Il Figlio

La A14 nell'anima

Luciana Grosso

Le nostre vite sempre divise tra “su” e “giù”. E il viaggio verso casa che le unisce

C’è una strada in Italia, lunga, dritta, mezza vuota. Inizia da Bologna (o da Milano, se si parte un po’ più su) e arriva fino a Taranto, città da cui comincia la prateria del Grande Sud, quello vero, fatto di ulivi e fatica, più che di resort e gastronomia da stories su Instagram. Quella strada si chiama A14 ed è lunga quasi mille chilometri. Ligabue la canta con precisione e la dice popolata di fantasmi e “odor di mare, diesel, merda, morte, vita”. E come sennò? Perché lì, tra la salsedine e i gas di scarico, ci sono i fantasmi di chi quella strada l’ha fatta e la fa, ogni anno, in cerca dei pezzi di sé che non trova più.

 

Per noi, figli di ‘su’ di genitori di ‘giù’ (è bene specificarlo per quelli la cui storia è tutta aggregata nello stesso posto: l’Italia si divide in ‘di su’ e ‘di giù’, indipendentemente dai punti di partenza e di arrivo) la A14 si è occupata di tenere insieme non solo gli antipodi dell’Italia, ma anche i pezzi sparpagliati delle anime sparpagliate di quelli che sparpagliati lo sono sin dalla denuncia all’anagrafe: noi, la seconda generazione. Sono (siamo) in tanti, tantissimi. E sono (siamo) sempre nel posto sbagliato. Gente per cui ‘casa’ è sempre da un’altra parte: alieni nella terra che i nostri genitori chiamano casa e ultimi arrivati nel posto che, invece, noi figli chiamiamo casa.

 

 

Mai del tutto insieme nello stesso posto, sempre alle prese con più scarpe che piedi, sempre con due accenti e dialetti diversi sulle labbra, con due visioni del mondo in testa, due storie alle spalle, due personaggi da recitare, sempre diversi diversi a seconda della latitudine. Eternamente incapaci di scegliere davvero e una volta per tutte tra l’ossobuco e le orecchiette, tra il mare blu del salento e i campi gialli della pianura.

 

Siamo “sempre quelli strani: ‘del nord’ se si è al sud e ‘del sud’ se si è al nord. Figli del sud che con il sud non hanno niente a che fare, anche se se lo portano dentro. Per questo cittadini onorari della A14, la strada che tiene tutto insieme. Perché è un posto in mezzo tra due. Inizia e finisce lì dove anche noi iniziamo e finiamo. Ci porta da un pezzo di noi all’altro pezzo di noi. Ci riporta alle radici e perché (vivaddio) poi da quelle radici ci fa scappare a centoquaranta chilometri all’ora.

 

La A14 è il posto dove negli anni siamo diventati grandi, estate dopo estate. E quella strada lì ci ha tenuti insieme con il suo appuntamento fisso. Arrivava giugno e noi andavamo da lei, che ci aspettava come una vecchia zia, ci diceva che eravamo cresciuti e ci faceva iniziare il viaggio, che si ripeteva sempre uguale, nei suoi riti attraverso i decenni (“Domani partiamo presto”; “La prima sosta non prima di Bologna”. “Passata Riccione non c’è più traffico”. “Cos’è quello???”, “Il santuario di Loreto, come l’anno scorso”. “La spezziamo e ci fermiamo a Pescara?”, “Ma no, dai, tiriamo dritto”; “Montenero di Bisaccia: il paese di Di Pietro”; “Quanto manca? Tutta la Puglia: tre ore”; “Che palle”).

 

E mentre la strada, anno dopo anno, teneva fede al suo patto di aspettarci e portarci dove avessimo chiesto, noi le cambiavamo addosso. Tra un casello e l’altro, il mondo passava dalla Dc a Berlusconi, da Renzi ai 5 stelle. Il silenzio dei primi viaggi si faceva sostituire dalla musica delle autoradio, da quella delle cassette e infine dalle playlist. I finestrini prendevano ad alzarsi sempre più, fino a sigillarsi del tutto, rimpiazzati dai climatizzatori. E nel frattempo, anche noi figli, rannicchiati sul sedile dietro, cambiavamo: passavamo da essere ‘bambini tanto intelligenti’, a ‘adolescenti scemi’ sino ad approdare allo status di ‘adulti incasinati’, più o meno nello stesso periodo in cui venivamo promossi al sedile del guidatore.

 

E mentre il tempo passava e le cose cambiavano, le nostre estati restavano identiche: a giugno si scende, a settembre si sale. In mezzo, tre mesi popolati da nonni, cugini, zii: in teoria era la nostra famiglia, ma in realtà perfetti estranei. Gente con accenti lontani, pelli abbronzate e disinvolta consuetudine con le cozze crude e con i ricci di mare. Niente a che fare con la lattiginosità milanese, le vocali strette, i tram, i Burghy, i campi e le cascine degli altri nove mesi dell’anno.

 

Due realtà, quella delle cozze in riva al mare, e quella del traffico di piazza San Babila, destinate a incontrarsi solo dentro di noi. Che le amavamo entrambe. Che le conoscevamo entrambe. Che appartenevamo a entrambe. A tenere insieme i due pezzi delle nostre anime e delle nostre vite sparpagliate, mezze pugliesi, mezze lombarde, c’era solo quella strada lì. Che, da qualunque parte la si imboccasse, portava sempre “a casa”. La vera canzone che parla di A14 non l’ha scritta Ligabue, ma i Pooh. “Mi dispiace devo andare, il mio posto è là”.

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