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L'anima messa alla prova

Ma che bella esperienza. Francesco Piccolo, il Perù e la salvezza degli ospiti venezuelani

12 Ottobre 2018 alle 10:28

L'anima messa alla prova

Sono andato all’aeroporto a prendere mia figlia che è stata un mese e mezzo in Perù per fare volontariato in un paesino sperduto nelle Ande, a venti ore di autobus da Lima. Tutti mi dicevano: ma che bella esperienza. Io pensavo che non era una bella esperienza almeno fino a quando non fosse tornata di nuovo qui davanti a me, e dopo avrei pensato che era una bella esperienza. Invece per un mese e mezzo ho pensato soltanto a come sarei potuto mai arrivare in questo paesino sperduto se mia figlia mi avesse chiamato per dirmi: devi venire, ho bisogno di aiuto. E per un mese e mezzo ho tenuto il cellulare sul comodino con la suoneria al massimo e ho scoperto che la gente di notte ha una grande attività di messaggi e di mail, e si ricorda di scriverti le cose quasi sempre intorno alle tre. Comunque mia figlia non mi ha chiamato e soprattutto a un certo punto è tornata. Quando è uscita al terminal degli arrivi ci siamo abbracciati a lungo, commossi. Era qui davanti a me, le ho detto: che bella esperienza che hai fatto.

 

Poi per tutto il resto della giornata mi ha raccontato quello che è successo in questo mese e mezzo, tutte le cose che ha fatto e tutte le persone che ha conosciuto.

 

Tra le altre questioni, ho scoperto che anche il Perù ha il problema dell’immigrazione, e perfino questo paesino sperduto nelle Ande. I venezuelani, come alcuni sanno, stanno scappando via dalle loro terre perché il paese precipita in una povertà rapida e inarrestabile. Molti di loro attraversano il confine del Perù. E alcuni di loro sono arrivati in questo paesino. Mia figlia è diventata amica di due giovani venezuelani, pieni di passione per la vita, per la politica, per l’arte. Fanno lavoretti per mantenersi e sono clandestini. In Italia, ha detto all’improvviso mia figlia, deviando il discorso e piantandomi gli occhi negli occhi, avrebbero il visto come lo avrebbe qualsiasi venezuelano. Quindi papà – ha detto – con lo sguardo che dava per scontato il comune sentire e l’apprensione per le sorti del mondo, se noi accogliessimo questi due ragazzi per qualche tempo a casa e poi tu trovassi loro un lavoro, potrebbero rifarsi una vita. Sarebbe bello, vero?

 

Ho capito che mi stava chiedendo una cosa che aveva già elaborato da tempo e di cui aveva evidentemente già parlato con i due clandestini venezuelani. Le ho risposto: poi vediamo. Poi vediamo vuol dire andiamo avanti, ne riparleremo, casomai quando il tuo ardore umanitario si sarà un po’ abbassato con il cibo e i comfort romani. Ma lei mi ha detto: tu lo faresti vero? Li aiuteresti vero?

 

E ho capito che faceva sul serio (lo avevo già capito, ma avevo preferito dire: poi vediamo). E quindi ho detto: beh sì, potremmo ospitarli e loro in cambio di vitto e alloggio potrebbero fare i nostri camerieri, tipo che si occupano di tutto e con un po’ di istruzioni potrebbero dire presto la frase che sogno da quando ero bambino che qualcuno mi dica quando mi alzo e prendo il caffè: “Signore, cosa vorrebbe mangiare oggi?” (in realtà, ho riflettuto, non mi alzerei per prendere il caffè, ma me lo porterebbe a letto uno dei due venezuelani). Mia figlia mi ha guardato e ha riso, poco, ha detto che ho sempre voglia di scherzare anche sulle cose serie. Io non stavo scherzando per niente, ma sono abbastanza intelligente da capire che a quel punto era meglio dire che stavo scherzando. Così lei ha continuato e ha detto: sarebbe bello ospitarli per qualche tempo (non ha specificato quanto), fargli vedere Roma, intanto cercare per loro un lavoro bello, tu con le tue amicizie potresti trovarglielo, e poi quando saranno sistemati li aiuteremmo a trovare una casa o una stanza tutta loro. Che dici, papà, sei d’accordo? Lo facciamo, li aiutiamo? E’ bello se lo facciamo, no?

 

A quel punto i suoi occhi nei miei occhi sono diventati dritti, guardavano nel fondo dell’anima di suo padre, un po’ aspettando che dicessi un sì entusiasta un po’ pretendendo che dicessi un sì entusiasta, e in fondo essendo sicura che avrei detto un sì entusiasta.

 

Io ricambiavo lo sguardo, e intanto pensavo ai due venezuelani che venivano a stare a casa nostra per qualche tempo ma non si sa quanto, che poi loro visitavano la città e io intanto cercavo un lavoro molto più che dignitoso e poi dopo un po’, ma non subito, cominciavo a cercare anche un posto confortevole dove potessero trasferirsi. E poiché lei stava cercando di scrutarmi nell’anima, io ho cercato di mettere qualcosa davanti alla mia anima per nascondergliela, perché lei non la vedesse, mentre le rispondevo un debole: sarebbe bello, sì – e intanto dentro di me pensavo soltanto due parole semplici e nette e risolutive, che non potevo pronunciare davanti allo sguardo convinto di mia figlia e però non riuscivo a pensarne altre.

 

Pensavo: col cazzo.

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