. Poi, anche per parare la botta, sposta il discorso sui lavori pubblici e rivendica il merito di avere finalmente – “sì, finalmente!” – dato vita alle cosiddette “autorità di bacino”, unico strumento utile, a suo avviso, per la prevenzione e gli interventi sul territorio.

 

A sentire le sue parole qualcuno potrebbe anche credere che la regione sia diventata di colpo veloce ed efficiente, pronta come non mai ad affrontare ogni emergenza pur di salvaguardare l’ambiente. Ma non è proprio così. E per rendersene conto basta allontanare lo sguardo da Casteldaccia e posarlo sulla costa orientale della Sicilia, sull’autostrada che da Catania porta a Messina. A pochi metri dallo svincolo di Letojanni, un comune praticamente attaccato a Taormina, il 9 ottobre del 2015 una frana di dimensioni consistenti ha reso di fatto impraticabile una delle due corsie. Sono passati tre anni e la frana è ancora lì. La regione che, pure ha competenza primaria nella gestione di quella infrastruttura, non è riuscita a rimuoverla. Tribunali di ogni genere e qualità – penali, amministrativi e contabili – stabiliranno un giorno per sentenza di chi è la colpa, se del Consorzio autostradale o della giunta regionale. L’unica certezza, finora, è che l’autostrada in quel tratto è peggio di una mulattiera. Come l’arteria principale della Sicilia, quella che collega Palermo a Catania e che l’Anas ha onorevolmente elevato al grado di una trazzera. Una regia trazzera. Talmente insicura che, per evitare il crollo dei viadotti, hanno dovuto vietare ai Tir il tratto che va da Caltanissetta a Enna. “Il guaio vero è che non c’è più una lira”, ripetono amministratori e appaltatori, cantonieri e costruttori. Ma quando vanno a Roma per parlare con Conte o con Di Maio e tentare di sbloccare i finanziamenti si sentono rispondere che i soldi verranno solo quando gli uomini e gli ominicchi annidati nei palazzi della politica siciliana decideranno di tagliare i vitalizi degli ex consiglieri regionali. In caso contrario i trasferimenti, dallo stato alla regione, saranno ridotti dell’ottanta per cento.

 

Tanto, chi se ne frega. L’abusivismo dilaga, le frane resistono, i fiumi esondano, i disgraziati muoiono e il governo canta onestà-tà-tà. Evviva la Sicilia.

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