Manifesti per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo (foto LaPresse)
l'analisi
La carica dei magistrati del Sì
Favorevoli alla separazione delle carriere, che eviterà la “contiguità pericolosa tra giudici e pm”. Favorevoli al sorteggio, che toglie potere alle correnti. Favorevoli a una riforma che “rafforza la garanzia di indipendenza della magistratura”. Le “mosche bianche” in toga spiegano il loro Sì al referendum
Si autodefiniscono “mosche bianche”, isole galleggianti in un mare di pareri diversi espressi dai loro pari. Può sembrare un ossimoro, un magistrato che voti Sì, ma il manipolo delle mosche bianche vede invece la scelta come naturale per ragioni di merito, metodo e riflessione, lungo la linea che ogni giorno viene tracciata in tribunale: colpevole o non colpevole. Si addentra nelle ragioni profonde di questa decisione Giacomo Rocchi, presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione, facendoci da Virgilio in un piccolo viaggio nelle motivazioni di un Sì non scontato: “Noi giudici prendiamo decisioni pesantissime sulla vita delle persone”, dice; “ciò nonostante, a un certo punto, è come se ci si abituasse. E lo dico da giudice della prima sezione penale, con competenza anche sugli omicidi volontari e sulla conferma o annullamento degli ergastoli. Ecco, credo che tutto quello che ci possa rendere davvero terzi, autorevoli e credibili, anche agli occhi dell’imputato o dell’indagato più debole, sia fondamentale e necessario per l’intera società”.
Rocchi è arrivato al Sì non d’istinto, racconta: “Ho maturato questa convinzione dopo aver letto e studiato una riforma che rappresenta davvero un passo in avanti in direzione del giudice terzo e imparziale. Faccio questo lavoro da quarant’anni: sicuramente l’imparzialità è una forma mentis che si forma poco a poco, ma la terzietà è una posizione oggettiva che fa sì che il giudice sia davvero qualcosa di diverso rispetto al pm e all’avvocato. Il controllo del giudice sull’attività del pm deve svolgersi lungo tutto il procedimento, soprattutto dall’inizio delle indagini preliminari – intercettazioni, misure cautelari, udienze preliminari – ma anche nel dibattimento. E’ la stessa Costituzione, all’articolo 111, a parlare di imparzialità e terzietà. La riforma, ribadisco, andrebbe a vantaggio dei cittadini, soprattutto di quelli più fragili. Sorprende, da questo punto di vista, che ci sia così tanta resistenza”. Il motivo predominante per la scelta, per molti magistrati del Sì, è però il sistema elettorale per il Csm: “Il sorteggio”, dice Rocchi, “è stata una scelta obbligata: negli scorsi decenni il sistema elettorale è stato cambiato molte volte e le correnti dell’Anm hanno sempre preso il controllo, vedi il caso Palamara”. Il nuovo metodo tuttavia spaventa. “Viene visto come qualcosa di umiliante per la magistratura”, dice Rocchi: “In realtà è molto più umiliante quello che è successo: che i cittadini vedano i giudici, figure che possono condannarli per aver violato la legge, violare la legge quando si tratta delle proprie vicende”.
Sottolinea l’urgenza di contrastare quello che chiama “degrado” anche Andrea Mirenda, che del Csm è consigliere togato, primo della storia a essere sorteggiato in virtù della riforma Cartabia: “Voterò Sì”, dice, “per avere un’accusa pienamente indipendente e professionale davanti a un giudice reso ancora più forte e autorevole dalla terzietà”, e per l’approvazione di una riforma “che porrà fine alla principale minaccia all’indipendenza del singolo magistrato, quel sistema correntizio responsabile del degrado in cui versa il Csm, già chiaro all’onorevole Tina Anselmi nel lontano 1974. Se non ora, quando?”. Subito, dice chi vede il voto come una vera e propria “liberazione” per i magistrati: così la pensa Natalia Ceccarelli, giudice della Corte d’appello di Napoli e componente del comitato direttivo centrale dell’Anm: “Voterò convintamente Sì”, spiega, “perché l’introduzione del sorteggio costituisce l’unico concreto strumento di superamento della crisi di credibilità che affligge la magistratura ormai da diversi anni e alla quale la magistratura stessa non ha saputo fornire adeguata soluzione dal suo interno”.
