Lasciateci divertire

Le voci nella testa, le poesie sulla carta. Davide Bregola e i poeti del centro psichiatrico

12 Gennaio 2018 alle 14:23

Lasciateci divertire

Luigi Onetti, "Il pazzo" (1898 )

C’è Stefano che dopo la lettura della poesia Lasciatemi divertire di Aldo Palazzeschi, quella che fa cuccuccurucù! ed è molto strana, dice di aver tentato la strada del lavoro di poeta. Ha smesso i panni dell’artista perché si guadagnava troppo poco e lui aveva tante bocche da sfamare. Sarà una storia vera? Fabiano invece declama versi improvvisati dopo aver ascoltato A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali, Io dirò un giorno le vostre nascite latenti: A, nero corsetto villoso di mosche splendenti Che ronzano intorno a crudeli fetori di Rimbaud. Siamo al Centro Psichiatrico dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Mantova. Qui si fa laboratorio di poesia da sei mesi e io per alcuni degli ospiti sono il maestro, per altri il professore, per altri ancora il Dottor Bregola o semplicemente Davide. Non c’è una regola precisa o almeno le regole ci sono ma cerchiamo di non farci caso perché ogni volta che ci incontriamo in venti, venticinque, a volte in diciotto, altre in ventidue, leggiamo i grandi poeti italiani e stranieri senza cercare di capirli ma prendendo le loro parole come fossero pietre preziose.

 

Emily Dickinson, Antonia Pozzi, Verlaine, Baudelaire, Dino Campana ma anche poeti viventi, purché grandi. Come facciamo a capire se i poeti letti sono grandi? Se le loro parole producono poesia dopo la lettura allora sono grandi poeti. Con i pazienti del centro ho fatto un patto: la poesia si ascolta, la poesia si può commentare, la poesia non si deve necessariamente capire. Anzi come prima regola abbiano deciso all’unanimità che non c’è nulla da capire, perché capère, etimologicamente significa prendere, tenere, e invece noi negli incontri di poesia vogliamo dissipare tutto, scrivere, ascoltare, senza afferrare nulla. Intanto accorgersi della poesia è già una scoperta importante. Quando Clementina si è accorta dei simboli nella poesia della Dickinson, ha iniziato a scrivere per simboli e la sua percezione delle cose è lievitata: Dolce è la palude, con i suoi segreti, fino all’incontro con un serpente; ed è allora che rimpiangiamo il villaggio scrive Emily nella poesia 1740, e Clementina scrive: Nella nebbia ombre che camminano con le loro gioie. I fardelli svaniscono dietro ramoscelli. Oppure Barbara si entusiasma ad ascoltare, leggere, condividere Antonia Pozzi: Gioia di cantare come te, torrente; gioia di ridere sentendo nella bocca i denti…Tra i pazienti del centro psichiatrico ci sono persone di ogni estrazione sociale, persone di varia cultura. Elisa ha studiato Scienze dell’Educazione e quando ho parlato di “Immaginazione attiva” e di “Ombra” ha capito perfettamente che eravamo nell’ambito della psicologia del profondo e di Jung. Barbara ha fatto Filosofia e si è diplomata in pianoforte al conservatorio. Mi parla del compositore Ligeti e di lezioni che seguì con lui sulla musica del vento e della sabbia. Tutto diventa spunto per scrivere poesia, così da una suggestione della “micro polifonia”, parliamo di sinestesia e onomatopea. Tra i partecipanti al laboratorio ci sono ragazzi e ragazze, uomini e donne. L’età varia dai 23 ai 55 anni. Fabio è il più giovane. A un certo punto una voce nella sua testa aveva preso il posto della sua voce interiore e non riusciva più a controllarla. Questo gli procurava paura e allucinazioni. Mario è il più anziano del gruppo, ma è sopravvissuto a droghe pesanti e a molti tentativi di suicidio. Ora gli vengono bene le poesie d’amore. Nel gruppo ci sono bipolari, depressi cronici, persone con manie di persecuzione, psicotici, altri ancora hanno allucinazioni con deliri spesso riconducibili alla religione, al misticismo. Qualcuno di loro aveva vite normali, con lavori normali, con relazioni all’apparenza normali, poi tutto si è disfatto all’improvviso e dopo vari trattamenti sanitari obbligatori sono arrivati al centro. Qualcuno sta al diurno e alle quattro di pomeriggio torna a casa. Qualcuno invece vive lì e va al secondo piano dello stabile in cui c’è il reparto. Tutto intorno infermiere, psicologi, psichiatri, educatori. Per quel che posso dico loro di ambire ad essere artisti, leggo un brano di una lettera di Rimbaud in cui il poeta parla dell’importanza di essere veggenti e dico loro di provare ad essere veggenti, poi leggiamo Rilke e i suoi consigli al giovane poeta al quale dice: “Penetrate in voi stesso”. Molti dei partecipanti all’atelier di poesia capiscono perfettamente cosa vuol dire Rimbaud e cosa cerca di suggerire Rilke, perché i pazienti psichiatrici hanno lavorato moltissimo sull’introspezione e spesso proprio questa sensibilità introspettiva è stata la causa e l’effetto delle loro malattie mentali. Fabio vuole riscrivere la Divina Commedia in endecasillabi, così come Michael e Stefano si esaltano a sentire parlare di sdrucciole, sinalefe e dialefe; si divertono a contare le sillabe di A Zacinto del Foscolo e i settenari del Petrarca. In tutti i nostri incontri ognuno scrive versi e li condivide ad alta voce con gli altri. Sono nate righe come queste: Cercai parole dallo sciabordare / delle tue sublimi imperfezioni. A breve uscirà l’antologia dei poeti del Centro Psicosociale.

 

Davide Bregola ha vinto il Premio Chiara con “La vita segreta dei mammut in Pianura Padana” (Avagliano)

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