Proteste nei giorni scorsi al Cairo: i manifestanti chiedevano il rilascio dei giornalisti arrestati dalla polizia

Inevitabili canaglie

Stefano Cingolani
Non solo l’Egitto. Malgrado tutto, per l’Italia l’unica diplomazia possibile resta quella degli affari. Da Putin agli ayatollah, dai dittatori africani alle giunte militari: non si contano gli stati con cui si scambiano merci e favori.

Chi parla è un adepto della realpolitik, ma non vuole essere citato per paura dei social media. “Pensi che vagonata di ingiurie mi pioverebbe addosso”, dice. Poi espone senza mezzi termini un’opinione che corre su cento bocche, ma nessuno osa confessare: “Anche con l’Egitto? Adesso basta. L’Italia deve imparare a non essere così puerile, provinciale, isterica; deve guardare ai suoi interessi di fondo. Con Cesare Battisti, il terrorista assassino che se la spassava a Copacabana abbiamo praticamente rotto le relazioni diplomatiche con il Brasile. A farci litigare con l’Argentina c’erano i tango bonds. Tra Roma e New Delhi ci sono i due marò, questione molto seria sia chiaro, ma l’India è stata per mezzo secolo la nostra testa di ponte in Asia. Continuiamo, così, facciamoci del male. La Libia e le paturnie moralistiche. L’incidente aereo del Cermis e il povero Nicola Calipari: abbiamo processato gli Stati Uniti, niente meno. L’elenco è infinito, ma adesso è ora di finirla. Prendiamo esempio dai francesi e dagli inglesi”. Già, a Roma fanno affari con il diavolo e altrove no? Ovunque si leva la protesta quando lo stomaco viene messo prima della morale. Ma è difficile che incidenti per quanto dolorosi facciano cambiare la politica estera di un paese come invece avviene in Italia.

 

Non si sa se Giulio Regeni stava studiando il modello Fiom in Egitto o se raccoglieva informazioni che poi passava a qualche barba finta, tuttavia il caso del ricercatore brutalmente massacrato, per quanto ancora torbido, anzi oscuro, rischia già di compromettere le relazioni con il Cairo che resta il punto di riferimento nella sponda sud orientale del Mediterraneo. C’è una corrente di pensiero spinta da nobili intenti. Il generale Abd al Sisi è andato al potere con un colpo di stato, reprime l’opposizione (non solo la Fratellanza musulmana), mette il bavaglio alla stampa, non rispetta i diritti umani e liberali. Dunque, perché l’Italia deve sostenerlo, perché le aziende corrono nelle sue braccia? Da Putin agli ayatollah, dai dittatori africani alle giunte militari sudamericane: non si contano le canaglie e gli stati canaglia con i quali si scambiano merci e favori. Il denaro non puzza? Al contrario lancia attorno a sé l’odore dello sterco diabolico. Militanti gauchiste e cattolici, progressisti e anime belle sono uniti in questo coro.

 

A destra squilla, invece, la tromba nazionale. Sono in ballo le sorti, le teste, le vite di italiani. Bisogna difenderli, avvolgerli nel tricolore. Right or wrong my country, vale per tutti non solo per gli inglesi. Ricordate Fabrizio Quattrocchi il contractor etichettato come “mercenario”, trucidato in Iraq nel 2004? “Ecco come muore un italiano” gridò prima che i guerriglieri delle Falangi di Maometto gli tirassero due colpi di pistola in testa. Ebbene, sia un esempio per tutti i connazionali.

 

C’è poi una opinione sofisticata, di impronta progressista, ma moderata che se la prende con la politica dei due forni, la mancanza di un principio, di valori ai quali ancorare la nostra politica, quella interna e quella internazionale. E’ vero, ribattono le feluche della Farnesina, ma gli idelisti non capiscono che l’Italia fa politica estera attraverso gli affari, la Francia e l’Inghilterra fanno affari con la politica estera. Noi abbiamo tratto la lezione dalle illusioni di Giolitti (la Libia) e dalla follia di Mussolini (l’Etiopia). Del resto come potenza sconfitta non abbiamo alternative; nel dopoguerra, Germania e Giappone si sono mosse sulla stesa strada.

