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La gogna spiegata con Lolita

L’insostenibile peso del linciaggio mediatico sulla vita reale illuminato con un esperimento d’autore: consegnare i personaggi dei romanzi, nella loro radiosa impresentabilità, al giudizio della rete. Indagine letteraria (e politica) sul ritorno osceno e seduttivo del pensiero orribile

29 Aprile 2019 alle 14:45

La gogna spiegata con Lolita

Tutto quello che riguarda l’online è sempre colpa di qualcun altro, e se mi sono messa a perdere tempo e fantasticare inventando un social network che non esiste, come se non bastassero quelli che abbiamo già, la colpa è di uno che i sociali network li disprezza, cioè Jonathan Franzen: “Un tempo non importava se Raskol’nikov e Lily Bart fossero personaggi piacevoli, ma oggi la questione del ‘mi piace’, che privilegia implicitamente i sentimenti personali del recensore, è diventata un elemento chiave del giudizio critico. E la narrativa letteraria assomiglia sempre di più alla saggistica”, constata nel saggio di apertura della raccolta La fine della fine della terra (Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi). Non so se le critiche ai romanzi in base alla piacevolezza dei protagonisti siano sempre esistite o siano davvero frutto della popolarità di cui gode oggi chi è abile a esprimere un giudizio velocissimo e il più possibile ridotto all’osso su qualsiasi argomento, personaggio o persona, però il problema c’è, e assume nella contemporaneità sembianze specifiche che lo rendono più chiaro, più visibile. Io poi ho questo vizio di prendere Franzen sul serio, esprimendo così quella gratitudine che provo verso chi riesce a farmi sembrare interessante la materia che meno mi interesserebbe al mondo – è sempre colpa sua, per esempio, se ho preso a leggere memoir di scrittrici che dall’allevamento dei rapaci deducono il senso della vita, e li sottolineo pure, perderò il sonno pur di sapere cosa hanno di esistenziale quei benedetti volatili e siccome non ho nessuna intenzione di avvicinarne uno lo scopro all’antica, sui libri, deliziosi parallelepipedi non commentabili, nel senso che chiunque ha un tiramento e lo scambia per un’opinione non si sente in dovere di commentarli subito, a piè di pagina. O forse sì, forse non siamo più al riparo nemmeno off line, e quindi torniamo al social network franzeniano, quello in cui personaggi immortali di romanzi immortali appaiono in tutta la loro radiosa impresentabilità consegnandosi al giudizio della rete che severa decreterà: pollice su, pollice giù, cuoricione, esecrazione sociale, ah come gliele ha cantate, ehi tu ma non ti vergogni, screenshot incriminato e incriminante del periodare stigmatizzato, rimbalzo da un social all’altro e pure nelle chat private. Franzen liquida la questione in poche righe, giustamente impegnato in quell’attività seria che è la difesa della sua idea di letteratura, ma se una cosa cade dalla sua tasca a me viene voglia di raccoglierla, e partendo da quel breve inciso polemico mi sono sentita autorizzata a sognare. Piacerebbe a Jorge Luis Borges o ad Alberto Manguel un social network dei personaggi letterari, come un tempo si usavano gli atlanti o i dizionari? In fondo i social non sono pranzi di gala, sono luoghi del massacro, e se la letteratura, pervasa dalla smania di essere corretta e civile e pollice in su, rischia di annoiarci, forse è altrove che dobbiamo rifugiarci per riversare i nostri tumulti quotidiani. 

 

“Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata”: cosa accadrebbe se Humbert Humbert ne avesse fatto un tweet