Per Giuseppe Bianco, sostituto procuratore a Roma, “il sistema opera benissimo per la correntocrazia e malissimo per chi non fa parte della oligarchia. Il Csm è ridotto a parlamentino delle correnti e ha assunto, nel corso degli anni, funzioni politiche rappresentative che non competono a un organo di mera attività amministrativa, seppure di alta amministrazione. Proprio per questo si producono continue tensioni istituzionali con gli organi politici ed elettivi. Altro punto di crisi che non arriva sotto riflettori: la concentrazione di potere in capo a singole persone, capicorrente che diventano anche capufficio. Né si parla degli incarichi direttivi che non hanno, di fatto, termini di tempo. Il combinato disposto di queste anomalie produce un’oligarchia interna che ha assunto sempre più caratteristiche ideologiche e si muove come fosse un partito, impegnato direttamente sul campo contro una legge del Parlamento”.
Il quadro appare insostenibile ad Alfonso D’Avino, procuratore a Parma: “La più grande stortura del sistema attuale è la trasformazione del Csm da organo di rilevanza costituzionale – che ha il compito di garantire il funzionamento degli uffici giudiziari e di accompagnare la vita professionale dei magistrati – in organo di rappresentanza al pari dell’Anm: il sistema interno all’Anm, con la suddivisione in correnti, trova una vera e propria proiezione all’interno del Csm. La speranza è che si riesca a tagliare quel cordone ombelicale che lega indissolubilmente la base degli elettori agli eletti. Il sorteggio dovrebbe garantire l’arrivo al Csm di persone – togate o laiche – sganciate rispettivamente dall’appartenenza a logiche correntizie o a partiti politici”.
Sul fronte opposto, però, il sorteggio è visto come pericolo e anticamera d’incompetenza. Catello Maresca, magistrato distaccato presso la Commissione bicamerale per le questioni regionali e candidato a sindaco di Napoli nel 2021, prova a smontare le obiezioni: “La riforma rappresenta forse l’ultima occasione per ripristinare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, alterato negli anni dalla deriva delle correnti nella magistratura. Altro che minaccia alla Costituzione: difenderla significa riconoscere finalmente una distorsione diventata immorale e insostenibile e votare convintamente Sì. Il ragionamento è semplice e dovrebbe rassicurare anche gli elettori ancora indecisi, spesso confusi da ricostruzioni fuorvianti e paure alimentate ad arte. Nelle democrazie moderne vige il principio della separazione dei poteri. Questo equilibrio regge perché la funzione giurisdizionale ha carattere diffuso: ogni giudice esercita direttamente il potere di giudicare, senza dipendere da un capo o da un gruppo di comando. Se invece il potere giudiziario si concentra nelle mani di pochi, la sua indipendenza si indebolisce e l’equilibrio tra i poteri rischia di spezzarsi. I padri costituenti non potevano immaginare che la magistratura si sarebbe organizzata in gruppi di influenza. E’ una distorsione che tradisce lo spirito della Costituzione. Per questo va spezzata con uno strumento semplice e radicale: il sorteggio”.
Antonio Rinaudo, ex pubblico ministero a Torino, cerca di sfatare “il mito del pm come organo giurisdizionale”: “Con la riforma”, dice, “si avrebbe finalmente un pm più consapevole e responsabile rispetto a quello che fa nel compiere le indagini. Il pm non deve accertare un fatto: questo compete al giudice. Al pm compete il compito di raccogliere gli elementi in ordine alla commissione di un fatto: deve portare le prove. Inoltre, con la riforma non perderebbe autonomia, anzi continuerebbe a poter fare indagini su mafia, criminalità organizzata e terrorismo. Ma si avrebbe finalmente un pm che sappia fare il pm, al contrario di quello che spesso accade oggi. Se abbiamo il cinquanta per cento di assoluzioni in dibattimento, vuol dire che molti magistrati portano a dibattimento procedimenti che non dovevano arrivarci”.