 

Maestro in questo uso strategico del business è stato senza dubbio Vittorio Valletta. Dopo l’8 settembre 1943 trattava con gli occupanti tedeschi e informava gli Alleati. Poi si allineò totalmente agli Stati Uniti, mise al confino i sindacalisti comunisti, sostenne i “pretoriani” di Edgardo Sogno. Negli anni Sessanta concepì la più ardita delle operazioni: Togliattigrad, un impianto automobilsitico per l’Unione sovietica di Krusciov. I documenti de-secretati dalla Cia mostrano che il presidente americano Lyndon Johnson sapeva tutto, approvava, aiutava e sperava che fosse il sigillo del disgelo (Gianni Agnelli volle fare lo stesso con Mikhail Gorbaciov ma non gli andò bene perché il tentativo di cambiare dal di dentro il comunismo fallì tragicamente).

 

Tra Fiat e Stati Uniti s’infilò la Libia. L’ingresso di Lafico, il fondo sovrano libico, nel capitale della Fiat nel 1976 fu opera di Enrico Cuccia e di Giulio Andreotti. Sì, i due eterni nemici quella volta lavorarono di fatto in parallelo, nell’interesse della Fiat e (forse) del paese. L’intesa si rivelò un boomerang quando Gheddafi venne messo nella lista dei terroristi. Ronald Reagan nel 1986 bombardò il Colonnello che venne avvertito da Bettino Craxi il quale aveva accettato gli euromissili contro l’Urss, ma aveva sfidato gli Stati Uniti a Sigonella per difendere il terrorista palestinese Abu Abbas (aveva sequestrato la nave Achille Lauro e fatto uccidere un ebreo americano in sedia a rotelle). Anche la Fiat finì nel mirino e gli americani minacciarono di escluderla dagli opulenti programmi di difesa (lo scudo stellare, qualcuno lo ricorda ancora?) se non avesse cacciato i libici che nel frattempo erano arrivati al 13 per cento del capitale. E così fu in quel fatidico 1986. Due anni dopo il Colonnello fece esplodere un volo Pan Am nei cieli della Scozia: 270 morti.

 

Quando comincia la marea di disperati dall’Africa profonda, tutto viene dimenticato e Gheddafi diventa il baluardo (ben remunerato) contro “l’invasione”. Lo stesso sta facendo Angela Merkel con Recep Erdogan, solo che lo fa pagare da tutti gli europei.

 

La Libia della rivoluzione verde, fondata sulla propaganda patriottica contro il colonialismo italiano, era un paese ricco di petrolio. Nel dopoguerra l’Eni aveva svolto un ruolo di primo piano, grazie ai rapporti stretti da Enrico Mattei con il re Idris al-Senussi e alla politica di spartizione degli introiti con i paesi produttori che aveva fatto infuriare le Sette sorelle. La stessa formula che ha consentito di penetrare nell’Algeria liberatasi a mano armata dalla Francia e desiderosa di sganciarsi anche dal patronage economico di Parigi. O di aprire le porte dell’impero del pavone, l’antica Persia ormai denominata Iran. In realtà questa volta furono gli uomini dello scià Reza Pahlavi a farsi avanti. Scontenti del trattamento riservato loro dal consorzio internazionale dominato dagli anglo-americani, gli iraniani nel 1956 proposero una joint venture con la compagnia italiana secondo un meccanismo innovativo di partnership industriale. I buoni rapporti con l’Iran continuarono anche dopo che la rivoluzione del 1979 portò al potere Khomeini e la sua casta di ayatollah.

 

L’Italia ha sofferto più di altri paesi le sanzioni e vuole tornare ai tempi in cui era il principale partner occidentale di Teheran. La visita del presidente Hassan Rohani a Roma il 25 gennaio aveva l’obiettivo concreto di riportare l’interscambio con l’Iran ai livelli del 2010, ovvero a 7 miliardi di euro. E ha portato contratti per 16 miliardi. Valeva bene anche qualche scatolone attorno alle statue nude, con tutto il rispetto per l’arte classica?

