Samuel Theis (foto ANSA)
IL BI E IL BA
Dirigere da una cella un film contro le persecuzioni
Nel loro ultimo libro, Marie Dosé e Julia Minkowski presentano la storia del regista Samuel Theis, accusato nel 2023 da un tecnico di averlo aggredito sessualmente. Per continuare il suo film si allestì una postazione in prigione, poi arrivò l'assoluzione. Più che un colmo per la presunzione d’innocenza, è una grandiosa allegoria
E’ come per i film: ci sono libri stranieri che si possono doppiare (ossia tradurre) e altri che esigono un remake adattato al pubblico locale, perché l’idea generale è facile da esportare ma i dettagli richiederebbero troppe lungaggini doganali. Nella seconda famiglia metto senz’altro Éloge de la présomption d’innocence (Éditions de l’Observatoire) delle penaliste parigine Marie Dosé e Julia Minkowski. Poche cose sono più urgenti, in Italia, di un elogio della presunzione d’innocenza. Peccato che gli esempi del libro (leggi, procedure, sentenze, cause celebri…) siano tutti francesissimi: servirebbe un rifacimento illustrato con casi italiani.
Almeno una delle storie presentate da Dosé e Minkowski, tuttavia, merita di varcare la frontiera, tanto più che non riguarda il sistema giudiziario francese ma gli organi di giustizia interni alle organizzazioni, che spesso sopravanzano i tribunali in ferocia inquisitoria. E’ la storia del regista Samuel Theis, accusato nel 2023 da un tecnico di averlo aggredito sessualmente durante una festa della troupe. Il tecnico abbandonò il film e trovò un accordo con la produzione, ma i suoi colleghi si sentivano minacciati da Theis e rifiutavano di lavorare con lui. La produzione, per salvare la baracca, stabilì un protocollo in base al quale il regista avrebbe diretto il film a distanza da dietro un monitor, così da non incrociare mai lo sguardo dei tecnici e non traumatizzarli; e siccome varie scene si svolgevano nel tribunale di Reims, fu creata una postazione in una cella della prigione, ma le mura erano troppo spesse e il combo non funzionava. Un anno dopo, l’indagine interna stabilì che non c’era stata nessuna violenza sessuale. Alla stessa conclusione arrivò il giudice istruttore incaricato del caso. Il colmo, commentano le autrici, è che l’ambizione di Je le jure, film giudiziario, era sondare “l’abisso che separa l’ideale di giustizia dal vento maligno della vendetta”. Più che il colmo, a me pare una grandiosa allegoria: un innocente costretto a dirigere da una cella un film contro le persecuzioni.