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Le curve a sinistra, sempre più spericolate, di Beppe Sala

Ma l’onda lunga della sinistra che va verso i Cinque stelle è un po’ improbabile, per un sindaco-manager di Milano

29 Aprile 2018 alle 06:00

Le curve a sinistra, sempre più spericolate, di Beppe Sala

25 Aprile, Celebrazione del 73mo anniversario della Liberazione al Sacrario dei caduti (LaPresse)

Milano, da quasi 25 anni – fatta salva la singolare parentesi di Giuliano Pisapia, sindaco di rupture malgré lui – sceglie primi cittadini che non sono espressione della politica. Guide tecniche, si direbbe. Prima Gabriele Albertini, poi Letizia Moratti e, dopo un Pisapia politicamente naif, Beppe Sala. Albertini si proclamava – con un certo vezzo, lui uomo di Federmeccanica – “amministratore di condominio”. Moratti e Pisapia, pur avendo avuto maggiori rapporti diretti con la politica, hanno coltivato un profilo da “borgomastri”. Invece Beppe Sala, già manager Pirelli e commissario “tecnico” di Expo, da qualche tempo coltiva un profilo da uomo politico – per quanto non ne voglia sapere di prendere la tessera del Pd (e dategli torto, di questi tempi). E soprattutto tende a imprimere una curvatura più politica alla sua sindacatura.

  

E’ ovviamente libero di farlo, è evidente che abbia acquisito un gusto per questa nobile arte che ha trascurato negli anni nell’industria, e le performance della città (l’ultimo trionfo di critica e pubblico il Salone del Mobile: mezzo milione di ospiti) lo mettono al riparo da critiche di “benaltrismo”. Ma la politica non è una scienza esatta, e Sala deve fare attenzione a come muoversi, in questa nuova “arte del possibile” e a che segnali trasmette. Il suo cercare costantemente una sponda a sinistra (ovvio, lui è di sinistra) è passato dalla pura necessità – tenere buono il suo socio di maggioranza, la sinistra interna del Pd guidata da Pierfrancesco Majorino – a una scelta di campo esibita. Un anno fa l’adesione alla marcia pro immigrati servì, più che altro, a evidenziare le spaccature nel Pd.

 

Alla manifestazione per il 25 aprile, mentre i soliti “antifascisti” da centri sociali fischiavano e insultavano la Brigata Ebraica, era sul palco con Susanna Camusso e don Ciotti, celebrando le ragioni di una “nuova Resistenza”. Tutto bene. Ma iniziare prosciugando l’antisemitismo, ad esempio? Qualche giorno fa, ha rotto gli indugi e ha dichiarato che sarebbe meglio se il Pd si decidesse per un governo con i Cinque stelle (è vero che qui a Milano non esistono, e si può anche credere che non siano così male come sono). Eppure ieri, proprio qui, persino l’ex presidente della Camera Laura Boldrini ha dichiarato: “Un governo Pd-M5S? Personalmente vedo più punti di diversità e non di possibile congiunzione”.

  

Nei giorni scorsi, con un Attilio Fontana che cercava in modo inequivocabile di tendere una mano, ha preferito segnare una visibile distanza dalla Lega. Forse, nel suo staff, c’è chi gli suggerisce di giocarsi una partita politica più grande. Ma l’onda lunga della sinistra che va verso i Cinque stelle è un po’ improbabile, per un sindaco-manager di Milano. Dove, con tutto il rispetto, in dialetto si dice: ofelé fà el to mesté.

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