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E ora, che cosa facciamo con l’Egitto?

Il regime di al Sisi, la rivoluzione fallita, i diritti violati e gli interessi dell’Italia. A proposito dell’uccisione di Giulio Regeni

8 Febbraio 2016 alle 09:21

E ora, che cosa facciamo con l’Egitto?

Mercoledì 3 febbraio nella periferia del Cairo, in un fosso sull’autostrada che porta verso Alessandria, è stato ritrovato il corpo senza vita di Giulio Regeni, studente friulano di 28 anni scomparso nella capitale egiziana dieci giorni prima [1].

 

Il 25 gennaio alle otto di sera Regeni aveva percorso la via Ansari fino alla fermata Bohooth della metro. Aveva detto via sms all’amico Amr Assad che andava a una festa di compleanno. Quel giorno era il quinto compleanno della rivoluzione di piazza Tahrir: i poliziotti in divisa e in borghese erano dovunque. Le proteste erano proibite, c’era stata una campagna di arresti preventivi, che aveva additato anche gli stranieri come possibili sobillatori. Anche per questo, quando gli amici non hanno visto arrivare Giulio, si sono subito allarmati e, chiamandolo al cellulare, l’hanno trovato staccato [1].

 

In un primo momento le autorità egiziane avevano parlato di incidente stradale. Carlo Bonini: «Tre diverse e qualificate fonti (diplomatiche, investigative e di intelligence) descrivono le condizioni del cadavere del ragazzo con un medesimo aggettivo: “Indicibili ”. Evidenti i segni di tortura sul corpo. Ustioni di sigaretta, la mutilazione di un orecchio, incisioni da taglio, ecchimosi profonde e diffuse. Tracce di una morte tanto lenta quanto atroce» [2].

 

Alberto Negri: «Un cadavere trovato in un fosso, un’altra vita spezzata, un’altra storia sbagliata e ora scriveranno fiumi d’inchiostro facendo domande a un generale che non può rispondere. Il sistema di potere egiziano, e quelli del Medio Oriente in generale, sono brutali, qui la tortura non è l’eccezione ma la regola. Lo abbiamo sperimentato il 17 gennaio 1991 in una caserma giordana, con Eric Salerno del Messaggero, una ventina di militari in divisa prima ci massacrarono metodicamente di botte usando il calcio del fucile, poi tentarono di buttarci da una finestra dove sotto aspettava una folla urlante ed eccitata. Fummo fortunati a cavarcela» [3].

 

Nel terzo anno di presidenza del generale Abdel Fattah al Sisi, al Cairo si sparisce molto facilmente. Human Rights Watch l’ha detto nel suo ultimo rapporto: «Gli ufficiali di polizia sono responsabili di decine di scomparsi», 160 in soli tre mesi del 2015 [4].

 

Francesco Battistini: «Due anni e mezzo dopo il golpe che rovesciò i Fratelli musulmani, sono 465 i casi provati di tortura in carcere. E in tempi di lotta all’Isis, nel diffuso rimpianto per la “democrature”, non è che il mondo se ne sia accorto granché: ad al Sisi ormai s’applica il principio che gli americani elaborarono all’epoca dei Somoza in Nicaragua – sarà uno spregiudicato, ma almeno è il nostro spregiudicato – e molto passa» [4].

 

Il generale al Sisi esercita un potere che si ramifica in tutta la società attraverso l’esercito, la polizia, le bande paramilitari e i servizi segreti, i famigerati Mukhabarat, quasi sempre più di uno: 12 se ne contavano nella Siria di Assad alla vigilia della rivolta, sei nell’Iraq di Saddam Hussein, tre in Egitto dove il Mukhabarat è andato a scuola dal Mossad [3].

 

I miliziani di Mubarak sono stati riciclati da al Sisi dopo il colpo di Stato contro i Fratelli Musulmani. Ancora Negri: «In Egitto i militari come Nasser, Sadat, Mubarak, Sisi, svestono l’uniforme e mettono giacca e cravatta, ma continuano a gestire da 60 anni un lato oscuro dello Stato che è il vero potere. È questa la macchina infernale che stritola i popoli mediorientali: cambiano i manovratori non i metodi. Non c’è neppure bisogno di impartire ordini: gli apparati polizieschi che sostengono i raìs sono zelanti, anche troppo. Per questo il generale egiziano non può dirci tutta la verità su Giulio Regeni e le ombre del potere» [3].

 

Difficile oggi lavorare al Cairo, racconta Battistini: «Se devi girare immagini, compili moduli per settimane e non è detto che basti; se provi ad andare nel Sinai, chiedi timbri che non ti daranno mai; se intervisti qualcuno sulla lista nera, compare chi chiede di te al portinaio. E non dimenticare mai un nome: Ayman Helmy, il potente capo della polizia che tutto può. Anche scrivere di sindacalisti rompiscatole, sotto pseudonimo e forse senza press card come faceva Regeni, è rischioso» [4].