Alla luce di oltre quarant’anni di carriera, anche Costanzo Cea, già presidente di sezione alla Corte d’Appello di Bari, vede “un deficit di terzietà nella fase indagini preliminari”. I dati sulle assoluzioni in dibattimento parlano, dice: “Il gip, piuttosto che fare il giudice che controlla l’attività di indagine del pm, spesso diventa organo ratificante. Arrivano cioè in dibattimento casi che avrebbero dovuto fermarsi prima. Ed è inutile dire, ex post, che gli imputati sono stati assolti: per il cittadino poi dichiarato innocente la pendenza del processo è già una pena; e l’assoluzione, che arriva molti anni dopo, non ripara tutti i danni. Per non parlare poi dei casi in cui c’è stata anche una detenzione poi dichiarata ingiusta”. La separazione delle carriere, dice Cea, “eviterebbe questa contiguità pericolosa tra giudici e pm”. Quanto al sorteggio, Cea cita il caso suddetto del giudice Mirenda, membro togato sorteggiato del Csm: “Uno dei migliori in quel consesso, e non a caso, perché non deve rendere conto a nessuno”. I critici del sorteggio dicono: metodo arbitrario. “Invece è un metodo democratico”, dice Cea, “inventato nell’Atene del Quinto secolo. Ed è il metodo con cui, per esempio, in Italia si nominano le giurie popolari che decidono sugli ergastoli o i commissari dei concorsi”. Da “uomo di sinistra con passato di magistrato comunista”, Cea invita infine gli incerti nel centrosinistra a chiedersi: “Perché il Pd – che pure aveva nel suo programma elettorale la separazione carriere, è venuto meno al mandato elettorale? Questo referendum non dovremmo neppure farlo, se il maggiore partito di opposizione avesse votato in Aula secondo programma”. Goffredo Bettini, però, guru dem, rivendica il voto contrario alle idee originarie per il timore di una svolta autoritaria. “Qualcuno mi spieghi”, dice Cea, “perché dovrei bocciare una legge degna di una liberal-democrazia se il partito che ho votato cambia idea per motivi politici”.
“Da un grande potere derivano grandi responsabilità”, dice Annalisa Imparato, sostituto procuratore a Santa Maria Capua Vetere: “Essendo una persona che crede nello Stato, non posso che votare Sì. Il sistema di nomine condizionato non rispecchia i principi base della Pa, quelli dell’imparzialità e del buon andamento. Ora, non è che se le condotte le realizzasse un imprenditore, un dipendente pubblico, io lo indago, intercetto, licenzio e condanno, e se le stesse condotte le ponesse un magistrato le ammetto. Da un grande potere derivano grandi responsabilità, appunto, ma il problema è che si vogliono unicamente grandi poteri e non si vogliono le responsabilità. L’epoca della magistratura cinematografica credo debba essere abbandonata, perché l’Italia è stufa di essere intimorita e soprattutto moralizzata da moderni Savonarola, che, in forza non si sa di quale investitura divina, si ergono troppe volte a custodi della Costituzione, detentori del sapere, oppositori politici. Direi che si è travalicato talvolta quello che è sancito proprio nella tanto sventolata Costituzione, ossia la suddivisione dei poteri”.
La riforma, secondo i giudici schierati per il Sì, è anche un ponte verso gli ulteriori passi da compiere verso l’ottimizzazione del sistema, dice Giuseppe Cioffi, giudice del Tribunale di Napoli: “Questa è un’occasione storica per rinnovare l’istituzione magistratura, correggere le patologie del sistema e creare l’opportunità per nuove leggi ordinarie che poi diano senso compiuto a una riforma che inserisce nell’ordinamento costituzionale il pubblico ministero. Non parlerei tanto di separazione delle carriere, infatti, quanto di nuova carriera: quella del pm, con un suo Csm e quindi con autonomia e indipendenza di rilievo costituzionale. Aumenterebbero così le garanzie per i cittadini”. Inevitabile la soluzione del sorteggio, per Cioffi: “Anzi”, dice, “spero che questo principio venga esteso anche alla scelta dei membri dei consigli giudiziari. Non sarà la soluzione migliore, ma è un correttivo per una patologia che ha fatto sì che la magistratura perdesse credibilità negli ultimi cinquant’anni. Ecco, spero che il 23 marzo possa in futuro essere celebrato come il 25 aprile: giornata della liberazione dalla magistratura dalle correnti e dal peso di questa onta”.
