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il bi e il ba
Trump è un matto che si maschera da matto, su consiglio della sua parte savia
La figura del tycoon solleva molti interrogativi: è un folle o recita la parte del folle? Per comprenderlo a fondo dovremmo tornare a guardare al momento della letteratura occidentale in cui la pazzia artefatta trionfava sulle scene, ossia al teatro elisabettiano
E insomma, Trump è pazzo o fa il pazzo? Sembra un dilemma psicologico; è invece un intreccio teatrale. Dotti, medici e sapienti di tutte le scuole sono impegnati da dieci anni in un congresso permanente al capezzale dell’uomo arancione. Alcuni sono anch’essi caratteri da commedia, dottori e baccellieri che Molière sospingerebbe senza indugi sulla scena (la loro virtus dormitiva porta oggi nomi come “narcisismo maligno” o “mascolinità tossica”, diagnosi che spiegano tutto senza spiegare nulla). Altri frugano un po’ più a fondo, ma nei bauli sbagliati: cercano nell’interiorità dell’attore anziché nei guardaroba e nelle attrezzerie teatrali. Per parte mia, mi sono convinto che Trump sia un uomo mentalmente instabile che conserva un nucleo di lucidità; ma questo nucleo di lucidità gli suggerisce, per convenienza e astuzia, di recitare la parte del matto, di aggiungere cioè alla sua insania naturale un’insania di soprammercato (“Come egli è cosa sapientissima simulare in tempo la pazzia”, s’intitola un capitolo dei Discorsi di Machiavelli). Se vogliamo, è un matto che si maschera da matto su consiglio della sua parte savia. Perciò, invece di restare ipnotizzati da formule e formulette di conio recente, dovremmo tornare al momento della letteratura occidentale in cui la pazzia artefatta trionfava sulle scene, ossia al teatro elisabettiano. Qui troveremmo molte chiavi (raccolte minuziosamente in un vecchio libro dell’anglista Vanna Gentili, La recita della follia, pubblicato da Einaudi nel 1978). Come il Jaques shakespeareano di Come vi piace, Trump sogna “una licenza ampia come ce l’ha il vento, di soffiare su chi mi pare; perché così ce l’hanno i fools”; e vuole prendersi “una patente d’immunità” che sia “ampia quanto lo spazioso pensiero”, come l’eroe di Antonio e Mellida di John Marston. I poteri del re, ma con l’insindacabilità del buffone. Così, mentre gli psicologi del profondo s’interrogano sui contenuti della sua black box, noi siamo bombardati dagli output comportamentali del suo delirio. E precipitiamo con tutto l’aereo.