Immaginiamo dunque di connetterci a questo paradiso dei lettori che cercano scossoni, emozioni forti. Il primo che incontriamo è Humbert Humbert, il quale usando un generico voi e chissà chi subtuittando, così si esprime di getto: “Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata”. E’ l’eterno ritorno del pensiero orribile, il sospetto che un delinquente possa aver scritto un capolavoro, un’opera che ci commuove e strazia e persino ci migliora, e, anziché trovarcelo fra le pagine di Lolita, quel brutto pensiero è lì, sotto gli occhi di tutti, decontestualizzato e brutale. Cosa ne facciamo? Negli ultimi anni i social, quelli veri, si sono configurati come enormi contenitori di acclamanti Barabba che chiedevano la testa, di volta in volta, di molestatori, disturbatori della quiete pubblica, portatori di pensieri complessi o anche solo di pensieri ubriachi; ogni settimana c’è qualcuno che, reo di un comportamento non ortodosso, troppo intelligente oppure troppo scemo, viene messo all’indice: ecco che da un momento all’altro non merita più di girare film, condurre programmi, scrivere libri, pubblicare articoli su un giornale. Non riesco a immaginare niente di più triste di biblioteche, emeroteche e videoteche popolate da persone perbene con cui vado d’accordo, ma Franzen, sempre lui, non mi aiuta a esprimere la mia desolata e isolata disperazione: in una recente intervista ha confessato anzi di avvertire un crescente disagio di fronte alle opere di Caravaggio, non riuscendo più a separare il piacere estetico dalla consapevolezza etica che quell’uomo, autore di capolavori, ne avesse ucciso un altro. Riportando il dibattito sulla fruizione dell’arte a un tragico anno zero, l’amato Franzen mi arrecava un significativo dispiacere, ma quantomeno poneva il problema a partire da un assassinio; in questi anni ho visto gogne mediatiche scatenarsi per molto meno, chiedere che venissero sospesi rei confessi di notti di sesso non entusiasmanti (una colpa per la quale sarei anch’io favorevole alla galera, a patto che poi non ci si lagni dell’affollamento delle carceri) o portatori di opinioni espresse con malagrazia (idem). 

 



  

L’unica vera legge delle gogne è non azzeccarne mai una: l’internet non processa un delinquente per i suoi delitti, ma perché ha detto buongiorno nel modo sbagliato

Insomma, posso riprendere il monografico di Estetica dei miei anni universitari e ricorrere ai filosofi per ripristinare la legittima separazione uomo/opera d’arte, ma deve valerne la pena, per immolarmi allo sforzo ho bisogno di un reato vero, non di un capriccio dell’internet che una mattina si è svegliata penalista: non sono d’accordo con Franzen ma ancora una volta ha ragione, alziamo la posta in gioco, per meno di un omicida non mi alzo neppure dal letto. Anche Humbert Humbert, che di reati secondo diverse legislazioni ne ha commessi davvero, nel social franzeniano non sarà mandato al fresco per le ragioni giuste, perché l’unica vera legge delle gogne è non azzeccarne mai una: l’internet non processa un delinquente per i suoi delitti, ma perché ha detto buongiorno nel modo sbagliato. Ecco perché le agitazioni contro un politico producono l’effetto opposto, e l’opposizione online sta diventando rapidamente l’altra faccia del rafforzamento del consenso. Ma torniamo a quel pedofilo di Humbert. Ecco come va, che una sera, dopo un bicchiere di troppo, afferra il telefono e scrive: “Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata”. Magari lì per lì pensa di mandare quel messaggio a un amico, poi al terzo giro di alcol si rilegge, si sente brillante, sente che quel pensiero esprime una sua coerenza, anzi di più, sente che contiene una portata rivoluzionaria, anche contro il creatore del social stesso: se Zuckerberg è Jonathan Franzen, tocca ricominciare a spiegargli il motivo per cui possiamo apprezzare Caravaggio senza sentirci la coscienza sporca di sangue. Ecco allora, perché no? Humbert quel pensierino lo invia a tutti dal suo profilo ufficiale. Poi, soddisfatto e un po’ sbronzo, va a dormire. Al risveglio, apriti cielo, sarà sepolto da una caterva di insulti in quantità paragonabile a quella ricevuta da Justine Sacco appena atterrata in Sudafrica.