 

Ma come si è arrivati a questa situazione? L’ambasciatore Roberto Toscano: «Dopo la delusione delle speranze suscitate dalla Primavera Araba, che proprio in Egitto aveva prodotto gli effetti politici più significativi, con la caduta di Hosni Mubarak, il timore del caos – un caos in cui trova spazio e alimento l’offensiva del jihadismo radicale – ha portato un po’ tutti, americani ed europei (compresi noi italiani) a decidere che tutto sommato era meglio tornare a un passato antidemocratico e repressivo capace di garantire, con l’avvento di un regime stabile, la nostra sicurezza e i nostri interessi economici» [5].

 

È vero che al Sisi è un partner prezioso nella lotta al terrorismo. Però, ricorda Paolo Lepri, «è impossibile dimenticare che la sistematica azione repressiva servita a mettere in ginocchio i Fratelli musulmani ha prodotto contraccolpi pericolosi, ha ingrossato le file dell’estremismo jihadista, è stata utilizzata cinicamente per il consolidamento del potere personale e del controllo dello Stato» [6].

 

Oggi l’Egitto, 90 milioni di abitanti, ha il 27% dei ragazzi fra i 18 e i 29 anni disoccupati, il 51,2% della popolazione vive attorno o sotto la soglia di povertà [7].

 

Al Sisi teme di cadere per mano dei nemici interni e ha un enorme interesse ad avere ottimi rapporti con i Paesi vicini, affinché questi riducano i pericoli, anziché moltiplicarli. Alessandro Orsini: «Detto più chiaramente, al Sisi non trarrebbe alcun vantaggio a deteriorare i rapporti con l’Italia e tutto ciò che ha fatto verso il nostro Paese, almeno finora, è stato animato da una sorta di “ossessione dell’amicizia”, confermata il 30 agosto 2015, quando Claudio Descalzi, l’amministratore delegato di Eni, si recò al Cairo, sospinto dalla scoperta del più grande giacimento di gas naturale mai trovato nel Mediterraneo, nelle acque territoriali dell’Egitto» [8].

 

Allo stesso tempo l’Italia non può rinunciare all’Egitto. Non solo per il sostanzioso interscambio commerciale e il nuovo mega giacimento di gas di Zhor dell’Eni ma anche per gli altri dossier in cui c’è una collaborazione bilaterale, dall’immigrazione alla lotta al terrorismo, fino alla cooperazione militare [3].

 

Matteo Renzi è stato il primo leader occidentale a incontrare Abdel Fattah al Sisi. E l’unico, meno di un anno fa, a partecipare al vertice economico di Sharm el-Sheikh sul quale il presidente egiziano contava per lanciare i suoi faraonici progetti. Ugo Tramballi: «Diversamente dagli altri europei, il governo italiano non si è segnalato per le critiche alle ripetute violazioni dei diritti umani commesse da quello egiziano. Abbiamo sempre preferito il realismo di un Egitto stabile piuttosto che un po’ più democratico» [9].

 

[**Video_box_2**]Sono oltre cento le aziende italiane che operano nel Paese in diversi settori, dagli idrocarburi al tessile, dalle costruzioni al settore bancario. E i big ci sono tutti: Pirelli, Saipem, Edison, Ansaldo, Breda, Italcementi, Cementir, Trevi, Iveco, ecc. L’interscambio commerciale, secondo i dati Istat, supera i 5 miliardi di euro ed è in aumento del 9,9% (2014 sul 2013), con un export in crescita ad oltre 2 miliardi [10].

 

La notizia dell’uccisione di Giulio Regeni è arrivata mentre al Cairo il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, era in missione con una delegazione di 60 aziende e i rappresentanti di Sace, Simest e Confindustria [10].

 

Tramballi: «È sull’economia, cioè sul denaro, gli investimenti che producono occupazione che abbiamo qualche capacità per chiedere conto della morte di Giulio. Lo faremo? È auspicabile ma è difficile. Xi Jinping aveva preceduto di pochi giorni la missione italiana, offrendo strabilianti occasioni di business: come è noto i cinesi non confondono gli affari con i diritti umani. Né lo fanno i russi, gli ultimi grandi venuti fra i clienti dell’Egitto. E in fondo nemmeno inglesi, francesi e americani sono così rigorosi quando si devono vendere squadriglie di caccia Rafale. C’è ressa alle porte dell’Egitto come di ogni regime che abbia un peso economico e geopolitico. Se usciamo dalla coda, gli altri in attesa sono solo contenti. Ma questo non esclude che un Paese autorevole – se con l’Egitto lo siamo – mostri comunque la sua dignità e chieda giustizia» [9].

 

Apertura a cura di Luca D'Ammando

 

Note: [1] Viviana Mazza, Corriere della Sera 5/2; [2] Carlo Bonini, la Repubblica 5/2; [3] Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 6/2; [4] Francesco Battistini, Corriere della Sera 5/2; [5] Roberto Toscano, la Repubblica 5/2; [6] Paolo Lepri, Corriere della Sera 6/2; [7] Ugo Tramballi, Il Sole 24 Ore 6/2; [8] Alessandro Orsini, Il Messaggero 6/2; [9] Ugo Tramballi, Il Sole 24 Ore 5/2; [10] Francesca Basso, Corriere della Sera 6/2.

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