Giampiero Borghini (LaPresse)

il colloquio

“La politica serve a governare, non a dire come si deve pensare”. Parla l'ex sindaco di Milano Borghini

Fabio Massa

"Milano vuole diventare un nodo della rete globale di conoscenza e cultura, ma è una città abbandonata a sé stessa. Non ha le istituzioni per governarsi". Intervista all'ex primo cittadino Giampiero Borghini 

Non fosse per la voce pacatissima, bassa, i concetti che Giampiero Borghini esprime sull’attuale situazione politica milanese nell’intervista al Foglio potrebbero deflagrare con gran rumore. Già sindaco di Milano nell’anno più duro della sua storia recente, in piena Mani Pulite, Borghini ha attraversato gli ultimi anni dello scorso secolo e i primi di questo sempre al servizio della città. “Non mi piace molto la politica milanese di oggi – dice al Foglio – La motivazione è semplice: secondo me non fa il suo mestiere”. E qual è il suo mestiere? “Se parliamo di Milano, la politica serve a governare la città, non a guidarla, non a spiegarle che cosa deve pensare o sentire. La politica governa, quindi cerca di risolvere i problemi, ma non spiega dove la città deve andare. E invece oggi la politica è ideologica. Anche il disagio di una persona di governo, più che di guida, come Beppe Sala, è comprensibile. Questa è una politica ideologizzata, sia a destra che a sinistra, estranea alla natura profonda di questa città”.

 

Non si può non citare l’urlo dal loggione. “Ma che cosa vuol dire? L’Italia è – e rimane – un paese antifascista. Abbiamo, grazie a Dio, una Costituzione nata grazie alla guerra di liberazione. Quel grido va bene, è ovvio, ma non capisco perché debba essere pronunciato come qualcosa di eversivo, al Teatro, e perché faccia scalpore. La base dell’Italia non è solo antifascista, è riduttivo. E’ pure democratica. Antifascista era anche l’Unione sovietica, che di certo non era democratica”. Conclusione? “Quel grido e quello che ne è conseguito è la manifestazione di quanto che dicevo prima: l’ideologizzazione”.

 

Passiamo alle cose concrete. I problemi della città. “Io dico che noi dovremmo interrogarci su dove stia andando Milano. Dobbiamo favorire quel percorso che la città ha deciso da tempo di fare. Dove vuole andare Milano, se uno la guarda da fuori, è chiarissimo. E’ un percorso cominciato da lontano. Oggi Milano è la città più internazionale d’Italia e questo è un obiettivo che si è data dal 1882, quando ha fatto la prima Esposizione universale, e poi l’Expo del 1906 e poi la consacrazione con Expo 2015. Siamo una città che attira investimenti, turisti e studenti. Ma da almeno 30 anni Milano si sta sforzando per diventare una città globale”. Globale in che senso? “Nel settore della conoscenza. Milano vuole diventare un nodo della rete globale di conoscenza e cultura. Il più bel libro che ho letto nel 2020 è stato ‘Ripartire dalla conoscenza’, il dialogo tra Ferruccio Resta e Ferruccio De Bortoli. Là dentro c’è tutto. Perché c’è la vocazione di Milano alla conoscenza. Prendiamo le inaugurazioni degli anni accademici: Donatella Sciuto ha fatto un discorso sull’intelligenza artificiale da incorniciare. La città lo sa dove andare. Basta leggere quello che scrivono gli intellettuali”.

 

Qualcuno pensa che non ci siano più gli intellettuali, a Milano, ma solo influencer. “Di Resta e De Bortoli ho detto. Abbiamo un bravo economista come Michele Salvati, purtroppo non c’è più Salvatore Veca. Ma gli intellettuali sono un tessuto diffuso. Ci sono eccome. I rettori, quelli che stanno nei centri della ricerca, i giornalisti che riflettono sulla città, Andreè Ruth Shammah… ce ne sono molti”. E allora perché pare che oggi l’elaborazione politica a Milano sia azzerata? “Guardi, io sono convinto che non c’è città al mondo che studi sé stessa allo stesso modo di Milano. Roma si fotografa, perché è bella. Milano non si fotografa, ma si studia. I libri sull’economia di Milano, le ricerche… c’è una classe intellettuale che studia e che propone. Basterebbe leggerli, quei libri. Milano sta vivendo una fase di riflessione, non è una città smarrita. La politica, al massimo, è smarrita”.

 

Torniamo al punto: città globale della conoscenza. E poi? “C’è tanto altro. Milano è una città metropolitana abbandonata a sé stessa. Non ha le istituzioni per governarsi. L’economia della conoscenza non si ferma ai confini cittadini, e ha molti bisogni. Il sistema metropolitano ben più che cittadino ha esigenze profonde di housing sociale, di servizi efficienti che spesso non ci sono, di ambiente pulito, di sicurezza. La politica deve occuparsi di questo, non parlare solo di antifascismo. Aggiungo: una delle cose più buffe è la contrapposizione tra il Comune e la Regione. Che senso ha?”. Come giudica l’operato del Pd milanese? “Ha un sacco di persone capaci e assolutamente per bene. Ma come partito, per come si presenta alla città, io trovo sia evanescente. Mi dispiace dirlo, e molto. Ma non ho sentito da loro nessuna idea da mesi e mesi. Una volta si facevano i congressi, si andava a sentire per capire che cosa pensavano della città. Sono abbastanza pessimista sui partiti”.

 

Passiamo a destra. Che cosa è a Milano? “Chiunque vinca le elezioni a livello anche nazionale è giusto che governi. Mi piacerebbe vedere che Milano per il dopo Sala individui e metta insieme le forze vitali che si stanno muovendo in città. Possibile che Milano non sia in grado di esprimere una classe dirigente?”. Ma c’è ancora una classe dirigente? “Certo che c’è. Facciamo un passo indietro e andiamo alle origini del mito della capitale morale. Che è un mito di fine Ottocento. Il grande Spinazzola diceva che era l’unico mito serio della borghesia italiana. Di che cosa era composto questo mito? Dallo spirito dell’imprenditoria, dall’etica del lavoro e dal buon governo della città. Lo sviluppo della città l’hanno fatto i grandissimi gruppi, ma anche le grandi società pubbliche: andiamo a vedere che cosa è oggi A2A, che cosa è Atm, che cosa è Ferrovie Nord. Sono realtà bellissime e importanti. Milano è produzione. E su questo vorrei lanciare un interrogativo sulla questione dell’ambientalismo: siamo sicuri che una città ecologicamente in regola sia di per sé una città produttiva? Siamo sicuri che basti essere ecologici per essere giusti? Buongoverno oggi vuol dire mettere insieme le tre cose: ambiente migliore, più equità sociale ma anche più produzione. La città giusta è anche una città che si muove: il tema della mobilità è metropolitano e l’area B a uso e consumo dei milanesi e di ostilità per l’area metropolitana non aiuta”. 

 

Chiudiamo con la vicenda dello stadio. Proprio ieri il Tar si è espresso a favore del vincolo: “Sono un po’ sbalordito, a dire il vero. San Siro è una struttura metropolitana, è del tutto irrazionale in modo in cui è stato affrontato il problema. E’ una struttura che richiede una manutenzione incredibile. Affrontiamo la cosa razionalmente: la città deve dire se ritiene di spendere quelle cifre là, o se vuole per mancata cura un altro ponte Morandi. Perché il rischio è questo. La discussione sullo stadio l’ho trovata paradossale. Ma forse siamo ancora in tempo a recuperare”. I partiti come si sono comportati, su questa vicenda? “Non aver affrontato la questione dello stadio è un piccolo fallimento per la politica milanese”.

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