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Il racket dell’elemosina a Milano. Che farà il Comune?

Da tempo e con una “occupazione territoriale” in allargamento, ogni nigeriano ha, se non una zona fissa, un quartiere in cui “lavora” con la precisione di un dipendente, rispettando giorni e orari determinati

31 Marzo 2018 alle 06:06

Il racket dell’elemosina a Milano. Che farà il Comune?

Foto LaPresse

Pare tutto regolare. Perché chiedere l’elemosina e tenere per sé ciò che ti viene offerto non è reato, dice Carmela Rozza, ex assessore alla Sicurezza del Comune di Milano (la sua delega l’ha rilevata il vicesindaco Anna Scavuzzo) e ora neo consigliere regionale, che di questa storia si era però occupata negli scorsi mesi. Rivoltati come calzini dalla polizia locale, i nigeriani che stazionano davanti a supermercati, bar, stazioni, pasticcerie di grande passaggio, armati di cappellini da baseball che tengono in mano, chiedono oboli ai passanti. Non un caso che Rozza avesse denominato “Baseball cap” l’operazione d’indagine sui questuanti africani svolta dalla polizia locale milanese. Ma tant’è, nessun racket, nessuna organizzazione mafiosa è stata trovata. Eppure, da tempo e con una “occupazione territoriale” in allargamento, ogni nigeriano ha, se non una zona fissa, un quartiere in cui “lavora” con la precisione di un dipendente, rispettando giorni e orari determinati. Spesso, quando uno finisce, viene sostituito da un altro, come se fossero allo stesso turno in un’azienda, quella della carità.

 

L’indagine di approfondimento è durata sei mesi fra pedinamenti, fotografie e mappatura della città. I risultati depositati in Procura. Ne emerge che il profilo dei giovani mendicanti, nigeriani sotto i trent’anni, è molto diverso da quello dell’ultimo arrivato, disperato e senza dimora. Diversi di loro, almeno 200 solo a Milano (ma il fenomeno è internazionale), sono in Italia da anni, hanno permesso di soggiorno di lunga durata e un lavoro, spesso in nero. Alcuni parlano un buon italiano. E c’è chi in Italia ha mogli e figli, regolarmente iscritti a scuola. In più sono vestiti bene e hanno modi educati. Chiedono l’elemosina soprattutto in centro, ma ormai battono anche i comuni della Città metropolitana, anche se abitano in cinque o sei in appartamenti presi in affitto nell’hinterland a nord della città. Ma si sospetta che arrivino anche da Como, da Pavia e a San Donato: sono stati visti scendere da un pulmino che li scarica davanti a negozi e a punti di passaggio. Dalle indagini dei ghisa risulta che pochi sono i permessi rilasciati per ragioni umanitarie, visto che in Nigeria non ci sono né guerra né carestie e parecchi hanno carta d’identità italiana e contratti d’affitto regolarmente intestati. Nel chiedere monete di fronte ai negozi, sono organizzati da un piccolo gruppo di “coordinatori”, che allontanano altri questuanti come rom e senzatetto e vigilano sul rispetto degli orari di “lavoro”: dalle 7 alle 14 almeno, a volte fino alle 16, come degli impiegati qualsiasi. Il sospetto della polizia locale è che i giovani nigeriani chiedano l’elemosina (da 30 a 50 e fino a 70 euro a testa ogni giorno) per pagare un debito.

 

Ma non ci sono solo loro. Arrivano anche dalla Romania, da Segarcea, il paese dei mutilati. Andrea Galli sul Corriere della Sera ha spiegato che gli storpi cercano per anni e anni i soldi per il viaggio per Milano. Da Cracovia, sui bus, arrivano alla stazione Centrale, nei piazzali di Molino Dorino e di Cascina Gobba. Ad attenderli gli emissari dei boss che “cureranno” gli invalidi: passaggi in strada dalle 7 alle 19 per controllare il lavoro e tra le 14,40 e le 15 ritiro della prima parte degli incassi. Gli storpi dormono nelle aree dismesse. Se presi e rimandati a casa, dopo cinque-sei mesi ritornano.

 

E’ il business dell’accattonaggio dove migliaia di individui alimentano un mercato nero della schiavitù che rende centinaia di milioni di euro l’anno. Per questo, non sempre far l’elemosina è una buona azione. Anzi. Nel Canton Ticino, dove la criminalità etnica nigeriana è pur marginale rispetto a quella rom, la polizia di Lugano ha avviato un progetto di contrasto al degrado sociale urbano attraverso la lotta al racket dell’elemosina. L'efficacia dell’iniziativa si riassume nel messaggio che l’accompagna: “Vi chiedono soldi? offritegli del cibo”. Chi è sfruttato dal racket, pur avendo fame, non accetta altro che denaro. E il denaro è ciò che vuole la mafia nigeriana dai suoi schiavi con cappello da baseball. Ma Papa Francesco a Stefano Lampertico, direttore della storica rivista Scarp de’ tenis, in un’intervista esclusiva, alla domanda se è giusto fare l’elemosina così ha risposto: “Un aiuto è sempre giusto. Non è buona cosa lanciare solo degli spiccioli. E’ importante il gesto, aiutare chi chiede guardandolo negli occhi e toccando le mani”. Non facile. Eppure, già alcuni anni fa, sono state le parrocchie e le trutture assistenziali della chiesa a iniziare una campagna di sensibilizzazione “contro” l’elemosina data sui sagrati delle chiese: spesso dietro c’è un racket di sfruttamento, raramemnte però monitorato dalle forze dell’ordine. Nell’ultimo numero del giornale della Caritas Ambrosiana, venduto in molte parrocchie della diocesi di Milano da persone senza dimora e gravi emarginati, si sono chiesti se l’Italia è generosa e accogliente a fronte di ricerche che la definiscono ostile e razzista. “Colpa della precarietà lavorativa delle fasce medio-basse della popolazione – spiega il professor Maurizio Ambrosini, professore ordinario di sociologia all’Università degli Studi di Milano, esperto di immigrazione, autore del libro “Migrazioni” – E’ da questa insicurezza che nasce la paura dell’altro. Dello straniero che, diventa tuo concorrente”. Ora Carmela Rozza non è più in Comune, ma Anna Scavuzzo dovrà forse riprendere in mano il dossier: è dal tema dell’insicurezza percepita – anche laddove i ragazzi “col cappello da baseball” non vengono avvertiti come minacciosi – che dipendono le future sorti politiche della maggioranza che governa Milano.

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Commenti all'articolo

  • carloalberto

    01 Aprile 2018 - 09:09

    Non è un cappello: è un berretto. Chissà perché ormai si confondono le due cose: forse perché il cappello vero non si porta più.

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