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Quel “pannolino rosso” di Jeremy Corbyn è un rottame degli anni Settanta che ritornano

Andrew Sullivan del New York Magazine fa a pezzi il leader laburista: “Praticamente non ha cambiato idea su niente” 

1 Ottobre 2018 alle 10:39

Quel “pannolino rosso” di Jeremy Corbyn è un rottame degli anni Settanta che ritornano

"Jeremy Corbyn era un asceta: contrario all’alcol e alle droghe, vegetariano, interessato a nulla che non fosse partecipare a riunioni, riunioni e ancora riunioni" (Foto LaPresse)

La politica britannica e quella americana sono curiosamente sincronizzate tra loro”, ha scritto Andrew Sullivan sul New York Magazine. “Margaret Thatcher precorse Ronald Reagan, quando entrambi i paesi virarono improvvisamente a destra negli anni Ottanta. John Major, poi, emerse come il successore moderato della Thatcher proprio come George H. W. Bush lo fu di Reagan, così cementando lo slittamento conservatore transatlantico. I ‘New Democrats’ e i Clinton si specchiarono poi nel ‘New Labour’ di Blair, adattando le politiche del centro-sinistra all’emergente consenso per il capitalismo di mercato.

 

Persino Barack Obama e David Cameron non erano così diversi – liberali sui temi sociali, pragmatici convinti – finché l’eredità di entrambi non fu spazzata via da rivolte populiste destrorse. La burrasca estiva della Brexit nel 2016 e il trionfo di Trump qualche mese più tardi ha rivelato uno scivolamento simile dei Tory e dei Repubblicani verso fantasie nazionaliste e isolazioniste. Che ne è, tuttavia, dei paralleli a sinistra? Ciò che sta causando un energico attivismo e fermento intellettuale, in entrambi i paesi, è l’ascesa di un socialismo sempre più disinibito e ambizioso.

 

La forza di Bernie Sanders nelle primarie del Partito democratico di due anni fa è stata un preludio della nuova ondata di candidati che sposano apertamente posizioni di sinistra populista, invocando ‘Medicare for all’ e la fine dell’Ice, insieme a un messaggio generico di giustizia sociale. Sembra pertanto valere la pena provare a capire che cosa sia successo al Partito laburista britannico negli ultimi anni”, essendo in larga parte responsabile per aver risvegliato “il sogno socialista transatlantico, non agli estremi dello spettro politico bensì nel cuore di uno dei due grandi partiti di governo”.

 

Sullivan traccia un lungo e dettagliato ritratto dell’uomo al centro di questa trasformazione: “Un eccentrico socialista sessantanovenne, Jeremy Corbyn, che in vita sua non aveva mai creduto di poter guidare un partito politico, figurarsi essere credibilmente menzionato come possibile futuro primo ministro del Regno Unito. Nato in una famiglia dell’alta borghesia, Corbyn era un classico ‘pannolino rosso’. I suoi erano socialisti e New Tree Manor, la tenuta di campagna seicentesca dove è cresciuto, nel Shropshire, era una dimora molto bohémien, piena di saloni ricolmi di libri di sinistra. Corbyn si diplomò con voti così tremendi che l’opzione universitaria fu scartata subito, per cui entrò nell’equivalente britannico dei Corpi di pace e fu stanziato in Giamaica per due anni, poi viaggiò in tutta l’America latina.

 

Disgustato dalle enormi diseguaglianze che vide attorno a lui, si radicalizzò ulteriormente e quando tornò in Inghilterra si trasferì nella multirazziale Londra del nord, dove abitano tantissimi immigrati (oggi meno della metà di quelli che vivono nel suo quartiere si identificano come ‘inglesi bianchi’). Era la cosa più vicina al Terzo mondo che ci fosse nel Regno Unito, per cui si sentiva a casa. Simpatizzante degli obiettivi dell’Esercito repubblicano irlandese (Ira), ostile alla monarchia e a favore dei movimenti rivoluzionari terzomondisti, mentre si batteva per il disarmo nucleare unilaterale il giovane Corbyn si oppose all’appartenenza britannica alla Nato e a quella che sarebbe divenuta l’Unione europea, visto che disprezzava l’alleanza americana e le ambizioni capitalistiche dell’Ue.

 

Era un asceta: contrario all’alcol e alle droghe, vegetariano, interessato a nulla che non fosse partecipare a riunioni, riunioni e ancora riunioni. Decenni più tardi, Corbyn non ha praticamente cambiato idea su nulla. Solo di recente ha acconsentito a cantare l’inno nazionale (si era rifiutato a lungo perché cita la regina). C’è chi dice che Corbyn non abbia mai cambiato una singola convinzione semplicemente perché non ne è in grado. Altri dicono che non sia abbastanza sveglio o intellettualmente curioso. Qualunque sia la ragione, il suo purismo è singolare. Nei decenni che ha passato in parlamento ha votato contro le indicazioni del suo partito (quand’era al governo) almeno 428 volte. Praticamente un record.

 

Da deputato, è sempre rimasto ai margini: è un prematuro sostenitore dei diritti dei gay e un convinto difensore dei palestinesi. Andò a Grenada subito dopo l’invasione americana del 1983. Fu un sostenitore della prima ora del Partito Anc di Nelson Mandela, in Sudafrica, e, a parte qualche insignificante missione di peacekeeping, si è sempre opposto a ogni singola azione militare occidentale dopo la Seconda guerra mondiale. In un’intervista, l’anno scorso, si è rifiutato cinque volte di condannare l’Ira. Ovviamente ha disprezzato la ‘modernizzazione’ del partito attuata da Tony Blair (Blair una volta disse ai cittadini del collegio elettorale di Corbyn ‘Ah, Jeremy. Jeremy deve ancora fare quel passo in più’). Ha invitato alla Camera dei Comuni i suoi ‘amici’ di Hamas e Hezbollah, così come alcuni membri dell’Ira, una volta persino due settimane dopo che un gruppo dell’Ira aveva quasi ucciso Margaret Thatcher, facendo scoppiare una bomba nel suo hotel nel 1984.

 

L’ossessione per la Thatcher è impressionante, considerando che ha lasciato la scena politica nel 1990. I corbynisti la disprezzano ma l’ammirano anche, in un certo senso: ‘Era una che le cose le faceva’, mi ha detto un giovane sostenitore di Corbyn. Loro vedono la nostra epoca come una sorta di fermalibro della fine degli anni Settanta. Allora il modello socialdemocratico collassò in una mera difesa del potere dei sindacati contro un governo eletto, provocò la stagflazione e paralizzò i servizi pubblici essenziali con scioperi di massa. Le riserve d’energia erano talmente ridotte all’osso che, a un certo punto, il Regno Unito aveva abbastanza elettricità soltanto per tre giorni lavorativi a settimana. Oggi i corbynisti vedono l’eredità neoliberale della Thatcher in un simile stato di disastro e intendono approfittare della situazione proprio come fece la Lady di ferro. Solo al contrario”.

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