“Il sistema attuale è malato”, “è tarato per produrre l’errore giudiziario”. “Le correnti hanno ucciso il sogno di una giustizia giusta”. L’introduzione del sorteggio, “che frantuma il potere dell’ Anm”, il punto centrale della riforma. “Dalla riforma uscirà una giustizia più efficiente, più meritocratica e quindi più giusta”
E’ un peso che sente anche Carmen Giuffrida, giudice del Tribunale dei minori di Catania. Il suo Sì si esplicita in questo senso: “Non sono figlia d’arte, sono figlia del popolo”, dice, “e voto Sì perché le correnti hanno ucciso un sogno. Sognavo una giustizia giusta, guardavo ai magistrati come uomini saggi e ho studiato tanto per essere una di loro. Mi sono invece trovata in un mondo senza morale e senza diritto, fatto di magheggi, velate minacce, rapporti di forza, e in cui l’uomo onesto può rimanere stritolato, che si tratti dell’imputato o del magistrato. Voto Sì perché voglio magistrati consapevoli della loro fallibilità che si sforzino pertanto di essere infallibili, piuttosto che magistrati che si sentono infallibili e che, nel fallire, sappiano di essere impuniti. Voto Sì perché non voglio essere parte di una casta intoccabile, non voglio essere prigioniera politica delle correnti e voglio magistrati umani piuttosto che dèi. Voto Sì perché rivendico la mia indipendenza intellettuale, quella che a ogni magistrato deve essere garantita. Voto Sì perché – se il mio sogno di giustizia è stato ormai ucciso – voglio almeno restituirne uno a chi verrà dopo di me”.
E’ arrivato a questo voto per gradi e sulla base di convinzioni maturate da anni Giuseppe Visone, sostituito procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Napoli che si addentra nei motivi per cui l’Anm sia scesa in campo “in maniera così oplitica”: “Il punto centrale di questo referendum”, dice, “è proprio l’introduzione del sorteggio. Attraverso questo metodo riusciremmo finalmente a separare le correnti dal Csm e a spezzare quel legame tra rappresentante e rappresentato che ha sostanzialmente alterato le decisioni del Consiglio superiore, rendendole non ispirate ai criteri del merito, della competenza e della professionalità, ma alla logica dell’appartenenza”. Visone invita a riflettere sulla ragione della “vera ostilità alla riforma da parte dell’Anm”: “E’ scesa in campo massicciamente”, dice, “attraverso la costituzione di un comitato del No – cosa che non hanno fatto né il Pd né il M5s – e investendo quasi un milione di euro di campagna pubblicitaria. Strano tutto questo battage: quando il governo Renzi propose di cambiare 47 articoli della Costituzione, l’Anm rimase in silenzio. Oggi invece, per due articoli che non mettono in discussione l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, si è creato tutto questo dibattito. E non è certo la separazione delle carriere il vero bersaglio, ma il sorteggio che toglie potere alle correnti”.
Dello stesso avviso Monica Marchionni, magistrato di sorveglianza a Siracusa: “Da magistrato in servizio da oltre trent’anni, penso che questa riforma sia non solo giusta ma urgente. A questa convinzione sono giunta nel corso degli anni, pur essendomi tenuta lontanissima dall’Anm, che ho fin dall’inizio considerato, a ragione, e ora ne ho la certezza, una sede politica. Il cuore della riforma è proprio il sorteggio che frantuma il potere della Anm. Ed è questo il motivo per cui l’Anm ne è terrorizzata”.