 


Raskol’nikov rischia la lapidazione senza appello e ci priverà così di un capolavoro: dalla gogna online non si riabilita nessuno. Flaubert almeno fu processato e assolto


  

Ovviamente, tranne che a quattro appassionati del meccanismo dell’umiliazione online, citare Sacco non evocherà molto: nessuno, nemmeno i bambini prodigio e certi interpreti di tormentoni sanremesi, viene dimenticato più in fretta dell’oggetto di una crocifissione, quindi adesso potrei trovarmi nella paradossale condizione di spiegare a un odiatore di Justine Sacco chi sia Justine Sacco. Non ricordi, dovrei rammentargli, che per cinque minuti questa sconosciuta è stata la causa dei mali del mondo, le hai dato del mostro per una battuta razzista, l’hai resa famosa fino a farle perdere il lavoro, hai appagato il bisogno di giustizia sociale con cui quella mattina ti eri svegliato? C’è sempre un bisogno di giustizia sociale che qualcuno, che non sa neppure chi siamo, deve scontare al posto nostro: abbiamo deciso così e dev’essere così. Facebook e Twitter stanno in piedi grazie a questa famelica esigenza e anche il social dei personaggi letterari non può costituire un’eccezione, non è che siccome l’abbiamo popolato di gente inventata quello possa restare territorio franco. Buona parte delle gogne è portata avanti da nick name e avatar di gattini, non possiamo neppure essere sicuri che a chiedere la morte o la destituzione di una persona in carne e ossa sia sempre una persona in carne e ossa, quindi adesso non sottilizziamo tra invenzione e realtà. Quella mattina, dunque, H.H. si sveglia, non ricorda nemmeno di aver scritto qualcosa, ha la gola in fiamme e tanto bisogno d’acqua, ci dev’essere da qualche parte una luce della sua vita, il fuoco dei suoi lombi. Niente. Solo un telefono che lampeggia con duemila notifiche, e in un attimo è travolto: l’hanno scoperto, sono venuti a prenderlo. Macché. Il popolo non è infuriato perché ha abusato di una ragazzina, ma perché si è permesso di dire che la stessa mano che toglie la vita possa rendersi colpevole di una prosa migliore della mano di un innocente, o, ancora di più di quella di una vittima (la vittima è la categoria preferita dell’internet, se non ti dichiari vittima uscendo con le mani in alto difficilmente una battaglia sarà portata avanti per i tuoi diritti). Con tutti i libri che ci sono da comprare certo non comincerò da questo assassino, risponderà il primo indignato (dopo un post con cui elogia una mostra di Caravaggio, perché la coerenza prima di tutto). Il suo commento aprirà la strada agli altri.

 

L’importante è circoscrivere senza possibilità di fraintendimenti la tua sgradevolezza ai modi e alle idee della tua internet di riferimento, che sia di destra o di sinistra, vegana o carnivora

Sempre pensato che quello lì era un mediocre, si vanterà il secondo, perché i gognisti la sanno sempre lunghissima: lo dicevo io che i film di quel pervertito di Woody Allen non valgono niente, che quel megalomane di Kevin Spacey è solo una comparsetta sopravvalutata, mai letto un libro del nazista Günter Grass – al tempo della rivelazione di Grass non c’erano i social, ma ciò non lo risparmiò dagli anatemi retrospettivi, quando confessò di aver militato nelle SS molti non potevano dormire tranquilli prima di averne bruciato l’intera opera. L’additamento con bava alla bocca certo non è nato con internet, ben prima di Jon Ronson e dei suoi Giustizieri della rete ne troviamo traccia in due testi non proprio minori come la Bibbia e I promessi sposi; possiamo revisionare anche quelli a nostro piacimento, ovviamente: Barabba, tutto sommato, era una brava persona e salutava sempre, inoltre “la folla è come una fiamma: si sposta a seconda di come soffia il vento” dobbiamo intenderla come una frase riferita a un manipolo di analfabeti del Seicento, mica a noi acculturati superconnessi del Ventunesimo secolo. Ma siamo nel 2019, i moralisti han chiuso i bar, le librerie chiudono da un pezzo, Humbert Humbert con le sue idee inaccettabili non lo legge più nessuno e si è rifugiato nel social della letteratura, un luogo che pure io, con le mie visioni a occhi aperti, bazzico volentieri, perché della narrativa del “mi piace” di cui parla Franzen non so che farmene. Me ne sto lì a curiosare fra le bacheche di brutte persone, e trovo pure Rodion Romanovicč Raskol’nikov: che tipo curioso. Si esprime come una creatura antica e non sembra a suo agio con le opzioni della privacy, sta discutendo con Sonja e deve aver scambiato Facebook per una chat privata. Scrive infatti, sotto gli occhi di tutti: “Ma dopotutto ho ucciso solo un pidocchio, Sonja, solo un inutile, ripugnante, nocivo pidocchio!”. Vorrei avvisarlo di stare attento, proteggersi e lucchettarsi ben bene: se ha sbagliato, se ha ucciso, è giusto che paghi, ma sarebbe meglio rivolgersi alle sedi opportune, cercarsi un bravo avvocato o almeno un romanziere capace di farci empatizzare coi suoi pentimenti. Così, invece, rischia la lapidazione senza appello e ci priverà di un capolavoro: salvati, Raskol’nikov! Salvaci! Provo a mandargli un messaggio privato, ma è tardi: il suo account risulta inesistente. Probabilmente è stato segnalato e bandito, oppure, ricevuti i primi insulti, ha deciso di cancellarsi da solo. Avrà capito che i social non sono il luogo migliore per esprimere opinioni sgradevoli, a meno che per “sgradevolezza” non si intenda: dire quello che pensano tutti quelli che la pensano come te, rafforzando il tuo consenso presso di loro e diventando l’eroe paladino contro il nemico del giorno. L’importante è che di te possano dire: ah, come gliele ha cantate. L’importante è circoscrivere senza possibilità di fraintendimenti la tua sgradevolezza ai modi e alle idee della tua internet di riferimento, che sia di destra o di sinistra, vegana o carnivora, per i pianoforti a coda o contro i pianoforti a coda. Non conta l’idea, conta il metodo: è molto importante che tutti dicano la stessa cosa, a te che sei il guru è richiesto solo di dirla un po’ più semplice.

