L'irreversibilità

Non riesco a lasciare andare via nulla dei miei figli, che mi hanno trasformato in me stessa

12 Gennaio 2018 alle 14:30

L'irreversibilità

Foto di Rolands Lakis via Flickr

La quota di irreversibilità che ti spetta nella vita, credo che i figli abbiano a che fare con questo. Perché c’è qualcosa di irreversibile nell’essere il tramite attraverso cui una vita prende vita. Non importa come va a finire, è irreversibile anche quando poi non nasce nessun bambino, immagino che lo sia anche quando quel bambino scegli di non farlo nascere, lo è di nuovo e da capo quando di figli ne hai altri ancora. Che sia irreversibile lo intuisci subito, in quel modo che però non conosce le parole, in quel modo che ha a che fare solo con il corpo nel momento in cui non è più solo il tuo. Poi, una volta che quella vita arriva nelle tue braccia lo capisci un po’ più per intero, anche se è probabile che le parole continuino a mancarti. Io credo di averlo capito quando mi sono allontanata la prima volta dalla mia bambina, avrà avuto qualche settimana, ero uscita a comprare qualcosa: camminavo e mi accorgevo che era già un ritorno, il mio. Non stavo andando da nessuna parte e forse non ci sarei mai più andata: ogni mia mossa era un ritorno da lei, anche quando mi allontanavo, stavo sempre tornando da lei. Tutti i posti in cui non c’era lei erano posti sbagliati, precari. Con il passare del tempo la sensazione si è affievolita ma il cambio di prospettiva no, quello è irreversibile. Mi chiedo se si affievolirà ancora, se avrò mai più memoria di quella che era la mia prospettiva, prima di avere loro. Immagino che questa quota di irreversibilità possa far paura. A me la faceva. Ricordo quando lei stava per nascere, era questione di giorni, io e il mio compagno eravamo a cena e io ero triste o qualcosa del genere. “Potrebbe essere la nostra ultima cena insieme da soli” , dissi. Lui disse che non dovevo vederla così, che quella non era “la nostra ultima cena da soli”, ma che la prossima sarebbe stata “la prima in tre”. Lui non aveva una bambina che gli cresceva nella pancia ma forse già aveva cambiato prospettiva.

 

Dicono che diventare genitori renda le persone migliori. Io dico che i figli fanno diventare le persone quello che sono, tirano fuori quello che sono e – più di tutto – quello che sei inizia ad avere molta più importanza. Se sei pigro, la tua pigrizia peserà cento volte di più; se sei un tipo che canta, canterai cento volte di più. Io non sono mai stata capace di lasciare andare le cose e lo divento sempre meno. La notte in cui Ada Maralita (la mia prima figlia) è nata non riuscivo a smettere di guardarla. Mi pareva cambiasse lineamenti ad ogni mio battito di ciglia e io non volevo perdere niente, né quello che era stata fino all’attimo prima, né quello che sarebbe diventata l’attimo dopo. Ho iniziato a farle foto quella notte e non ho più smesso. Fotografo lei, fotografo suo fratello e più li fotografo più mi accorgo che non basterà a trattenere la parte di loro che se ne va mentre crescono. Nel telefono non ho spazio per fare altre foto, ho cancellato tutte le app, ho cancellato la musica, ho cancellato quasi tutte le chat. “Salvale sul computer”, mi dicono. Quello che io non dico è che le ho già salvate sul computer, su un hard disk, sulla nuvola e che le ho anche stampate. Eppure non voglio cancellarle. E non metto via i vestiti che vanno loro stretti. Nei cassetti ci sono ancora le tutine di loro appena nati, body, calzini. Il mio compagno si arrabbia, perché quando li veste lui e pesca dal cassetto, gli capita di prendere cose che non vanno più. Io le tengo: non sono mai stata capace di lasciare andare, lo divento sempre meno. So che non va bene, so che stanno crescendo e che crescere è la cosa migliore che possa capitarci, ma che cosa sono, io, se non la custode della loro memoria, di quello che sono stati, di quello che saranno? Come tutti, hanno qualcosa che però non è cambiato e che non credo cambierà: Maralita si addormenta pizzicando i nostri gomiti, arriccia il naso nello stesso identico modo in cui lo ha arricciato quando aveva più o meno quattro minuti, ha una pennellata di giallo nell’iride dell’occhio sinistro. Carlo ha gli occhi del colore delle cose che guarda, la bocca minuscola e si addormenta toccandosi l’orecchio destro (o provando a tenere chiuso il naso di chi gli sta vicino, vizio che stiamo provando a togliergli). La prima parola che ho detto loro è stata “grazie”. Mi capita di dirgliela ancora, il più delle volte in silenzio. Dico loro grazie per essere arrivati tramite me. Poi gli dico – sempre in silenzio – che non sono miei ma sono del mondo. Esistono. Cambiano e diventano quello che sono. La quota di irreversibilità della mia vita, quella che cercavo ancor prima di saperlo.

 

Il primo romanzo di Evita Greco è “Il rumore delle cose che iniziano” (Rizzoli)

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