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La sua prima foto

Cinque millimetri di futuro che non esisterà e un’immagine che non cancellerò mai più da Whatsapp

21 Settembre 2018 alle 17:45

La sua prima foto

Marc Chagall, Le Paradis, olio su tela © Musee national Marc Chagall, Nizza

E’ una foto, soltanto una foto. Messa lì tra i media, link e documenti che continueranno ad accumularsi nei giorni, nei mesi, incastrati tra le parole di una chat di Whatsapp. I ricordi invecchiano, a volte scompaiono del tutto per poi tornare alla memoria distratta, e le foto servono a questo. L’immagine in bianco e nero di un corpo che un corpo non è ancora mi capita davanti agli occhi quando nel telefono vado a caccia di ricordi. A volte ci inciampo perché so che c’è, ma faccio finta di non saperlo. A volte lo so e basta e la cerco avvertendo la stretta al cuore, il sospiro che esce da una serie infinita di forse, tutti piccolissimi, tutti in bianco e nero come una fotografia che una foto non è. “Rispondimi, è importante”. Richiamo, penso. “Pronto”, “dimmi”. “Sono incinta”. “Evviva”, rispondo perché è così che viene in mente di rispondere a una novità, a una notizia finalmente bella. Quando all’improvviso ci si accorge che davvero si può diventare madri, che i figli non sono solo degli altri: ci si sente sempre troppo giovani, o troppo vecchie. Troppo impegnate, o troppo poco per permetterselo. “Di quanto sei incinta?”. “Non lo so”. Nella voce ho sentito gli incubi che non riuscivano a sciogliersi nelle mie rassicurazioni, i progetti che già sembravano rompersi contro le necessità di una nuova forma di esistenza. E poi: “Non so che cosa fare, vado a casa e gliene parlo”. Io nemmeno saprei cosa fare, penso, esattamente come lei andrei a casa e gliene parlerei, sapendo che lui mi dirà che è fantastico e che io penserò con rabbia che lui non sa di cosa io stia parlando. Qualche ora dopo, la foto è entrata nel mio telefono.

   

Cinque millimetri di esistenza e una forma che di umano non ha assolutamente nulla. Una cellula, minuscola, con un buco in mezzo che mi sembra, ancora oggi quando la guardo, una delle cose meno reali e più belle che io abbia mai visto.

  

“Come stai?”. “Agitata”. Lo sarei anche io, penso ma non lo dico. Così quella minuscola forma informe, che sembra un’immagine in movimento e fuori fuoco, pronta a trasformarsi, è diventata una serie infinita di sarà. Sarà bello, sarà alto, sarà biondo, sarà moro o forse rosso, chissà, sarà un attore, un giornalista, un bidello, un matto. Sarà buono, sarà cattivo, suonerà il violoncello elettrico, avrà i piedi lunghi o le spalle larghe. O sarà una femmina, una bambina, vivrà a Lisbona e non prenderà mai la patente. L’importante è che sarà qualcuno, l’importante è che diventerà. Il solo fatto che quella foto fosse nel mio telefono mi faceva pensare che lui ci sarebbe stato, per sempre, o sicuramente ci sarebbe stato oltre la fine della mia esistenza. Questo gioco al futuro, questo puzzle dell’immaginazione, questo trionfo dell’idea mi piaceva incredibilmente. Il futuro mi agita, ma pensare al futuro mi piace, non solo perché è un tempo verbale melodico, è eufonico, è aperto. Ma è anche la dimensione della fantasia dove i rimpianti non esistono.

  

Tra il possibile e l’impossibile

In un romanzo, Nicole Krauss scrive che l’infanzia è un processo di lenta ricomposizione di se stessi con i materiali presi in prestito dal mondo. In un momento qualsiasi ogni bambino perde l’ultimo atomo ricevuto dalla madre e diventa mondo. Così in quella foto, quell’esistenza imperfetta ancora non poteva sapere nulla del mondo: era fatta delle mie fantisticherie frenetiche, di tempo dilatato e degli atomi di sua madre. La purezza di un’idea. Non ci sono altre foto e non ce ne saranno. “Mi dispiace tanto”. “Anche a me”. Non sarà alto e nemmeno basso. Non sarà biondo e nemmeno moro. Non sarà maschio e nemmeno femmina. Non sarà matto e nemmeno un architetto. Non vivrà a Lisbona e nemmeno a Roma. Quella forma non c’è più, è rimasta la foto che non riuscirò mai a cancellare. Un’immagine immobile che continua a sembrarmi in movimento, una cellula che per poche settimane ha rappresentato ogni sfumatura dell’umanamente possibile e ora è lì, sempre più lontana dall’ultimo messaggio ricevuto, distante nel tempo e nello spazio ristretto di una chat, ma ferma a ricordare ciò che possibile non è più. In eterno saranno sempre cinque millimetri di ma, di forse, di se. “Che fai?”. “Cerco di non rispondere alle tue domande”. “Come stai?”. “Vivo tra il sonno e la veglia”. Tra il possibile e l’impossibile. “Non ne parliamo più”. “Mi dispiace”. “Non esiste più”. Non è mai esistito, penso.

  

Roma è una città che ti obbliga ad apprezzare le attese e ad accettare la promiscuità, soprattutto nei mezzi di trasporto. L’altro giorno una ragazza in autobus inviava un messaggio. La stessa foto, in bianco e nero, cinque millimetri o poco più. Qualcuno le rispondeva poco empaticamente con mille cuoricini. “Non vedo l’ora di conoscerlo”, scriveva la ragazza, mentre la foto, piena di sarà, si perdeva tra i cuori e gli auguri, in una chat di Whatsapp.

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