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il bi e il ba
La perduta "cultura della giurisdizione" dell'Anm
Tra truffe di strada e mezzibusti di La7 a fare da pali, c'è lo storico giurista Mario Pagano, che spiegò alla fine del 1700 alcuni passaggi fondamentali in materia di giustizia e che agli esponenti del fronte del No ancora non sono chiari
I vivi fanno il gioco delle tre carte, e quando vogliono fregarti meglio si scelgono per compare un morto. E così, al banchetto dei mazzieri dell’Anm – venghino siori venghino – ti ritrovi Falcone e Vassalli a tener loro bordone, mentre un mezzobusto di La7 fa il palo. Dio solo sa quanti accidenti quei due spiriti magni stiano lanciando dal cielo contro chi li ha arruolati abusivamente in una piccola truffa storica, politica e giuridica. Perciò mi sono scelto un altro morto, un morto di fiducia, per il quale ho una speciale venerazione (che sia un riflesso campanilistico?): Mario Pagano, il grande illuminista della scuola napoletana. I trecartari di cui sopra non potranno piegarlo ai loro fini, perché dovrebbero prima leggerlo e il tempo ormai scarseggia, tanto più che nessuno ha approntato un meme con una falsa citazione da ammannire ai telespettatori. Dalle Considerazioni sul processo criminale, addì 1787, che rileggo almeno una volta all’anno per igiene mentale, riporto un passo che fa chiarezza logica e psicologica sull’equivoco della cosiddetta “cultura della giurisdizione”, perlomeno nella forma in cui è propagandata (il pm che grazie all’unità delle carriere e della formazione impara a essere “parte imparziale” e a cercare davvero le prove a favore dell’accusato): “Cotesto impegno di sostenere il piano delle pruove che al giudice disconviene, all’accusatore sta bene assai. Il giudice è il mezzo tra due litiganti. Egli compara le opposte e contrarie ragioni, le bilancia, e poi giudica. L’accusatore e il reo forniscono i dati, i fatti, le congetture, le quali sono la materia del giudizio. Non dee dunque nel giudice operare che la fredda ragione: la passione animar dee l’accusatore. L’attenzione, la diligenza, l’acume, necessarie doti per ritrovare il vero, non sono che figli di un vivo interesse, di una fervida passione. Nel nostro sistema adunque si confondono insieme due opposte funzioni, delle quali o l’una, o l’altra ben si adempie. Avremo sempre o un inefficace inquisitore, o un appassionato giudice”. Mortacci!