cerca

Cosa ci aspettiamo

Non si può ricoprire il mondo di gommapiuma, ma vaccinare i figli (e noi) con Anna Karenina?

12 Ottobre 2018 alle 10:33

Cosa ci aspettiamo

Che cosa ti aspettavi?”. Quando scartavi l’ovetto Kinder e la sorpresa era meno bella di quello che ti eri immaginato, quando alla gita scolastica arrivavi in ritardo e tutti in pullman stavano già seduti dietro e non c’era più posto, quando avevi desiderato una macchina, una casa, una laurea, un lavoro e poi erano solo una macchina, una casa, una laurea, un lavoro.

 

“Che cosa ti aspettavi?” pensa Stoner, il protagonista del romanzo di Williams, alla fine della sua anonima vita quando dal suo letto, malato, ne traccia un bilancio.

 

Dopo i quaranta è inevitabile. Misurare la distanza fra realtà e aspettative è un esercizio quasi quotidiano. Ma anche prima, a tutte le età, il metro è a portata di mano. 

 

Quando hai dei figli, poi, soffri doppiamente, ti doti di antenne invisibili e senti ovunque spilloni, asperità e screpolature che potrebbero ferirli. Ma siccome sai che devi anche lasciarli andare trattieni il fiato e speri. 

 

Quando l’ho visto staccarsi per la prima volta dal tavolino del soggiorno e zampettare incerto ma euforico verso la parete opposta, il mio radar invisibile intercettava tutti gli spigoli ad altezza testa, i metri che mancavano al traguardo e in mezzo l’orlo del tappeto che avrebbe potuto farlo inciampare. Avrei voluto smussare con una pialla tutti gli spigoli, allisciare il pavimento, le strade, i marciapiedi, togliere tutti gli ostacoli, ricoprire con metri e metri di gomma piuma il mondo intero. Invece dovevo stare immobile, lasciarlo  fare, nel caso lasciarlo anche cadere.

 

Ora che ha sette anni, quando racconta qualcosa ci mette ore, si perde fra le parole, fa fatica a pronunciarle, incespica e balbetta. Tu sei lì che vorresti aiutarlo, anticipando le parole, srotolandole davanti a lui morbide e serene, invece non puoi fare nulla tranne aspettare che pronunci da solo la frase completa.

 

Poi c’è lei, che ha undici anni e si muove in un mondo nuovo, quello della prima media, fatto di ragazzini dinoccolati che usano tutti le stesse magliette e scarpe da ginnastica, trascinano zaini enormi e si imbarazzano per ogni cosa. Quindi i genitori camminano lungo i muri per non far rumore, ogni rumore può essere fatale. Anche un “ciao tesoro” può uccidere la reputazione di un preadolescente per sempre se pronunciato ad alta voce da una madre o da un padre al cancello della scuola. Quindi si sta zitti e in apnea, tutti assieme, un branco di quarantenni che fumano, guardano gli smartphone, rovistano nelle borse facendo finta di trovarsi lì per caso. Poi, raggiunti dall’adolescente che si infila in auto, ci si mette al volante come autisti anonimi di una gang e si guida verso casa accettando monosillabi come risposte.

 

Ma non è che i radar si siano spenti, anzi. Li senti fisicamente tutti gli ostacoli, gli spigoli, le asperità del terreno. Si sono trasformati nel ragazzino che le piace ma non se la fila, nell’amica che era amica e ora non è più amica, nella festa di Halloween a cui non si sa se la inviteranno. Oggi come allora vorresti rivestire la scuola media di gomma piuma, allisciare il terreno perché non si faccia male, non le facciano male.

 

In particolare io vorrei prendere a schiaffi il ragazzino indifferente, strattonare la migliore amica traditrice e poi scrivere di nascosto inviti alle feste di Halloween per lei, milioni di inviti a milioni di feste. 

 

Le delusioni emotive e sentimentali che l’aspettano – perché sai che l’aspettano – sono dietro l’angolo. Il tuo radar è acceso, hai rotoli di gomma piuma sotto il braccio, ma questi spigoli sono più difficili da smussare.

 

Allora fai l’unica cosa che ti viene e che puoi fare da genitore che crede nella scienza: la vaccini.

 

Contro la gelosia le passi Anna Karenina di Tolstoj, contro il pregiudizio razziale Il buio oltre la siepe di Harper Lee, contro i rimpianti Il Grande Gatsby di Fitzgerald, contro la malinconia Gianni Rodari, contro la stupidità Italo Calvino. Vorresti inocularglieli di nascosto sottopelle, appoggiandoli piano piano sul suo comodino, nell’illusione che i libri possano essere vaccini. Lei ovviamente mica li legge. Lei fa i Musically sul tuo telefonino, ma tu ogni tanto riprendi in mano quei libri, li rileggi per continuare a vaccinare te stessa, anche se non serve a niente. La gelosia è sempre una spina dolorosa e irrazionale, i rimpianti scavano dentro, la malinconia è dietro la porta. Lo sai che, anche quando e se li leggerà, nulla la salverà dalle aspettative tradite, dalla sofferenza, dal giudizio degli altri, dalla tristezza, dalla vergogna e dalla paura.

 

E’ un’illusione pensare che i libri ci facciano diventare più corazzati. Ma ogni volta ci caschiamo e alla fine ci si ripete, come Stoner, che ha amato ma non fino in fondo, che ha lavorato ma non fino in fondo, che ha vissuto ma non fino in fondo, “che cosa ti aspettavi?”.

 

Non resta che trattenere il respiro, tenere la gomma piuma arrotolata sotto il braccio. E sperare che vada bene.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi