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Il Figlio

Piccola storia degli errori di una madre

Lasciare un figlio di sette mesi per andare due settimane dall'altra parte del mondo a scrivere un libro. Il lavoro come un amante, l’eccitazione di pensare ad altro

23 Dicembre 2017 alle 06:00

Piccola storia degli errori di una madre

Illustrazione di Sara Not per la poesia "Il paese dei bugiardi" di Gianni Rodari (da "Le poesie italiane più amate", Einaudi Ragazzi)

Il mio primo figlio è arrivato insieme al primo contratto per scrivere un libro – un romanzo ambientato in California e ispirato alla mia inusuale esperienza da immigrata a Los Angeles nei primi anni Novanta. Sapevo che per scriverlo prima o poi sarei dovuta tornare in quella città e rivisitare la sua natura furiosa, i canyon incantati e il complicato liceo di Woodland Hills. Con un figlio appena nato partire era impossibile, ma leggere no, quindi invece di fare ricerca sul campo passai il tempo con i fantasmi degli scrittori che quella città l’avevano conosciuta e amata con tutte le sue contraddizioni: Nathaniel West, Salka Viertel, Joan Didion, Chris Isherwood e molti altri. Fino a quel momento la maternità non era stata come l’avevo immaginata. Il mio progetto militante di fare un parto naturale (avevo scelto l’unica clinica convenzionata a Roma attrezzata per il parto in acqua, un casermone sulla Prenestina) era evaporato. Sdraiata su un carrello che veniva spinto di corsa verso la sala operatoria, provai a menzionare la mia scelta politica di parto naturale senza epistomia all’infermiera, ma lei mi prese la testa tra le mani e disse: “A Chià, forse non hai capito. Te stamo a fa’ ‘n cesareo d’urgenza.” Il nirvana dell’allattamento di cui mi avevano parlato le amiche poi, si trasformò subito in un incubo. Avevo pochissimo latte, ma erano tutti per l’accanimento. “Non esiste in natura averne così poco! Prova con il tiralatte!”, insisteva l’ostetrica. Tornata a casa cominciai a bere pozioni di fieno amaro, la bollitrice era sempre accesa, le tazze piene di tisane al finocchio e intrugli di semi. Accendevo candele in onore di Sant’Agata, ma non sembravano funzionare. Un dottore era così turbato dalla mia scarsa produzione che si presentò al mio letto con un tiralatte elettrico doppio con delle ventose che tiravano da entrambi i capezzoli simultaneamente. Rinunciai e mi arresi al biberon, ricevendo in cambio una sfilza di teste scosse e sguardi compassionevoli: povera lei. D’altronde si sapeva, alle donne così non gli viene il latte. Così come? La parola che sentivo sussurrare più spesso era “anglosassone”.

  

In quel momento cominciai a lavorare a un film con una coppia francese che viveva a Ibiza e che mi aprì a una nuova possibilità: far dormire mio figlio di quattro mesi la notte. Come si faceva? Molto semplice: lasciandolo piangere per un po’ prima che si addormentasse. Il loro approccio era ancora più radicale di quello del controverso libro Fate la Nanna, che in Italia nel 2012 era visto come i testi di Giordano Bruno nel Cinquecento. Non pensavo che ce l’avrei fatta, conoscevo madri in grado di funzionare con appena due ore di sonno alle spalle che riuscivano ancora a parlare amorevolmente con i loro piccoli, avrei dovuto essere una di loro, ma i francesi insistevano: ci ringrazierai.

  

La gioia che provai quando dopo una settimana mio figlio cominciò a dormire dodici ore di fila fu la prima grande conferma che come mamma italiana facevo pena. Eravamo in poche a Roma ad aver usato quel metodo del sonno. Ci stanavamo alle cene e ai baby shower e ci parlavamo in codice, fingendo sempre di essere più stanche di quanto non fossimo. Il ritorno del sonno fu una delle più grandi esperienze adrenaliniche della mia vita, che quindi non era finita.

  

Tornai a essere una creatura pensante e capii di poter lavorare di nuovo al libro. Il mio compagno Luca si offrì di prendersi cura di nostro figlio in modo che potessi tornare a Los Angeles. E quindi feci un’altra cosa molto malvista dalle mamme italiane: lasciai mio figlio di sette mesi per due settimane e andai dall’altra parte del mondo a lavorare. Questo voleva dire andare a stare in una comune di Topanga Canyon e dormire in una casupola di pietra infestata di topi in mezzo al bosco, senza internet e campo di nessun tipo. Nuda, sdraiata a terra mentre facevo uno seduta di terapia dell’urlo con uno sconosciuto che mi intimava di mettermi in contatto con la mia rabbia primordiale, fui travolta da un’ondata di eccitazione inconsulta. La ricerca per il libro divenne come una relazione clandestina con un amante che mi stava portando via da tutto quello che sarei dovuta essere. Ero incantata dall’idea che quelle esperienze le avrei ereditate, assorbite e trasformate in passaggi importanti o dettagli autentici per il romanzo. Dormire poco, mettersi in situazioni assurde o pericolose o deprimenti, era tutto per una buona causa. Oggi mio figlio ha cinque anni e ne abbiamo un’altra di due. Quest’estate ho portato tutta la mia famiglia in pellegrinaggio nei luoghi strani e magici che avevo visitato mentre lavoravo alla mia ricerca. Abbiamo viaggiato in lungo e in largo per la California e New York per più di un mese. Loro sono stati felici, poi arrabbiati, offesi, stanchi e poi di nuovo generosi. E’ stato memorabile, avventuroso e in parecchi momenti sbagliatissimo – tutto quello che una mamma italiana non dovrebbe fare.

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