  

Non so quanti, nel social di quei tipi coriacei e pieni di chiaroscuri che sono certi personaggi letterari, riusciranno a sopportare tutto questo. Vedo che un vecchio lupo di mare assetato del sangue di cetacei ha già preferito cancellare l’account: “Reputo sia giunto per me il momento di prendere al più presto il mare. Questo è il sostituto che io trovo a pistola e pallottola”, ha scritto Ismaele nel suo ultimo post, prima di salpare per più interessanti lidi. Io però non demordo, questo social pieno di spine mi piace, mi sento inspiegabilmente a mio agio, non mi sentivo tanto a casa da quando hanno chiuso l’ultima libreria vintage del mio quartiere. 

  

Questo dei personaggi letterari potrebbe essere il luogo da frequentare ora che le biblioteche sono deserte e la letteratura non interessa più a nessuno, ora che è così raro che un libro faccia scandalo e un romanziere finisca in tribunale. Nel 1857 Gustave Flaubert aveva trentacinque anni e fu chiamato a rispondere dell’accusa di oscenità insieme a un direttore editoriale e a un tipografo: la vera notizia, a ripensarci oggi, non è che la società fosse più bigotta, ma che qualcuno avesse letto per intero Madame Bovary, segnando con precisione i passaggi che disturbavano la morale pubblica. E’ l’episodio che meglio segna la superiorità di quell’epoca sulla nostra: un processo vero, in tribunale, su un libro che era stato analizzato e persino capito (Madame Bovary era disturbante sul serio – per fortuna sua e nostra). Incredibile, no? L’equivalente oggi sarebbe un processo a colpi di post per il titolo di un articolo che nessuno ha letto; e mentre dalla gogna online non si riabilita nessuno, nemmeno con le scuse, Flaubert fu assolto pienamente.

 


Se entrasse in un social, Emma Bovary farebbe bene a preoccuparsi dei video intimi che uno dei suoi amanti potrebbe diffondere. Le isterie al “non dir negritudini!” del padre di Natalia Ginzburg. Non basta non frequentare i social per essere immuni dalla gogna: Edoardo Albinati non ha nessun account


  

Insomma, oggi che uno scrittore per essere primo nella classifica della settimana deve vendere un numero di copie che vent’anni fa i bestseller vendevano in due ore, Flaubert potrebbe scrivere quello che vuole, sicuro che nessuno se lo filerebbe; in compenso, dovrebbe stare molto attento a ciò che tuitta. Di contro, se la sua Emma Bovary entrasse in un social, farebbe bene a preoccuparsi dei video intimi che uno dei suoi amanti potrebbe diffondere: da quelli sì che non c’è riparo, soprattutto se Emma ha deciso di candidarsi alle elezioni con un partito molto antipatico, allora della sua scabrosa privacy non importerà davvero a nessuno, perché per gli avversari lo sputtanamento un po’ se lo sarà meritato. Che paura. Mi sa che ho ragione a pensare che stiamo bene qui, in questo nuovo social a cui tocca solo dare un nome, ci penseremo noi orfani di quel deserto di giudizi che era, un tempo, la forma antica del romanzo, in quest’ultima isola di quell’arcipelago di pace che all’epoca si chiamava “disconnessione”. Tipo: mentre altrove gira un lungo thread su quanto possono essere razzisti i cerotti (so che non ci credete e io non ho la forza di spiegare: googlate), nel social network nato da un’idea di Jonathan Franzen il padre di Natalia Ginzburg, ignaro e allegro, sta esortando qualcuno con un’ironia che altrove farebbe scattare catene di isterie: “Non dir negritudini!”. Ecco, sì, voglio stare qui. Metti che un giorno, di là, un utente con una distorta idea di antirazzismo prenda in mano una copia Lessico famigliare. Metti che lo legga davvero. Metti che a quell’utente, nervoso perché ha appena scoperto di essere stato licenziato o cornificato e con qualcuno bisognerà pur prendersela, salti in mente di aprire una petizione online per chiedere che nelle scuole ne venga distribuita un’edizione epurata, come quando qualcuno predica che la Carmen di Bizet non deve morire per non certificare il femminicidio, il lupo delle favole deve diventare vegano per non demonizzare i lupi e nel Mercante di Venezia nessuno può fare battute antisemite perché significherebbe adorare il nazismo. Metti che, a furor di popolo, la petizione passi e, nella nuova edizione approvata da Twitter e da Facebook, il padre di Natalia Ginzburg sia costretto a perifrasare: “Non dir sciocchezze non riconducibili a nessuna etnia!”. Metti che neppure questo basti, e per placare la furia degli urtati il personaggio debba scomparire dalla pagina, anzi dall’intero romanzo. Ecco: posso ancora trattare sull’opportunità o meno di pubblicare il Mein Kampf, ma non sono sicura di essere pronta a rinunciare a Lessico famigliare, e – potrei sbagliarmi – avvertimenti sinistri mi inducono a sospettare che prima o poi toccherà anche a lui, e senza neppure passare da un tribunale. Flaubert, almeno, aveva potuto pagare un avvocato, ma dai processi della rete chi ti difende? Abbandonatemi qui, in questo social, da qualche parte ci dev’essere uno spazio per i meno suscettibili di noi ora che la suscettibilità è dappertutto (una mia amica geniale ha promesso di scrivere un libro sull’argomento, ma è così impegnata a studiarlo che sono più le volte in cui tocca andare a ripigliarla dagli esperimenti sul campo che quelle in cui butta giù due righe).

 

Una volta mi sono data da sola della terrona su Twitter e in un minuto sono stata redarguita, perché gli indignati non decidono soltanto la categoria che quel giorno non puoi prendere in giro, sorvegliano senza sosta anche l’ironia che secondo loro sei autorizzato a usare con te stesso: la battuta sbagliata siamo noi, nessuno si senta escluso. Un tempo avevo sul profilo una bio, “i siciliani pur di non lavorare scrivono”, la terza volta che ho dovuto spiegare a stizziti conterranei che non era una denigrazione ma il modo in cui l’editore Valentino Bompiani, complici Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino, aveva deciso di irridere la Lega, ho deciso che facevo prima a toglierla. Non sono una gran battagliera online, mi rendo conto, e il mio riserbo nel rispondere può essere preso per spocchia, pazienza – nel social dei personaggi letterari, travestita da Oblomov, troverò posto pure per la mia indolenza. Poi, quando la mia amica scriverà il libro sull’era della suscettibilità capirò anche come siamo arrivati a pensare che ogni volta che ci sentiamo urtati sia colpa degli altri, anche quando non ci hanno offeso deliberatamente: come siamo arrivati a pensare che è sempre colpa del libro pauroso se il libro spaventa un bambino (morte al libro, via il problema), colpa dell’insensibilità della battuta generica di un ignaro sconosciuto se un altro sconosciuto si sente ferito (morte allo sconosciuto, via il problema).