 

L’embargo ha di fatto bloccato l’Eni. Ora si attende una revisione del sistema contrattuale e una soluzione sugli 800 milioni di arretrati dovuti dalla compagnia statale Nioc. E’ stata firmata una bozza di memorandum di intesa per l’espansione della cooperazione bilaterale nelle perforazioni petrolifere con la National Iranian Drilling Company. E non c’è solo l’oro nero. E’ in ballo anche l’ammodernamento della rete ferroviaria e una linea di alta velocità con aziende italiane a fare da capofila. Si parla in particolare della tratta tra Teheran e Mashad e dell’alta velocità tra Teheran e Qom. Negli anni Trenta l’Italia diede un contributo fondamentale a costruire la ferrovia Transiraniana che poi, durante il secondo conflitto mondiale, divenne la spina del corridoio attraverso cui passarono le forniture militari anglo-americane all’Unione sovietica per bloccare l’operazione Barbarossa. Teheran ha messo una pietra sopra le accuse di terrorismo; per Roma la repubblica islamica è un affidabile partner, indispensabile per la stabilità del medio oriente. Ma la teocrazia, la violazione dei diritti umani, la repressione, le esecuzioni pubbliche e tutto il resto? Honi soit qui mal y pense.

 

[**Video_box_2**]Anche con l’Egitto i legami sono antichi e non solo d’affari. Nonostante l’occupazione britannica, il giovane re Faruq ibn Fuad rimase fino al 1945 vicino a Mussolini. Quando nel 1952 venne deposto dal colpo di stato militare guidato dal colonnello Gamal Abdel Nasser, si rifugiò in Italia dove, secondo la leggenda, avrebbe sposato in terze nozze la cantante e attrice Irma Capece Minutolo. A Roma, in via Veneto, divenne un personaggio di spicco della dolce vita prima di morire d’indigestione dopo una cena degna di Trimalcione nel 1965 a soli 45 anni. Le relazioni sono sempre state buone anche con Nasser e i suoi successori. Gli accordi di Camp David firmati nel 1978 da Anwar Sadat e Menachem Begin furono una benedizione anche per l’Italia in equilibrio sempre precario tra l’alleanza con Israele e l’amicizia con il mondo islamico. E oggi, spiega Matteo Colombo dell’Ispi “il rafforzamento delle relazioni commerciali tra Roma e il Cairo è cruciale per il nostro ruolo nel Mediterraneo”. Tra il 2001 e il 2013, l’Italia ha raddoppiato il suo export verso l’altra sponda del Mediterraneo, un aumento inferiore soltanto a quello della Germania. L’Italia è il terzo partner commerciale dell’Egitto, il primo tra i paesi europei. Inoltre è il principale mercato per le esportazioni egiziane, in prevalenza prodotti energetici e manifatturieri. Ma c’è anche un Egitto ben insediato in Italia. E non solo nelle pizzerie, dove ormai lavorano soprattutto gli abili panettieri del Nilo. Naguib Sawiris, detto il faraone, ha comprato Wind dall’Enel nel 2005 quando non lo conosceva nessuno, l’ha venduta poi all’oligarca russo Mikhail Fridman e ha preso i portali Libero e Virgilio con Pagine Gialle per farne una piattaforma per la pubblicità digitale.  

 

