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Il sapore che mi ha reso figlio

Le albicocche che mi portava lui, i croissant che gli ho portato io

28 Settembre 2018 alle 15:14

Il sapore che mi ha reso figlio

Foto Pixabay

Dovessi ripensare all’odore di mia madre, non potrei nemmeno immaginarlo, di quello si è intrisi, è il proprio e l’altrui contemporaneamente. Invece per immaginare l’odore che dà forma e corpo a mio padre e non al suo ricordo, ma alla sua presenza subito penso a due gesti complementari che in un certo senso ci hanno unito dall’inizio fino alla fine.

  

Il primo riguarda la forma e la compattezza morbida e vellutata delle albicocche, buonissime quelle che solo mio padre cercava e trovava uscendo dal lavoro tutte le sere e per tutti i giorni in cui la malattia da bambino mi lasciava stremato in un reparto d’ospedale non dei più promettenti.

  

A quel tempo mio padre, finito il suo lavoro, raggiungeva la camera d’ospedale dove stavo recluso ormai da parecchie settimane portando con sé un sacchetto di carta marrone di cui ricordo benissimo il suono del suo stesso stropicciarsi.

  

Arrivava trafelato guardando di sfuggita e d’intesa allo stesso tempo mia madre che in ospedale con me passava anche la notte. Poi si voltava sorridente verso di me mostrandosi sereno e rassicurante. Io ero un bambino, ancora non andavo a scuola e lui era un giovane uomo di nemmeno trent’anni. Io ero il suo secondo figlio e ogni cosa doveva apparigli di incredibile novità, ma anche terribilmente complicata. Per quel che so ancor più che per quel che mi ricordo, io so che stavo felice e finalmente riposato tra i suoi occhi blu e so anche che quelle albicocche tanto agognate, sugose e dense insieme erano l’indizio di un tempo che non poteva che essere migliore. Erano un pezzo fondamentale di forza che allora malato mi mancava, erano un pezzo necessario di felicità di cui avevo assoluto bisogno nel mezzo della mia sfinita rabbia.

  

Le mangiavo avidamente dopo averle con cura aperte e leccate, come si deve fare con un frutto. Le mangiavamo insieme e così io mi dimenticavo della costrizione del letto, della noia di quelle giornate e di certe facce grigie che si affannavano su di me nei loro sterili camici bianchi. Da allora l’albicocca non mi ha mai abbandonato e questo lo devo a lui, un frutto come una compagnia perenne, come un’immagine chiara di felicità. Comprare un’albicocca, aprirla, leccarla e poi morderla, sempre per tutta la vita.

  

L’altro gesto, più incostante, è avvenuto come in un tragico destino a parti invertite. Un gesto che è toccato a me fare. Questa volta ero io che andavo in ospedale trafelato provando a mostrarmi sereno. E’ toccato a me cercare di alleviare, per quel poco che potevano fare i miei occhi, la sua sofferenza e la noia perenne di una condizione ormai disperata.

  

Lui veniva da me la sera mentre io arrivavo da lui la mattina con le prime luci dell’alba. Lo guardavo dormire, lo aspettavo svegliarsi, gli portavo giornali e croissant. I croissant erano scelti con cura attraversando la città, alle volte in bicicletta, alle volte in pullman alle volte a piedi altre volte anche in funicolare. Sto in una città che ha un sopra e un sotto e i croissant non sono tutti uguali, nemmeno quando si possono dire sempre buoni, vanno scelti con attenzione a seconda del gusto che si vuole, della fragranza che si preferisce.

  

Il giorno di chiusura della pasticceria per pudore nemmeno mi presentavo e gli toccava pure perdersi i giornali, la costanza non è mai stato il mio forte. E ho sempre confidato che lui lo sapesse e non se ne avesse.

  

Albicocca e croissant, sacchetto di carta marrone e sacchetto di carta bianca con decori color oro, c’è altro nel mezzo? C’è altro da dire? Sicuramente ce ne sarebbe, queste due sciocchezze non vogliono dire quasi nulla di lui e del di me figlio, ma dicono qualcosa di abbastanza preciso di due uomini; uno cresciuto con un po’ troppa indolenza e l’altro invecchiato e svanito con un’eccessiva e terribile fretta. Ci siamo uniti e separati quasi sempre per questioni di gusto e per differenza di sensibilità. Abbiamo dato sfogo come meglio potevamo ai nostri cinque sensi, si vive così e così ci si riconosce, anche quando non ci si riconosce affatto.

  

I ricordi li ho abbandonati quasi subito e in ogni caso non sono altro che la distorsione impura di ciò che è stato e che non ha più senso che sia ancora, ma i sensi quelli li ho. Come leggo, come guardo e come mangio, come tocco e come sento, tutto questo viene da lì o meglio da lui. Tutto questo viene da un’albicocca e so già ora che non arriverà mai quel momento in cui non ne avrò più voglia, perché fino a quando potrò, avrò voglia di quel sapore, di quella cura che ha tradotto la mia vita in forma di figlio.

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