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IL BI E IL BA

La tragedia in tre atti dei liberali italiani si è ormai consumata

Guido Vitiello

Nella Prima repubblica erano una minoranza rispettata, poi caduto il muro di Berlino tutti hanno iniziato a dirsi liberaldemocratici, mentre nella terza repubblica quella parola è diventata un insulto. E ora che stiamo per votare una riforma, che è difficile non definire liberale, entra in scena il coro dei satiri

La tragedia in tre atti dei liberali italiani si è ormai consumata. Riassumiamola per sommi capi: nel primo atto, che poi sarebbe la prima repubblica, i liberali erano una minoranza spesso ininfluente ma tutto sommato rispettata. Avevano i loro cenacoli, le loro riviste, i loro piccoli editori. Vivacchiavano tra le due grandi chiese, a cui non dispiaceva ingraziarseli. Qualche impresa eroica, nei decenni, l’hanno pure compiuta. Il secondo atto è cominciato con una peripezia aristotelica che lèvati: di colpo, incredibilmente, la parola era diventata di moda. Caduto il muro, tutti si dicevano liberali, anzi liberaldemocratici; un tale aveva deciso di fondare il partito liberale di massa e in quattro e quattr’otto aveva vinto le elezioni; pochi anni dopo perfino il segretario del partito postcomunista aveva invocato, per l’Italia, una rivoluzione liberale! Come spesso accade agli eroi tragici, la hybris ci ha dato alla testa.

Dopo tre lustri di usi sempre più fantasiosi di un epiteto ormai quasi privo di senso, come pure di cattive frequentazioni, ci siamo trovati impreparati davanti alla catastrofe del terzo atto, anche detto terza repubblica, quando liberale – specie con un “neo” davanti – è diventato un insulto. Sinonimo, da sinistra, di migliore amico dei fascisti e, da destra, di servo del pensiero unico. Ci siamo dovuti beccare anche gli anatemi di Dugin da un tg della Rai. Poteva andare peggio? Certo che poteva. Perché dopo la tragedia, si sa, viene il dramma satiresco. Così, ora che stiamo per votare una riforma che è difficile non definire liberale – e la cosa ha in sé del miracoloso, considerata la nostra condizione culturalmente postuma – entra in scena il coro dei satiri: Corrado Formigli proclama che c’è in ballo, nientemeno, “la sopravvivenza dello Stato liberale come lo abbiamo vissuto”; Paolo Berizzi annuncia che votera no “per difendere la Costituzione repubblicana e lo Stato liberale”, e che è “dovere di ogni cittadino responsabile” fare altrettanto. Parole che può dire solo della gente che il liberalismo non sa neppure dove sta di casa.

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