L'animale che ti porti dentro

Annalena Benini

La furia del desiderio, il terrore dell’impotenza, la brutalità, l’immaginazione, il romanticismo Francesco Piccolo indaga la condizione di maschio fra i maschi, tra cultura e inestirpabile bestialità

“Ci guardiamo il cazzo come se aspettassimo da lui una decisione” (Ennio Flaiano, “Diario degli errori”)

 

Dopo avere letto questo libro, se si è donne, bisogna decidere che cosa provare per gli uomini, per la loro condizione particolare di maschi: pietà, incazzatura, disprezzo, esasperazione, attrazione, invidia, simpatia o forse un insieme di tutti questi sentimenti, ma con il desiderio di litigare, ancora e per sempre. Se si è uomini, non credo di riuscire a saperlo davvero, ma immagino che L’animale che mi porto dentro di Francesco Piccolo spingerà un maschio a confrontarsi, a sentirsi un verme, denudato in quello che cerca da decenni di nascondere, ma anche quindi a sentirsi sollevato, e in fondo un fico, farà scattare una competizione interiore, forse anche qualche gara di virilità, e un senso di appartenenza e di comunità, proprio come nella foto di copertina del romanzo (la foto si intitola: Gli italiani si voltano, e sulle facce di questi uomini che guardano una donna bella e forte camminare sola, e quella donna è Moira Orfei, ci sono moltissime sfumature e possibilità di maschio: maschio degli anni Cinquanta, quindi maschio per sempre fermo a desiderare una donna in movimento).

 

L’unica cosa che davvero conti per un libro è la reazione di un lettore. La reazione a questo libro è di scuotimento dal torpore

Ma la cosa più importante, la più interessante, l’unica che davvero conti per un libro, è la reazione di un lettore, e allora non importa se sia un uomo o una donna: la reazione a questo libro è di scuotimento dal torpore. Come l’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi, come un racconto personale che diventa universale e arriva dritto al confine fra la nostra indulgenza e la verità, e ci stupisce perché non si ferma, non fa calcoli, non è prudente e non è pudìco. Soprattutto, non ci salva. Questo libro non salva gli uomini, ma nemmeno li condanna. Li svela dicendo: io, e dicendo a volte: noi, e lascia sempre sullo sfondo le donne, perché sta scavando esclusivamente dentro la formazione e la condizione di un maschio, sta tirando fuori la sua bestialità, assopita o tenuta a bada dentro la cultura, dietro il sentimento: la bestialità tramandata e interiorizzata, a volte addomesticata, la bestialità anche divertente di un uomo che riesce a intuire le forme di una donna sotto qualunque vestito, a guardarle le tette senza nemmeno alzare la testa, e piange per amore da quando ha undici anni ma fonda tutta la sua vita sulla forza, soprattutto sulla forza di un’erezione. E la domanda che una donna farà a se stessa, in un vivo tentativo di confronto personale e universale è: questa bestialità, fondamentalmente questa semplicità, mi repelle o mi interessa? La voglio cambiare, la voglio uccidere, la voglio cancellare da questa moderna civiltà che abbiamo costruito, o voglio averci a che fare – e anche: mi voglio vendicare?

Voglio che mi guardi le tette senza alzare la testa o invece il fatto che me le guardi mi offende, mi repelle? Non solo: dico che mi repelle e mi annoia ma invece temo il momento in cui non le guarderà più? Il momento in cui la bestialità sarà estirpata dai rapporti fra uomini e donne, o il momento, liberatorio o deludente, in cui la donna che sono non susciterà alcuna bestialità, alcun pensiero segreto o goffo tentativo di seduzione.

 

Un libro così certo non risolve i problemi (non deve: è letteratura), ma fa la cosa più importante, come diceva Cechov, “presenta i problemi nel modo corretto”, accompagna i lettori, uomini e donne, alla scoperta di sé in relazione all’altro, e in relazione soprattutto a questo tipo particolare di maschio: intellettuale sentimentale meridionale, che sputa addosso all’arbitro durante una partita di pallacanestro, che lotta per allontanarsi dal modello maschile di suo padre, che è sensibile e attento ma in un impeto di ira trascina sua figlia in camera per i capelli, che pensa di scopare con la proctologa che lo sta visitando per le emorroidi, e che a un certo punto della vita decide di far soffrire qualunque donna si troverà di fronte, fino alla morte. Per rivalsa, per questa idea di forza sia mentale sia fisica (basata sulla fiducia nella propria erezione), per il coro greco di tutti i maschi della sua vita che gli dicono, sussurrano, gridano: e non te la scopi quella?, e per una cosa più semplice, innata, inestirpabile: la bestalità del maschio.