  

Già, quando è cominciato? Negli anni Novanta non mi pare vivessimo così, mio padre era morto di una certa malattia e io comprai un diario di Lupo Alberto che, scoprii dopo l’acquisto, era tutto dedicato a quella malattia: stetti malissimo e dovetti correre a sostituirlo con uno di Snoopy, ma né io né i miei familiari né i miei insegnanti fummo sfiorati dal pensiero di processare Lupo Alberto. Forse la mia sensibilità non era tenuta in gran conto, ed è per questo che sono diventata una persona orribile che si trova bene nel social network del signor Humbert. Oggi, lì, tocca trovare un account anche per Lupo Alberto, prima che sia bandito dal consesso civile per aver fatto piangere una ragazzina.

 

Si ride per non piangere, si sa, e se usciamo dal social franzeniano per tornare in quelli reali, sappiamo che non basta neppure non frequentarli per essere immuni dalla gogna. Prima o poi tocca a chiunque: hai voglia a startene rintanato dalla parte dei giusti, qualunque cosa tu intenda per giusti. Non basta l’opzione Michele Mari, che a domanda: “Lei esiste online?” risponde “No”. Edoardo Albinati non ha nessun account su nessun social network ma questo non gli ha impedito di essere lapidato dai seguaci di Salvini per un brandello registrato a una presentazione pubblica: ovviamente all’incontro la frase era scivolata via innocua, perché nulla esiste se non lo decide la rete. Infatti, meno risonanza del post ebbe il libro, Cronistoria di un pensiero infame (Baldini e Castoldi) che Albinati scrisse per spiegarsi: un po’ perché comprare un tomo, leggerlo e pensarci su è un’azione opposta a quella di leggere gratis due righe e avere un’opinione prima di essere arrivati al punto, un po’ perché le scuse tanto richieste, quando arrivano, non interessano a nessuno. Mi sforzo, ma non riesco a immaginare un crocifiggente che smette di martellare sui chiodi perché Cristo a un certo punto ammette: avete ragione, invece Barabba sì che è una brava persona. Immagino il crocifiggente esitare, fermarsi un attimo, cercare dentro di sé la risposta e continuare con più foga: vabbè, potevi pensarci prima! Quindi, Albinati aveva le sue ragioni ma purtroppo non lo sapranno in molti: alla fine o è stigma o è oblio, più spesso è entrambe le cose. Ecco, abbiamo cominciato immaginando un social network di personaggi letterari e siamo finiti a parlare di scrittori, che qualche volta si confondono con i loro personaggi. Così, nel social di Franzen non ci saranno solo i protagonisti delle Correzioni e di Libertà con i loro sublimi e orrendi difetti, ma troveranno posto anche i suoi personali dubbi su Caravaggio. Per me quello è il concetto più detestabile che il nostro abbia mai affermato, ma prometto di argomentare e non cavarmela con un pollice verso. Prometto di ospitare anche Cesare Pavese e i suoi “Chi gli piace sborrare in fica, paghi” (17 aprile 1946, Il mestiere di vivere) difendendolo dai Pro-life che ne chiederanno la scomunica, e di proteggerlo dalle accuse di sessismo quando scriverà che le donne sono un esercito nemico come i nazisti (speriamo non gli venga in mente di tuittarlo il venticinque aprile, santo cielo). Ho spalle robuste per Tomasi di Lampedusa che si riferisce a sé come “il Mostro” e dice di contenere “oltre che un angelo, un porco”, facendo seguire descrizione di un pasto londinese pieno di grassi saturi: anzi, è una perfetta colazione letteraria su Instagram. Sì, mi pare un posto non male questo social network; se lo modifichiamo ben bene togliendo tutto quello che non ci convince degli altri social, se arriviamo a complessificare i tasti con le reazioni, se indirizziamo i nostri giudizi verso un’articolazione diversa, magari un giorno riusciamo a inventare una cosa davvero bella e nuova che a quel punto potremmo anche chiamare, che so, dico una parola tanto per dire, letteratura.

Nadia Terranova

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