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Se su Regeni si uniscono Fatto e Corriere

Il Corriere della Sera scalpita, è insoddisfatto della condotta tenuta dal governo Renzi sul caso di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano ucciso lo scorso gennaio, in circostanze ancora da chiarire, in Egitto.

3 Marzo 2016 alle 06:18

Se su Regeni si uniscono Fatto e Corriere

Paolo Gentiloni con Abdel Fattah al Sisi

Il Corriere della Sera scalpita, è insoddisfatto della condotta tenuta dal governo Renzi sul caso di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano ucciso lo scorso gennaio, in circostanze ancora da chiarire, in Egitto. Così ieri, sulla prima pagina del quotidiano di Via Solferino, ecco l’editoriale di Fiorenza Sarzanini che suggerisce una exit strategy all’esecutivo, implicitamente considerato troppo corrivo con il governo del generale egiziano al Sisi: “Soltanto se riusciremo a tenere un atteggiamento deciso, saremo credibili rispetto a tutti gli altri governi. (…) Pochi giorni dopo (il ritrovamento del corpo di Regeni, ndr) l’Italia ha inviato al Cairo un gruppo di investigatori per collaborare con le autorità locali, seguire le indagini, partecipare a controlli e verifiche. Per questo bisogna ‘richiamarli’, farli rientrare al più presto a Roma. Sarebbe un primo segnale, efficace, per far comprendere che non si può più tergiversare”. E’ la stessa tesi sostenuta sempre ieri da Guido Rampoldi nella pagina degli editoriali del Fatto quotidiano diretto da Marco Travaglio: “E’ certo incoraggiante che nella Procura cairota qualcuno non stia al gioco e rompa l’omertà con le dichiarazioni diffuse ieri dalla Reuters. Ma è un motivo sufficiente per trattenere gli investigatori italiani in Egitto?”.

 

Domanda retorica, la risposta è “no”. Sarà forse l’annunciato disimpegno degli Agnelli-Elkann a riesumare un idem sentire tra Via Solferino e Fatto, già percepito ai subito prima della dipartita di De Bortoli e dello “stantio odore di massoneria” del Nazareno? Oppure è la solita tentazione di trasformare drammi à la Regeni in martiri della nostra cattiva coscienza di occidentali, sempre alleati di tiranni e cercatori di petrolio? Magari, come accadde ai tempi di Khomeini in Iran e del Fronte di salvezza islamico in Algeria, per poi fregarsi le mani nei nostri salotti, davanti all’ennesimo “our son of a bitch” insidiato dall’islam politico? 

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