 

La bestialità di Randle McMurphy in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Posseduto dalla collera e dal desiderio erotico

La bestialità viene dichiarata come una specie di follia, quella di Randle McMurphy interpretato da Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo, citato nelle prime pagine di questo libro. Jack Nicholson arriva nell’ospedale psichiatrico, devono capire se la sua malattia mentale sia reale o simulata. Perché sei finito qui dentro? “Be’, così a occhio e croce, è perché faccio a botte e scopo troppo”.

Perché sono in fondo posseduto tanto dalla collera quanto dal desiderio erotico, perché sono solo un uomo, sono solo un maschio e anche perché, come lo accusa e lo svela sua moglie in un albergo di Helsinki, “ti senti stocazzo”.

 

Se non leggiamo un libro per essere salvati, per essere consolati e compiaciuti e addormentati, allora questo libro, quest’ascia, farà quello che dovrebbero fare i libri: continuerà a girare nella testa, ossessionerà, farà sentire a disagio, accusati e forse anche assolti, indagati dentro una brutalità che costituisce i maschi e ingaggia una lotta con la cultura, la modernità, la capacità di stare al mondo, e anche con la volontà di non mettersi mai più in ridicolo.

 

I maschi cercano di ignorare l’animale, ma l’animale poi esce fuori da tutte le parti. Trova una fessura, una calma, o invece un dolore, un motivo di rabbia, e esplode. Ha a che fare con il desiderio di potenza, come per Sandokan ne Le tigri di Mompracen il primo libro letto da questo Francesco Piccolo maschio meridionale sentimentale scrittore e stocazzo.

“Leggo e vedo film e ascolto canzoni perché la mia vita non mi basta, per costruire l’identità devo usare altri strumenti, più che posso. E ho cominciato a scrivere per affermare una diversità: dagli altri maschi, ma soprattutto da quel me stesso che è gli altri maschi. E da mio padre. Le tigri di Mompracen l’ho letto a otto anni, forse nove. E parla dell’argomento del libro che sto cercando di scrivere, della mia vita che sto cercando di capire”.

 

Una lettrice forse si sentirà finalmente sollevata di non essere un uomo, di non sentire quel ronzio di voci insistenti nella testa

Francesco Piccolo dice: io, e quindi ci porta immediatamente a credergli, ad accoglierlo o a respingerlo, a dargli tutta la responsabilità, e a muovere lo sguardo insieme a lui che sta scrivendo per capire la sua vita e quindi anche la nostra. Non ci sono passaggi, non ci sono strati da togliere, non ci sono botole da aprire per il lettore: l’animale è lui, noi dobbiamo solo affrontare il cammino con questo personaggio, provare pietà per il ragazzino con i brufoli o per quello sulla panchina che piange, commuoverci e divertirci per le avventure sentimentali e erotiche, per i fallimenti, per il senso di euforia e per quello di sconfitta. Detestare quello che uno scrittore in movimento ha messo a nudo come detestabile. E cercare un tormento che forse non esiste, spaventarci o placarci per quell’ira funesta e per l’amarezza profonda che dà la mancanza di uno spiraglio di salvezza. Ma non è la salvezza che conta, ciò che conta è la verità, e per costruirla bisogna mettere in atto tutti gli inganni possibili.

Con questa forma narrativa, un romanzo che non è un romanzo ma non è nemmeno un saggio o un’autobiografia, è un racconto in prima persona che crea l’illusione di una realtà più reale della realtà stessa, e allo stesso tempo di una vita psicanalitica, interiore, come se stesse tutto dentro la fuga e rincorsa dell’animale, L’animale che mi porto dentro offre molta, entusiasmante e sconfortante, verità.