Molto più sulfurea è la presenza del Qatar. David Cohen, vicesegretario americano al Tesoro, responsabile dell’intelligence, accusa: “Donatori qatarini raccolgono fondi per gruppi estremisti in Siria, a cominciare da Isis e al Nusri”. L’emiro Tamim bin Hamad al Thani (ricevuto a gennaio con tutti gli onori a palazzo Chigi e al Quirinale) è un Giano bifronte: da una parte ospita i soldati americani, dall’altro finanzia i peggiori gruppi estremistici sunniti. In Italia ha interessi importanti. Non solo il complesso immobiliare milanese di Porta Nuova o la moda (Valentino e Pal Zileri), ma la compagnia aerea Meridiana che fa concorrenza a Etihad la quale possiede l’Alitalia. Qui entra in ballo Abu Dhabi e un altro sceicco, Mohammed bin Zayed al Nahyan che, attraverso il fondo sovrano Aabar, è l’azionista numero uno di Unicredit. Al secondo posto nella prima banca italiana c’è la Libia (i risparmiatori non dormono certo sonni tranquilli). L’emiro è rappresentato da un esponente dell’establishment come Luca di Montezemolo legatissimo alla famiglia Agnelli, già presidente della Ferrari, della Fiat, della Confindustria eccetera, eccetera.

 

Relazioni pericolose che preoccupano gli ambienti dell’intelligence, ma non sono certo le prime. Basti pensare alla Serbia di Milosevic. Nel 1997 Telecom Italia, allora controllata dal ministero del Tesoro, acquistò il 29 per cento di Telekom Serbia. A palazzo Chigi c’era Romano Prodi, a Belgrado Slobodan Milosevic intento a far massacrare i bosniaci. Nel 2001 la Repubblica scrisse che erano state pagate tangenti, un faccendiere dalla Svizzera (nome d’arte Igor Marini) gettò il fango nel ventilatore coinvolgendo Prodi, l’allora ministro degli Esteri Lamberto Dini, Piero Fassino e buona parte dei maggiori esponenti del centrosinistra al governo. Apriti cielo, apriti commissioni parlamentari d’inchiesta, apriti dossier, indagini, incriminazioni. Anni dopo la stessa Repubblica dovette ammettere che Igor (vero nome Zalewski) non era credibile. Intanto Telekom Serbia è finita ai tedeschi.

 

Ben più spinosa e ad ampio raggio è la partita con Vladimir Putin. Non c’è solo Silvio Berlusconi che lo voleva portare addirittura nella Nato (era il 2002). Perché anche la Russia, come l’Iran, è considerata un partner fondamentale.

 

L’establishment italiano ha stretto con il Cremlino un patto politico e un patto economico, basato quest’ultimo sul gas, ma che ha come pendant l’apertura ai capitali russi. Gazprom, naturalmente, è la testa di ponte, però tra gli oligarchi legati al Cremlino il più presente in Italia è Fridman, il quale è anche il benemerito sponsor del festival rossiniano di Pesaro. E così ci si mette di mezzo persino la cultura. L’unica a restare fuori è sempre la morale, che gioca la parte del leone nella polemica sulla vendita delle armi.

 

“L’Italia vende bombe, ma il governo sta zitto”, accusa Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International. La denuncia è scattata in occasione della visita di Matteo Renzi a Riad perché sono i sauditi a comprare gli ordigni che scagliano poi nello Yemen sulla testa dei ribelli filo iraniani. Eppure, a vietare l’esportazione di armamenti “verso paesi in conflitto armato”, ci sono fior di leggi, come la 185 del 1990. Una contraddizione evidente che suscita l’indignazione dei pacifisti e di un’opinione pubblica in maggioranza ostile alla militarizzazione degli affari internazionali.

 

Iran e Libia, gli emiri e gli oligarchi, e poi c’è la Cina, anche se, per quanto preoccupante, nessuno la considera uno stato canaglia. Quale immagine esce da questo reticolo di affari, non sempre coerenti e soprattutto non sempre trasparenti? Per una Italia che non si rassegna a giocare in serie B, a restare ancella degli Stati Uniti o a giacere sotto il tallone prussiano, e nello stesso tempo non possiede forza militare autonoma, né un ex impero da usare come cortile di casa, l’unica leva possibile resta la diplomazia degli affari. Era una diplomazia a geometria variabile persino durante la Guerra fredda, con i democristiani come Andreotti e Moro (divisi su quasi tutto, non su questo), figuriamoci adesso nel bel mezzo di questa guerra asimmetrica. Chi sta all’opposizione mugugna, protesta, accusa; quando va al governo si tura il naso e s’adegua.

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