cerca

Oltre il Giardino. Storia del nimby alla milanese che ancora ci rompe

Ora che la surreale vicenda della riqualificazione del Giardino dei Giusti al Monte Stella si è ricomposta ci si può interrogare su chi sono quelli che per due anni si sono opposti 

24 Febbraio 2019 alle 06:15

Oltre il Giardino. Storia del nimby alla milanese che ancora ci rompe

Foto LaPresse

Ora che la surreale e sgradevole vicenda della riqualificazione del Giardino dei Giusti al Monte Stella si è ricomposta con 30 posti in meno nell’anfiteatro per gli studenti in visita, e con la riduzione a un metro e ottanta dell’albero in cor.ten (un acciaio che arrugginisce) che si prevedeva alto cinque e sessanta – e con il ritiro del contestato niet del ministro della Cultura Alberto Bonisoli – ci si può pacatamente interrogare su chi sono quelli che da due anni a questa parte si sono opposti a una modesta risistemazione di “un luogo della memoria collettiva” (così il comunicato la direzione Belle arti e paesaggio del Mibact) presentandola come uno sfregio, una colata di cemento, un orrore urbanistico, un affronto alla cultura e persino un’offesa alla memoria. Al centro della protesta stava un trio di “eredi”, a vario titolo, dell’architetto Piero Bottoni che del Monte Stella e del quartiere Qt8 fu inventore e progettista (il figlio Piero Alessandro e i professori del Politecnico Graziella Tonon e Giancarlo Consonni). Un trio impegnato a difendere l’intoccabilità della popolare Montagnetta, autoproclamata capolavoro dell’architettura contemporanea e addirittura “sacrario” di Milano. Intorno al terzetto una pattuglia di abitanti del quartiere, assai preoccupati che l’anfiteatro previsto per le scolaresche in visita diventasse un palco per concerti fracassoni e soprattutto un bordello a cielo aperto, vista la storica presenza di prostitute nella zona. E poi altri eterni militanti del “no al cemento” abbacinati dalla prospettiva di realizzare sentieri e muretti in pietra per facilitare la visita (sentieri non cementati, peraltro) a sacrificio del verde, dimenticando che il Monte Stella è un parco da 310 mila metri quadri di cui soltanto 8 mila occupati dal Giardino dei Giusti. Infine anche un gruppuscolo di cretini antisemiti, che nei giorni scorsi hanno appeso volantini per boicottare i marchi del gruppo Bolton, di cui il promotore del Giardino dei Giusti, Gabriele Nissim, è vicepresidente.

  

Non sappiamo se la ripresa dei lavori autorizzata dall’invadente ministro Bonisoli provocherà una ripresa delle proteste, o se indurrà alla ritirata l’assortito fronte del No. Ma la vicenda testimonia che a dispetto dei decenni e di epoche politiche diversissime, a Milano resiste come un fenomeno carsico il “noismo”, ovvero un’attitudine (politicamente e socialmente trasversale) a mettersi in trincea contro qualsiasi progetto che modifichi lo stato di cose presente in città. Per la verità, anche in questo caso, Expo ha rappresentato uno spartiacque. La sconfitta dei menagramo “No Expo” indotta dal successo di pubblico e dai risultati economici della grande manifestazione, e il rigetto della città nei confronti dei casseur che devastarono il centro il 2 maggio del 2015, hanno tagliato l’ossigeno ai predicatori dell’immobilismo. Al punto da portare a Palazzo Marino Beppe Sala, l’uomo simbolo di Expo. Ma non fino a decretarne la scomparsa, come testimonia la vicenda del Monte Stella, e non solo. Storia lunga, quella del partito trasversale del No, a Milano, intrecciata col fenomeno del comitatismo di quartiere e di categoria degli anni Ottanta e Novanta, con una certa sinistra radicale, impersonata dall’eterno consigliere comunale Basilio Rizzo e con una serie di micro, e qualche volta macro, interessi, oltre che dall’ideologia nimby.

   

L’esordio del fronte del No a Milano si può storicamente far risalire alla metà degli anni Ottanta, ai tempi della prima chiusura del centro e dell’isola pedonale in corso Vittorio Emanuele decisa dal sindaco Tognoli. Allora furono i commercianti a proclamare la guerra, ma avendo contro la città che in un referendum aveva approvato la proposta di chiudere alle auto. Come andò si sa bene. Chi aveva una vetrina sul Corso si trovò, qualche anno dopo, a benedire Tognolino per il volume d’incassi e la valorizzazione dei locali. Accadde quasi la stessa cosa una decina di anni dopo con la pedonalizzazione di via Dante, ai tempi di Formentini sindaco: stessa insurrezione dei bottegai e stesso esito. Si dirà: ma questo che c’entra con chi blocca cantieri e lavori? C’entra eccome. Oggi sono ancora i commercianti alla testa della contestazione per il trasloco delle facoltà scientifiche della Statale nell’area ex Expo. E si portano dietro, paradossalmente, anche una bella fetta di studenti, che si battono contro un trasloco che non li riguarderà mai, perché porteranno a casa la laurea ben prima di doversi trasferire. Il No è prima di tutto conservazione, il che non è detto sia sempre male, per carità. A patto che non diventi una patologia. Come accadde circa 30 anni fa, quando Milano scandalosamente non aveva ancora un depuratore. Allora i comitati di Nosedo arrivarono a tagliare le gomme del mite Piervito Antoniazzi, che all’epoca era assessore dei Verdi alla Sanità della giunta Pillitteri e minacciarono Massimo Ferlini, che in quella giunta per il Pci era assessore all’Ambiente. Nosedo si fece, per fortuna, così come si arrivò al potenziamento del termovalorizzatore di Figino, a metà dei Novanta, poco dopo l’uscita dalla clamorosa emergenza rifiuti del 1995-’96. In quel caso furono proteste ambientaliste e di quartiere motivate dalla nobile idea che con il termovalorizzatore nuovo non si sarebbe fatta la raccolta differenziata. Che invece si riuscì a far decollare proprio grazie al nuovo impianto.

   

La cronologia dagli anni Duemila in poi mette insieme altre perle significative. Mobilitazioni, raccolte di firme e indignate e denunce contro l’abbattimento della cosiddetta stecca degli Artigiani all’Isola, nata come insieme di botteghe e atelier di quartiere e finita col diventare centro si spaccio della mafia nigeriana. Il fiero contrasto capeggiato da Dario Fo e Franca Rame alla sostituzione del vecchio palco della Scala, senza la quale oggi si farebbero la metà degli spettacoli. E persino il no – contro la cementificazione, ca’ va sans dire – al ritorno della struttura Teatro Continuo progettata da Alberto Burri al parco Sempione, dal quale era stata smontata per manifesto degrado, alla fine degli anni Ottanta, dopo quindici anni di permanenza. Per quella rimozione Burri si incazzò assai, sentenziando che mai più avrebbe esposto qualcosa a Milano. Per questo, nel centenario della nascita, il ripristino era stato pensato come omaggio e risarcimento post mortem all’artista. Un oltraggio, invece, secondo il fronte del No: “Burri si sta rivoltando nella tomba. Ve la vedrete con lui”.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi