L'attore John Boyega a una protesta BLM dopo la morte di George Floyd, Hyde Park, Londra, Regno Unito, 3 giugno (Justin Setterfield/Getty Images)

un foglio internazionale

La tirannia della benevolenza

Tutte le vittime oggi sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre

    "Non mi verrà contestato, me lo auguro, che la competizione vittimistica abbia raggiunto oggi il suo culmine, come ho spiegato in un mio precedente articolo” scrive Sylvain Quennehen su Causeur. “Lo stato di vittima, situazione concepita dagli Antichi come congiunturale e reversibile, è stato elevato dalla nostra epoca al rango di qualità legata in maniera inalienabile a un individuo e trasmissibile ai suoi figli (…). Perché le nostre società accolgono così favorevolmente le professioni di fede che autorizzano a proclamarsi vittima senza aver subito personalmente alcun torto? Anzitutto perché, contrariamente a ciò che alcuni potevano sperare, il declino della fede cristiana in occidente non si è tradotto in una diminuzione del senso di colpa; penso infatti che non sia mai stato così ardente. Ma più ancora, questo senso di colpa ha assunto una dimensione di civiltà inedita. Il suo punto di applicazione è per così dire migrato dalle terminazioni individuali al centro nevralgico che le irriga tutte (…).

     

    Anche le civiltà, come ogni essere che le costituisce, hanno il loro gendarme interno. Perché in definitiva, la situazione del nostro occidente moderno può essere riassunta in questo modo: è alle prese con un Super-Io cristiano che è impazzito. Questo censore implacabile alimenta in lui un senso di colpa divorante; nessuna altezza morale cui è umanamente concepibile elevarsi non può infatti, agli occhi di questo persecutore interno, compensare il peso dei crimini che ha perpetrato in passato. Ecco l’origine degli istinti cristici da cui l’occidente è preso; anch’esso medita di finire su una croce. L’impossibilità di espiare nel presente gli suggerisce di riuscirvi con la morte, immolandosi per riscattare i suoi inemendabili peccati. L’Europa in particolare ha velleità sacrificali. Più che se stessa, è tutta l’umanità che vorrebbe salvare (…).

     

    Anche se in fondo non ha molte illusioni su alcuni di questi ‘sfortunati’ che accoglie e mantiene, la loro carica soddisfa il bisogno di punizione dell’Europa, e la avvicina al destino pasquale cui aspira sempre di più, desiderosa di fare la fine dell’agnello sacrificale di civiltà che è diventata (…). Perché le nostre società in particolare incitano gli individui a versare in questo tropismo vittimistico? La risposta, credo, è da cercare in Tocqueville e nelle nuove forme di dispotismo dolce che immaginava fin dal 1840. Assistiamo oggi all’avvento delle società amniotiche e eccessivamente materne che lui concepiva allora come una deriva possibile dei regimi democratici nel secondo tomo della sua opera monumentale. Ma queste tirannie della benevolenza, poste sotto il segno marziale di ciò che oltreoceano viene designato come il ‘care’, ossia la cura, o, meglio ancora, l’attenzione, esigono un numero crescente di sofferenti da vigilare. Così, se non ce ne sono abbastanza di reali, sono portate a riconoscerne e a crearne di nuovi, e persino di immaginari, man mano che gli allettati mancano (…).

     

     

    All’orizzonte si profila l’èra delle vittime senza colpevoli; anche nel caso in cui esisteranno e saranno arrestati, verrà comunque fuori che erano loro stessi vittime in precedenza, prima di diventare carnefici (…). Non tutte le vittime sono uguali; il loro prezzo, infatti, sta anzitutto nella loro capacità di suscitare il senso di colpa dell’uomo bianco e di far vibrare in lui questa corda sovrasviluppata in maniera singolare.

     

    La sofferenza delle minoranze, in questo senso, ha un fascino particolare per l’occidente. L’ideologia vittimistica, a questo titolo, è un formidabile raggiro attraverso cui dei privilegiati, avendo il giusto colore di pelle o il giusto sesso – penso in particolare a tutte quelle celebrità uscite dal mondo dello spettacolo –, possono considerarsi i grandi oppressi dei tempi moderni al posto di quelli che lo sono veramente; raggiro che non permetteva la vecchia feticizzazione del proletariato, sostituito da categorie che garantiscono maggiore flessibilità. E’ un progressismo che resta ancora valorizzante abbracciare, ma la cui adozione non costa più nulla: la promozione cosmetica di élite fuoriuscite dalle ‘minoranze’ non produce alcun beneficio; l’aumento dei salari e il pagamento delle tasse sì. E’ bene notare che le imprese più all’avanguardia sui temi di società sono quelle che adempiono meno ai loro obblighi sociali (e in particolare fiscali), obblighi che la logica metterebbe ai primi posti nella gerarchia dei loro doveri. Il vero genio dell’epoca, come ho già avuto occasione di dirlo, è quello del marketing. I meriti di un prodotto contano meno per venderlo rispetto all’immagine che si riesce a veicolare di esso. E l’arte pubblicitaria, in materia, ha raggiunto l’apice. Per essa, è stato un gioco da ragazzi imporre una nuova definizione di diversità.

     

    Seguendo la doxa vittimistica, la diversità è ormai intesa coma misura della varietà dei colori di pelle, dei ‘generi’, delle religioni e degli orientamenti sessuali rappresentati – quando queste due ultime categorie possono esserlo. L’arte pubblicitaria è totalmente silenziosa sull’uniformità ideologica che una tale definizione autorizza (…). Il suo elogio della diversità sempre più meccanico e rumoroso risuona nelle mie orecchie come il tentativo disperatamente incantatorio di esorcizzare un’omogeneità sempre più assoluta. Ma bisogna riconoscere che è in sintonia con la nostra epoca e il suo gusto per i viaggi falsamente esotici: dopo tutto, l’umanità in bermuda (Philippe Muray) meritava proprio questa diversità da cartolina! L’imprigionamento nella razza – ma si potrebbe dire anche nel ‘genere’, nella religione, nell’orientamento sessuale – costituisce ormai il sistema liberatorio dell’ideologia antirazzista e dei suoi succedanei.

     

    Da questa prigione considerata affrancante, non sperate di uscire; verrete immancabilmente rispediti lì dentro. In quanto bianchi, potete scegliere tra l’etnocentrismo e l’appropriazione culturale; in quanto neri, potete scegliere tra i black studies e lo statuto di venduto, di traditore della razza. Teatro e cinema, che speravamo rimanessero dei santuari protetti da queste evoluzioni, sono invece la loro avanguardia: un nano deve essere interpretato da un nano, un transessuale da un transessuale; qualsiasi altra possibilità suscita scandalo. ‘Che Dreyfus sia capace di tradire, lo deduco dalla sua razza’, scriveva Barrès nel 1904. Siamo tornati a questo, e attraverso coloro che si considerano rappresentanti del pensiero opposto (…). L’antirazzismo contemporaneo non ha più nulla a vedere con ciò che fu la mistica dreyfusista. Al contrario, è ora di capire che questo antirazzismo consiste soltanto in un ‘relooking’ delle vecchie tesi di Barrès, in un loro lifting”.

     

    (Traduzione di Mauro Zanon)