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L’estate del fulgore

Rileggere Acqua di mare con gli occhi di un padre e scoprire che il tempo si dissolve nel nulla

10 Maggio 2019 alle 14:03

L’estate del fulgore

Chi ricordi un fallimentare, radioso amore giovanile e si stupisca ancora per non aver immaginato di potersi ferire o di provocare dolore, in Acqua di mare di Charles Simmons scoprirà la sensualità empirica – “Ti bacerò sugli occhi, ma tu devi tenerli aperti” – e il rimpianto insopportabile di quella prima volta.

 

Chi poi è anche padre e ha già visto un figlio innamorarsi, troverà in questo romanzo meraviglioso, merito anche della nuova traduzione di Tommaso Pincio, il luccicore di un passato che abbaglia come la copertina del libro.
 C’è tutto l’armamentario del sublime. Una casa sulle rive dell’Oceano Atlantico aperta al vento, una secca che soltanto i nuotatori dotati raggiungono, verande e tramonti, una barca a vela più snella dei dinghy, i falò in spiaggia. È l’estate del 1963 – l’Annus Mirabilis di Larkin – e il quindicenne Michael, bassino e timido, figlio di un padre disinvolto quanto un Don Draper degli inizi e di una madre irrequieta ma fedele ma ingenua, trascorre le vacanze nella vecchia casa di famiglia.

 

La dépendance è affittata a una madre single e alla figlia ventenne, Zina. Zigomi alti, bianco assoluto di denti e capelli folti “a forza di burro e uova”: è irresistibile. Michael s’innamora, Zina ci gioca: si lascia abbracciare sotto la doccia, “‘Sono io il tuo dono. Voglio che baci questa foglia’. La teneva appoggiata alla bocca. Chiusi gli occhi e mi piegai in avanti. Lei tolse la foglia e baciai le sue labbra”. Non vuole però l’amore di Michael, lo spinge verso un’amica infatuata di lui. Zina desidera un altro: il padre di Michael, sedotto dalla freschezza di Zina. Altri adulti gravitano attorno ai ragazzi, si ubriacano, la marea metterà in pericolo gli incauti, l’estate finisce. 
Il padre che ha già letto il libro, compiuta una ricognizione nel proprio remoto eden dei baci salati, dei costumi caduti sulla sabbia, eccetera, riconosce richiami espliciti – Primo amore di Turgenev – e indiretti come Il diavolo in corpo; si rallegra che Simmons abbia scritto un racconto conradiano in cui finalmente si fa sesso e pensa che potrebbe essere una sintesi della passione giovane. Poi inciampa nell’intoppo morale della storia, e partono pensieri incoerenti e tuttavia stranamente famigliari. 


 

Insieme, Zina e Michael, sarebbero una coppia così bella che, incontrandoli, chiunque interromperebbe ciò che sta facendo per pregarli di rimanere per sempre così e insieme, quasi fossero un antidoto alla mediocrità dell’esistenza. Però questo non conta e non basta, scrive Simmons. Ci sarà sempre qualcuno che sa approfittare meglio del mondo. E per cui non ci sarà vento, cielo, sabbia moltiplicati per il giorno e la notte, non esisterà figlio innamorato – anche di lui – che tenga, o moglie che indirizzi la propria gelosia verso l’avvenente madre di Zina. Il padre vuole Zina e la ottiene perché non può soffrire. Di fronte alla disillusione furiosa del figlio, resta indifferente.

   

“Metti l’angoscia nel freezer”

   

E’ questione di esperienza, commenta, arriverà un giorno in cui della ragazza resterà solo un ricordo, poi anche questo scomparirà. Come suggerisce a Michael un amico di famiglia, “Metti l’angoscia nel freezer. Tra qualche settimana, quando aprirai il frigo, sarà tutto finito”. Il padre gli sta insegnando che vietarsi di soffrire è comprendere la vita. A Michael non viene in mente una risposta: ma evitare di provare dolore non diventa possibile soltanto dal momento in cui hai deciso di non amare? Se nel romanzo non c’è spazio per il giudizio sul cinismo paterno (ma una punizione arriverà, annunciata nella prima folgorante riga), forse è perché al padre, Simmons delega già un ruolo improbo: l’abitudine, la realtà. Il tempo. Dice: “Non mi nutro di donne. Hanno un ruolo importante.

 

Impediscono che il tempo si dissolva nel nulla. Capisci che voglio dire?”. No, nessuno lo capisce, né Zina né Michael, né madri o amici, nemmeno i cani dei due ragazzi che amoreggiano sulla spiaggia. Credono di avere ciò che vogliono dalla vita perché è ciò che vogliono, non perché è quello che lei ti vuole dare; confidano nella vita guardata a testa in giù. E anche tu, che ormai dovresti aver scelto di pensare come quel padre e, ovunque ti aggiri riconosci il suo trionfo, anche solo per un istante, magari davanti alla fidanzata del figlio incontrata sulla porta di casa, ciao-buonasera, rimanderai ancora, ricordando l’estate in cui sentivi di esser nato da quel lato dell’amore in cui ci si fa male. E la sera rabbrividivi per il troppo sole.

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