 

Questa non è l’invenzione della verità: la furia del desiderio, l’ossessione di un uomo per il suo cazzo, il terrore dell’impotenza, la brutalità, l’immaginazione erotica non sono invenzioni di Francesco Piccolo, come non lo sono state di Italo Svevo e di Philip Roth, ma sono il suo preciso e unico racconto della verità: avvolgente, morbido, rassicurante, e all’improvviso invece durissimo e senza più aria per respirare.

 

Francesco Piccolo dice: io, e quindi ci porta immediatamente a credergli, ad accoglierlo o a respingerlo, a dargli tutta la responsabilità

La verità del maschio in continua (nel suo caso) lotta fra il tentativo di essere diverso, singolo, un individuo, e il gruppo di maschi che lo sorveglia. Fra lo stesso scemo di sempre, bisognoso di essere amato, e Michael Corleone che non vuole assomigliare alla sua famiglia ma poi diventa a sua volta il Padrino. Uno che non va dal parrucchiere perché pensa che sia da “ricchioni”. E smette di soffrire per amore nel momento in cui, all’ora di pranzo, gli viene fame. Perché in fondo, anche dentro questo tentativo di comprensione, di autodenuncia letteraria e umana, ignora tutto, non sente niente, non desidera davvero, realmente, profondamente, di essere diverso da così: si deve salvare. Non vuole fare a meno dell’animale che lo accompagna da sempre, che costituisce la sua situazione particolare di essere maschio, come direbbe Simone de Beauvoir, lei convinta che nessun uomo si sarebbe mai messo a scrivere un libro su questa condizione (è l’esergo de L’animale). Si sbagliava, perché non aveva ancora letto La coscienza di Zeno, ma non si sbagliava perché cinquant’anni dopo Il lamento di Portnoy è difficile accettare la nudità di un’ostinazione così tirannica, così solo in superficie allegra e invece cupa, inquietante, in cui anche la violenza e la sete di supremazia sono indissolubili dalla complessità di un uomo.

 

Francesco Piccolo è andato sotto la superficie allegra del maschio che guarda il culo delle donne e pensa: sarà brava a scopare?, e immagina, mentre loro gli parlano, il raptus erotico della barista, dell’amica, della collega, della madre di scuola che all’improvviso si alzano la gonna e dicono: violentami non ce la faccio più.

 

Andare sotto la superficie significa individuare e rendere nitida la formazione di quel costante pensiero parallelo, andare avanti e indietro nel tempo di un’esistenza, mostrare le conseguenze e anche le prove di quel pensiero. Tutto questo mentre il maschio intellettuale sentimentale meridionale ammette, insieme al coro dei maschi: noi vorremmo fare tutto quello che ci passa per la testa senza pagare alcuna conseguenza e non riusciamo ad accettare che non sia possibile (un altro dei pensieri primari fondamentali è: se quello ti ha messo la mano sul culo è perché tu hai fatto la zoccola. Lo pensava negli anni Cinquanta, lo pensa oggi).

“Sono nato già così. Per tutta la vita ho cercato di separare le due parti, di far prevalere l’individuo rispetto al genere, e alla fine di una fatica enorme e fallimentare, mi sono rassegnato a tornare a com’ero a undici anni. Non ho risolto nulla, ho aggiunto e mischiato, aumentato le contraddizioni, ma forse era tutto quello che potevo fare. Non ho lasciato campo libero all’animale, ho provato a recintarlo o addormentarlo, addomesticarlo o affamarlo; qualcosa ho ottenuto, ma piano piano che gli anni passavano ho dovuto accettare che potevo solo ottenere di non esserne del tutto sconfitto – ma non vincerlo”.

 

A questa confessione quasi finale, dopo il racconto importante e vivido, intellettuale, psicanalitico e carnale di quante cose compongano un uomo, un lettore maschio risponderà secondo la sua coscienza o incoscienza, secondo il coraggio e il desiderio che ha di andare al fondo di sé, anche secondo l’angoscia di dimostrare di essere maschio. Una lettrice forse si sentirà finalmente sollevata di non essere un uomo, di non sentire quel ronzio di voci insistenti nella testa, di essere, quindi, molto più libera di un maschio. Nella foto di copertina noi non vediamo la faccia di Moira Orfei che cammina davanti alla folla di maschi: probabilmente non gliene importava niente, o forse invece era contenta, fiera. Di certo non impaurita. La paura, ho capito grazie a questo libro, non la paura indotta ma la paura in sé, è un sentimento maschile.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.