Dettaglio di un'opera di Klimt

La domanda più scema: “E tu, figli?

Nadia Terranova

Dev’essere cominciata con le mie nonne, la paura più grande: vedere la morte dentro la vita 

Dev’essere cominciata con le mie nonne. Avevano entrambe perso un figlio: per la nonna materna era stata la quintogenita, una ragazza di diciannove anni morta in un incidente, per la paterna un ragazzo di trentasette, mio padre, morto di malattia; la prima volta avevo quattro anni e la seconda undici, e per due volte durante l’infanzia, durante l’età in cui soffrire dovrebbe essere vietato dalla legge, io avevo sofferto in modo smisurato. Avevo provato il lutto e il dolore miei e degli adulti che mi circondavano. Soprattutto avevo visto da vicino il dolore di due madri, il più durevole, il più straziante, diverso nelle forme e nelle espressioni come diverse erano fra loro quelle donne di un’altra tempra e di un altro secolo, ma identico nella forza e nella persistenza. Sì, dev’essere stato guardando le mie nonne che ho saputo cosa significa mettere al mondo un altro essere umano: la possibilità di vederlo morire.

   

In questo preciso momento della discussione le persone che sono diventate genitori sentono una fitta, si voltano dall’altra parte come avendo sentito qualcosa a cui non vogliono pensare e mi odiano un po’. Hanno ragione ed è per questo motivo che questo punto della discussione non arriva mai. E’ per evitare di infliggere la mia risposta che lascio correre quando mi tocca la più imbecille delle domande, in certe discussioni che provano a triturare tutto, ma un po’ di più si accaniscono sulla vita delle donne: “E tu, figli?”. Una risposta sola, ovviamente, non esiste. Invidio chi non ha avuto figli per scelta, con consapevolezza ideologica, perché ha qualcosa di roccioso da rispondere. Invidio meno chi non li ha avuti per problemi di salute, quelli a cui non sono arrivati nemmeno quando hanno provato ad andarseli a prendere: la vita è spesso ingiusta, e nessuno dovrebbe essere chiamato a renderne conto davanti a un estraneo. Di nuovo, non una risposta sola: i figli non arrivano, non li vuoi abbastanza oppure li vuoi moltissimo, ti ritrovi a esplorare i confini di quel “moltissimo” e di quell’“abbastanza”. Nessuno sa davvero perché alcune persone hanno figli e altre no, e continua a sembrarmi la domanda più scema che esiste, continua a sembrarmi più scema che maleducata, più scema che sgradevole, quindi taccio o rispondo a caso. Non dico mai una delle mie verità: “Perché ho paura che muoiano”. Non tollererei di affrontare un dibattito condotto dalle stesse persone che hanno posto l’avventata domanda, di solito evito di perdere tempo con i maleducati, gli sgradevoli e gli scemi, e questa scelta crea nella mia vita una discreta quantità di tempo libero a cui tengo molto. Un tempo che poi trascorro leggendo e scrivendo della vita e della morte – saranno gli effetti di un carattere incline alla malinconia, o di aver visto cadere genitori, amici, parenti e compagni di strada senza mai farci l’abitudine. Sarà che Guccini non mi ha mai convinta che la morte etica sia un po’ peggiore di quella del corpo, così come religione e spiritualità non mi hanno persuasa che le persone continuino a vivere nei nostri cuori: io voglio che vivano nei loro appartamenti, voglio poter telefonare loro e andare a bere insieme quando spunta l’alba magica in collina.

  

Forse sono stata sempre così, ci sono nata ed è cominciata prima delle mie nonne, le cui stesse sopravvivenze ai lutti mi hanno insegnato anche l’opposto: nessuna persona coincide interamente con la sua ferita, nemmeno se è la più spaventosa, una ferita senza nome. A tutti i genitori è data la possibilità che ha Demetra, dopo aver perso la figlia Proserpina ed essersi seduta sulla “pietra che non ride”, di fare ancora un pezzo di strada, vivere altri inverni e primavere e trovare un equilibrio con l’alternarsi delle stagioni. Guardando le mie nonne ho imparato anche che il tempo trasforma il dolore, schiarisce gli abiti neri e rende i figli presenze vive nelle case di chi li ha generati. Ma so anche che può passare molto tempo prima che accada, e per qualcuno può non accadere mai.

  

Quindi non so se è cominciata con le mie nonne. So che qualche sera fa ero a una cena molto allegra fra donne intelligenti, e ho pensato a tutte queste cose. Quattro avevano lasciato i figli a casa. Una desidera diventare madre. E poi c’ero io, perfetta per il ruolo della disinteressata o della sfortunata a cui i figli non sono arrivati. Perfetta per un ruolo che però, purtroppo, non è il mio, perché nessuna vita è riassumibile in così poco. Nessuna mi ha chiesto: e tu, figli? (Ho già detto che era una cena fra donne intelligenti). Allora per la prima volta sono stata io a dirlo: sapete, ho paura di mettere al mondo qualcuno che potrebbe morire. Sì, voi siete molto più coraggiose di me, però per favore non toccatemi la mia codardia: ho imparato a volerle bene, è una creatura mortale pure quella.

Di più su questi argomenti: