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1996-2026, breve mappa di 30 anni vivi
Noi foglianti, una storia per appunti di trent'anni vissuti spericolatamente
Con l’occidente e con Israele, con i piedi in Europa e la testa libera. Contro tutti i moralisti. Con ironia, bei compagni di strada, le follie e le nostre versioni di Barney. Con l’ottimismo di chi non teme nemmeno l’AI
“Diceva Vichi Festa: se uno non ha niente da fare, fa un giornale”
Giuliano Ferrara
Se dite il mondo del 2026 è indecifrabile, figurarsi poterlo raccontare, è perché non vi ricordate il 1996. Non ci ricordiamo più nemmeno noi, che pure c’eravamo, ma anche allora non si scherzava e non c’era l’Intelligenza artificiale. Il genocidio in Ruanda era avvenuto solo due anni prima, 1994, incurante della commissione per la verità e la riconciliazione che Mandela stava battezzando poco più a sud. Srebrenica, genocidio europeo, luglio 1995. L’anno si era aperto con la caduta di Berlusconi e col bipolarismo già sversato nel tombino smaltitore della politica. Il 4 novembre 1995 avevano assassinato Yitzhak Rabin. Un mese dopo temperavamo le matite per il nostro giornale sottile. Dieci giorni prima di noi era nata pure “Porta a Porta”, con Romano Prodi giulivo che presentava l’Ulivo. Per dire come eravamo messi. C’era altrettanto caos, nel gennaio di trent’anni fa. Non cambiare il mondo, come i quattro amici al bar, ma decifrarlo era l’ambizione possibile.
Giornalisti politici di rango, giovanotti, contributor di professioni liberali estranei al chiacchiericcio dei media, dilettanti e sprovveduti di genio. Nei non troppi metri quadrati hausmanniani di via Victor Hugo a Milano, improbabile moquette bluette che sembrava persino adatta, arnesi del mestiere che non prevedevano manco l’internet. Ma la convinzione che bastasse l’essenziale: curiosità, analisi, profondità, sprezzatura, buona scrittura, ironia qb. E la scommessa che ci fossero lettori per l’impresa, per un giornale che in Italia non c’era ancora. Lo lasceremo dire a Giuliano Ferrara, molti anni dopo, anzi l’altro ieri, per il festeggiato cinquantennale del nostro The Other Place, Repubblica: “Noi con la nostra fronda ci siamo sempre trovati bene nella condizione che sapete. Libertà culturale, civile, partigianeria tribunizia, errori a palate e anche strampalati, stile e vocazione al dubbio plurale, no linea, no uniformità, no conformismo, no esibizionismo, no retoriche di fondazione (fummo e siamo un gruppo di energumeni ottimisti e di splendide ragazze molto capaci)”. Si veniva da anni che burrascosi è poco (sia detto per i giovani, e per tutti quelli che pretendono le cose facili spiegate bene). Mani Pulite, i suoi strascichi mai finiti. A Michele Buracchio, capociurma bonario, chiesero i cronisti fin quando sarebbe durato quel guscio di noce corsaro. Rispose: “Finché i magistrati non rientreranno nelle caserme”. Per dire. L’intuizione che rincorrere la cronaca fosse già inutile. Combattivi ma senza menar le mani.
Una delle poche regole d’ingaggio – a parte il divieto di usare avverbi, luoghi comuni e le virgolette esplicative (“spiegati meglio tu”) – vale ancora: gli amici non si possono scegliere, i nemici invece sì. Bersagli fissi da trent’anni: il settarismo, l’archivio giudiziario permanente della questione morale, l’odio malcelato per le libertà e l’occidente giudaico-cristiano e quello tracimante contro i Papi cacciati dalla Sapienza. Contro il disprezzo per il libero mercato (dove non passano le merci, prima o poi passano gli eserciti). Massimalismi e fondamentalismi. La fiducia che i nostri lettori fossero perfettamente capaci di comprendere e liberi di valutare. Zero funzione (finzione) pedagogica, niente presunzioni watchdog. Piombo ottocentesco – si stava ancora nel Novecento – e un po’ di leggerezza, cosmopolitismo al limite della stravaganza in mezzo a giornali che ignoravano gli Esteri. Rubriche intitolate “Lettera da Salonicco” o “Lettera da Cambridge”. Maastricht sempre in prima pagina quando gli italiani non sapevano nemmeno che fosse. Un raffinato dandy anglo-indiano scrisse una biografia a puntate di Soros. Arrivarono immediatamente le recensioni micidiali di Mariarosa Mancuso, nostro faro nella sala buia del cinema puntato contro tutti quelli che vogliono fare film per mandare un messaggio (“scrivete un telegramma”) invece che per farci divertire.
Un foglio di quattro pagine. “Funzionerà?”, chiese il direttore un paio di giorni prima. Come potesse funzionare lo raccontò dieci anni fa Mattia Feltri: “Noi eravamo al Borghese, di cui confezionavamo i numeri zero. Dalla sera alla mattina ci ritrovammo arruolati in una cosa che si chiamava Foglio: Ferrara non cercava che una sede e un manipolo di ragazzi di bottega per realizzare l’idea partorita da Beppe Benvenuto, un quotidiano di quattro pagine con l’ambizione di spiegare le notizie anziché darle. Entrarono nelle stanze di via Hugo, e parevano la famiglia Addams. Giuliano straripante e giovanissimo (44 anni); Benvenuto sembrava Pippo di Walt Disney, alto, dinoccolato, col codino; Sergio Scalpelli era l’opposto, basso, curvo, coi boccoli biondi; Vichi Festa aveva l’aria di uno del Politburo, con le sopracciglia alla Leonid Breznev; Michele Buracchio era l’incarnazione di uno statale di Nikolaj Gogol”. Ex comunisti, ex socialisti, liberali, pannelliani, cattolici. Non poteva funzionare, perciò ha funzionato benissimo. Ferrara spaziava dalla comparazione dei fondi del Wsj al saggio della Book Review del Nyt, Lodovico “Vichi” Festa strappava lacerti di giornali come sentenze di pensiero, li accumulava e distribuiva ai redattori che avrebbero dovuto ricomporli in nuove chiavi interpretative. Un cameo per Laura Cesaretti, allora cronista politica di punta. Festa scriveva direttamente nel suo format la traccia di cosa avrebbe dovuto contemplare l’articolo. Un giorno gliene consegnò una più lunga dell’articolo stesso. Laura voleva suicidarsi, noi piangevamo dalle risate ogni volta che l’appunto stampato in A3 veniva estratto dal cassetto che lo custodiva come una reliquia. C’era da imparare un giornalismo capace di usare le notizie, ma senza farsene usare. Un po’ come oggi è la scommessa di usare l’Intelligenza artificiale per fare il Foglio AI, ma ci arriviamo dopo.
Prima avevamo avuto un po’ di partite da giocare. La coda di scorpione di Mani pulite. Dopo pochi giorni, col titolo “Di Pietro e Lucibello, storie di giudici e avvocati”, iniziava un bombardamento sistematico del pool giudiziario più pieno di doppi fondi della storia d’Italia. Con le intercettazioni di Chicchi Pacini Battaglia ci facemmo un cd, i forcaioli che qualche anno prima bivaccavano in procura andavano ai matti. I conti con la storia politica italiana, la giustizia, i diritti. Il 4 febbraio 1997, alla notizia che il Foglio avrebbe affidato una Piccola posta ad Adriano Sofri, ci fu la lettera di una lettrice: “Si è chiesto quale valore dirompente potrebbe avere questo suo gesto?”. Risposta: “Omnia munda mundis”. Ci è toccato per decenni combattere per risolvere l’altro grave problema di Palermo, oltre al traffico: l’Antimafia chiodata dei pentiti pupari e farlocchi. Battaglie spesso vinte (“Il processo Trattativa è una boiata pazzesca”) dall’expertise mafiologica e dall’ammaliante lingua siciliana di Giuseppe Sottile. Corroborato, in concorso esterno, da anni di “Bordin Line” chirurgiche di Massimo Bordin, la nostra Cassazione.
Come è andata con Berlusconi? Non sempre bene; ma certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano (scusate il vendittismo, vabbè). Insomma in mutande ma vivi, in mutande ma con il Cav. ogni volta che qualche Erinni di stampa o di toga provava a sbranare l’Amor nostro, cioè due volte ogni santa settimana per vent’anni. Berlusconiani ma anche no. In una delle sue “Lettere al Cav.” Stefano Di Michele scrisse: “Illustrissimo Presidente, fottere ha fottuto abbastanza, ora provi a comandare”. Smettemmo di fare il referendum pubblico, che pure avevamo inventato in sberleffo dell’altrui trasparenza, “Per chi votano i foglianti”, perché sembravamo una flotilla impazzita. Così virammo sul più prudente pronostico del Bar Sport Fogliante per le partite dei Mondiali. Marina Valensise chiedeva i nomi dei giocatori e pure delle nazioni e poi votava in base alle affinità elettive. Solo che ci azzeccava. Nacque “That Win The Best”, inserto sportivo controintuitivo di sgangherata estetica tabloid. Nel frattempo c’era stata “una squadra fortissimi” di calcio con una elegantissima divisa tutta nera, e le guerre vere. All’Usa Day dopo l’11 settembre c’erano migliaia di bandiere, mentre già mezza Italia rinculava nell’appeasement con l’islam. Oscar Giannino si presentò in divisa da cadetto di West Point. E l’Israele Day nel 2002, il primo. Che più drammaticamente profetico di così si muore. Vezzi e follie. La Fenice di Venezia bruciò il 29 gennaio 1996, un lunedì. Il lunedì non uscivamo, diventò la celia per cui per noi non era mai bruciata e si poteva non parlarne mai. Errori? La sua dose. Quante volte abbiamo pronosticato l’happy end per il Cav.? Titolai che Shimon Peres avrebbe vinto le elezioni, trionfò Netanyahu. Titolammo che Arafat aveva fermato Hamas, si presero Gaza. Scommettemmo che bisognasse “votare con la neve” nel 2011, arrivò il Loden di Mario Monti. Contribuimmo a creare qualche piccolo mostro politico, ma del genere innocuo. Lanciammo l’Agenda Brambilla animalier, insomma una matta arancione prima che arrivasse l’apocalittico Arancione.
Mosse del cavallo vincenti. Trasformare "La versione di Barney" di Mordecai Richler nel libro must read del decennio provocò uno tsunami divertito che travolse i birignao dell’Italia libresca del ceto medio riflessivo. La battaglia contro Benigni e la sua Vita è bella, la minaccia di uova lanciate contro Sanremo. Quando ce vo’. La “Guida Langone per chiese e messe”, con le candele al posto delle stelle Michelin, ha destrutturato la demenziale estetica yé-yé del cattolicesimo prog post conciliare meglio di un Derrida.
Equivoci strampalati trasformati in magnifiche occasioni. Pubblicammo un saggio di quattro pagine sulla geopolitica di Geminello Alvi che ci era pervenuto. Chiamò giorni dopo dalla Cina: “Bello ma non l’ho scritto io, è uno scherzo di qualche studente”. Erano gli anni in cui Lanfranco Pace e Stefano Di Michele stavano asserragliati nell’inviolabile stanza in fondo di Trastevere, battezzata “la Muqata’a” dai tempi dell’occupazione militaresca da parte degli Esteri. Lì fumare il toscano era obbligatorio, loro “leccavano” (Lanfranco) allo sfinimento i loro pezzi sublimi e leggeri, la miglior droga fogliante. Un giorno a Daniele Bellasio vicedir in chief arrivò un testo bellissimo di Giovanni Lindo Ferretti: il senso della vita, la morte, l’aborto, Dio. Pubblicammo subito. Telefonò giorni dopo, dall’Appennino: “Condivido le idee, ma non le ho scritte io. Anche perché se scrivo di questi temi mi firmo Ferretti Lindo Giovanni”. Divenne collaboratore e grande amico. Scoop quanto basta, ma sempre puri come cristalli di rocca. La confessione omoerotica di don Baget Bozzo rivelata a Mattia, il gran Pietrangelo Buttafuoco che fece confessare a Norberto Bobbio di essere stato fascista: la bella Italia progressista reagì come se avessimo pisciato sulla tomba di Voltaire. Previsioni azzeccate. Che avrebbe vinto Bush, e non quel mappazzone di Kerry lo scrivemmo la sera prima. Che Ratzinger sarebbe stato eletto Papa. Che Ratzinger si sarebbe dimesso (scritto un anno prima). Intanto avevamo inventato il Foglio dei Fogli, l’aggregatore di notizie prima dell’aggregatore di notizie. Il patinatissimo Foglio dei ritratti di Sandro Fusina alla domenica, con le foto in bianco e nero di struggente bellezza. Tormentoni come “Agenda Mieli” mandavano ai pazzi i commentatori tutte le mattine. Con Christian Rocca fummo l’unico giornale a prendere snobisticamente sul serissimo il primo (e unico) Grande Fratello, “Pietromania”. Un anno dopo Christian era al fronte (a Manhattan) a farsi raccontare la guerra al terrore dai neocon e da Oriana Fallaci. Ritratto sentimentale à rebours di una band of brothers, by Mattia Feltri: “Eravamo così giovani, così applauditi, che sviluppammo un orrendo complesso di superiorità, difettaccio che continua ad accomunare quelli del Foglio, passati e presenti. Ma non ce ne importava nulla, eravamo un clan”. Mancava il profumo della vie en rose, lo stiletto e il gran garbo letterario per raccontarla, e per farci invidiare del tutto dagli altri. Arrivò nella “quinta colonna” di prima pagina Annalena Benini, “Annalena” da subito per antonomasia. Il complesso di superiorità fogliante salì alle stelle.
Sono l’unico del Foglio a non avere mai letto La versione di Barney. Dimenticare un mucchio di cose e di nomi è un diritto umano. Meglio i lampi di serendipity.
Papa Leone, il Papa matematico che conosce l’Intelligenza artificiale, sappiamo che ci segue, è molto attento a tutti i media. Ma noi abbiamo negli occhi anche quella domenica di febbraio 2008, fuori dalla parrocchia di Santa Maria Liberatrice al Testaccio, l’incontro con rapido saluto di Ferrara con Papa Benedetto. Erano i giorni della moratoria laica per l’aborto, che faceva più paura ai cattolici che agli altri, tranne al Papa; ma l’attrattiva per le grandi lezioni del Papa professore, la bussola giovanpaolina e benedettina a indicare percorsi intellettuali veniva da lontano, aveva ben altra tempra e durata. A digrossare tutto il resto delle gnagnere sinodali e conciliari provvede da tempo l’acribia dottrinale di Matteo Matzuzzi, vaticanista nominato seduta stante sul campo del Conclave.
Quando proprio non se ne poteva più dell’impantanamento della politica, si svicolava in cerca di divagazioni all’altezza. Il bufalo può scartare di lato, cantava De Gregori, ma anche l’Elefantino. La campagna per Mourinho, tra 2008 e 2010 l’unico personaggio pubblico di cui ci si potesse occupare in Italia, quello che disse “prostituzione intellettuale”. A salvarci da un eccesso di football arrivò il maestro Mario Bortolotto, consegnava brevi manu i suoi lunghi testi di critica musicale dattiloscritti, pieni di segni diacritici. Diventammo filologi, diventammo il quotidiano di più raffinata musicologia del mondo.
Ma era l’Italia in cui già (2007) imperversava il Vaffa Day del comico annoiato. Il peggior danno nazionale dopo la mai conclusa stagione forcaiola. Ma ben gli avevano spianato la strada, a Grillo e ai suoi scardinatori di scatole di tonno: gli Stella e Rizzo della “Casta”, i talk-show. L’ultima occasione in cui i giornali soi disant importanti hanno contato qualcosa in Italia, fu quella in cui scavarono la fossa alla politica e al paese. Ci toccò rimboccarci le maniche, scendere dall’Aventino di Mou e dell’arte e combattere il populistame. Arrivarono a ruota la Brexit, la dissoluzione d’Europa, la crisi finanziaria, il bazooka di Draghi. Intervistavamo Sylvie Goulard più spesso di quanto Rep. intervistasse Gustavo Zagrebelsky. Il mondo fuori era sempre stato più interessante, e più l’Italia politica rimbecilliva, più quella giudiziaria diventava buco della serratura, inquisizione su cene eleganti, più diventava interessante. La redazione Esteri del Foglio è da sempre marchio di fabbrica e fiore all’occhiello, la sottile linea rossa delle democrazie da mai abbandonare; Paola Peduzzi da tempo guida una task force di donne agguerrite che tiene dritto il timone europeo e occidentale. Giulia Pompili fu minacciata dagli energumeni dell’Ice di Xi Jinping fin dentro al Quirinale, ma no panic. Le abbiamo viste arrivare benissimo, noi maschi casermati della prima ora. Un attimo, ed erano già passate avanti.
Per un giornale che faceva le riunioni di redazione al tavolo tondo del Radeztky, il bar più in voga di Milano degli anni Novanta, il posto per annunciare le dimissioni del direttore non poteva essere più eccentrico: una sera alle “Invasioni Barbariche” di Daria Bignardi.
Arrivò Claudio Cerasa, sembra ieri ma era il 2015. Gli chiesero subito: la crisi dei giornali non è irreversibile? “Invece hanno delle potenzialità enormi. Il giornale è come un hub, con molti slot, da dove fare volare tutti gli aerei possibili: carta, sito, social, podcast, newsletter, video, tutti hanno uguale dignità. E si possono raggiungere pubblici tra loro diversi, anche i giovani”. Chiesero, con l’aria di mettere la trappola: i giovani sono un pubblico? “Sì. Non è vero che non leggono. Ma vogliono, come tutti, qualità e soprattutto identità”. La cifra di Cerasa – oltre la magnifica scultura-ciliegiona che gli donò Berlusconi, nella sua prima e unica visita alla redazione di Trastevere, quando ormai non era più proprietario nemmeno per firma parenti – è l’ottimismo. Come si chiama ormai da dieci anni la Festa dell’Ottimismo di Firenze. La prima volta, fuori da Palazzo Vecchio, fu la sorpresa di lettori che ci chiamavano per nome, come a una festa, una community senza tessere. E poi quella dell’Innovazione a Venezia, sempre credendo nel futuro e mai girati malmostosi al passato. Insomma “l’antidoto”, la vera ribellione al catastrofismo di questa nostra età di mezzo che tutti vogliono decadente. Il ritmo della politica, e dell’essere sempre avanti sulle notizie. E tutti gli altri eventi. E poi l’invenzione del “fascione”, l’articolo sotto la testata per poter infilare in prima pagina un’idea in più. I supplementi, gli inserti. Cambiare pelle senza cambiare anima. La Review di Annalena Benini, le newsletter, EuPorn che ora è diventato il Foglio Europeo. I libri in formato iPhone. Un po’ meno pensosi, forse; il gusto del controcanto e del fact checking senza bisogno degli algoritmi. Le interviste “A tu per tu” di Salvatore Merlo come un gran teatro del mondo. Qualche amore sciagurato ci si è seccato intorno, va da sé, e “abbiamo visto geni e maghi uscire a frotte / per scomparire” (perdonate la citazione, non è Barney). Però nessuno, che almeno ci si ricordi, ha lasciato il nostro piccolo club per un tradimento.
La vera essenza, mai rinnegata? La libertà di tono, e il non voler mai insegnare niente a nessuno. Forse siamo meno ermetici di un tempo, ma ci fidiamo ancora dei lettori, della loro intelligenza e preparazione (sarà per questo che abbiamo lettori universitari?). Trattarli da adulti senzienti, senza prosopopea e moralismo. L’iniziativa più ottimista e fogliante? Il Foglio AI. Sono venuti i giornali di tutto il mondo a chiedere che cosa e come avevamo fatto. Stupiti dal sentirsi rispondere: è l’antidoto a farsi dominare da una macchina che si può invece usare. (Forse, eh).
Sono l’unico del Foglio a non avere letto La Versione di Barney, credo di averlo già detto, non mi ricordo. Così lascio a voi colmare i buchi della memoria. Ma parafrasando una brava prof. d’altri tempi, lei lo diceva riferito alla cultura, “il Foglio è ciò che rimane quando ti sei dimenticato di tutto il resto”.