Ma come si è creata la rete dei magistrati che dicono Sì e che escono inusitatamente dai tribunali per andare in piazza e partecipare a maratone oratorie? Lo racconta Anna Gallucci, sostituto procuratore a Pesaro: “E’ nata spontaneamente, senza conoscerci tra di noi e senza essere raggruppati in alcuna corrente o comitato. Io sono stata contattata da una collega via email, dopo che avevo rilasciato un’intervista in cui mi dichiaravo favorevole alla riforma. La collega mi ha detto che esisteva una chat whatsapp di magistrati per il Sì, e da lì è iniziato tutto. All’inizio eravamo meno di cinquanta; giorno dopo giorno siamo aumentati. Ciò che più mi colpisce è il trovarmi in totale sintonia con colleghi che, come dicevo, neppure conosco. E a mio avviso siamo in sintonia perché raccontiamo la verità”. Quale verità? “Ricordiamo”, dice Gallucci, “che oggi il Csm è occupato dall’Anm, un organismo privato, un’associazione privata che attraverso le correnti designa i suoi rappresentanti. Questo non significa che i rappresentanti non siano persone meritevoli, ma che sono designati in base all’esito di una campagna elettorale vera e propria, cosa che genera un corto circuito nelle nomine”. Gallucci aveva invece dubbi sulla separazione carriere ma, confrontandosi con gli avvocati “si è aperta al tema”. “Leggendo il testo della legge”, dice, ha deciso di aderire “perché la riforma non sminuisce il ruolo del pm rispetto a quello del giudice, e non lo rende dipendente dalla politica. Anzi”.
Spietata la disamina del sistema attuale fatta da Francesco Bretone, sostituto procuratore generale di Bari: “Il sistema attuale è malato perché alcune associazioni private – le cosiddette correnti – hanno occupato il nostro organo di autogoverno e in questo modo controllano l’intera magistratura. Messe da parte nel tempo le ideologie, sono diventate dei meri centri di potere. Sono proprio loro – che oggi fanno finta di battersi in difesa della Costituzione – ad averla violata e violentata. Il sorteggio spezza questo potere introducendo un elemento di casualità nella scelta dei componenti del Csm. Non vi è altro modo per liberarlo dal potere delle correnti”. A quelli che oggi “definiscono il sorteggio scandaloso”, Bretone ricorda che “nell’Assemblea costituente insigni giuristi, da Piero Calamandrei a Giovanni Leone, da futuro presidente della Repubblica, avevano evidenziato il fatto che, introducendo le elezioni per il Csm, si sarebbero formate nella magistratra correnti simili a partiti politici che avrebbero introdotto all’interno della magistratura dinamiche da cui sarebbe dovuta restare fuori. Esattamente quello che è successo”.
Edoardo D’Ambrosio, presidente della sezione Penale del Tribunale di Crotone, vuole sfatare invece l’obiezione del fronte opposto sul tema dell’indipendenza: “La riforma non solo garantisce, ma rafforza la garanzia di indipendenza della magistratura da ogni altro potere. Dico rafforza perché garantisce l’indipendenza del singolo magistrato dai condizionamenti provenienti dall’interno della magistratura stessa, e in particolare dal sistema correntocratico. Il sorteggio dei membri del Csm garantirà, per la componente togata, l’indipendenza dei consiglieri, o quantomeno il non essere tali componenti necessariamente espressione delle correnti. Per la componente laica, d’altra parte, il sorteggio assicurerà che i consiglieri laici non siano in maggioranza espressione di una o più parti politiche”. Quanto alla separazione delle carriere, D’Ambrosio punta il riflettore sul fatto che “attualmente la terzietà del giudice non è garantita perché la parte pubblica del processo penale, il pm, è un collega del giudice: fare lo stesso concorso, frequentare per giorni e settimane gli stessi corsi di formazione nonché gli stessi uffici quotidianamente, favorisce le condizioni affinché non ci sia il giusto distacco necessario. La separazione delle carriere ripristinerà invece equidistanza del giudice rispetto alle parti del processo”. Terzo motivo per il Sì di D’Ambrosio: “L’ineffettività e la non obiettività del sistema attuale di valutazione della responsabilità disciplinare dei magistrati, oggi lasciata allo stesso organo di rappresentanza del magistrato, ossia il Csm. Con l’Alta corte disciplinare tale valutazione è affidata a un organo giudiziario terzo e indipendente”.
C’è poi il tema della necessità di avvicinare l’Italia ai livelli europei rispetto al funzionamento della giustizia. Lo sottolinea Paolo Itri, presidente di sezione nella Corte di giustizia tributaria a Napoli, già magistrato nella Dna: “Questa riforma è un’occasione storica per modernizzare il nostro paese in senso conforme agli standard delle altre democrazie occidentali. Dalla riforma uscirà una giustizia più efficiente, più meritocratica e quindi più giusta. E la separazione delle carriere costituirà la garanzia di un giudice finalmente terzo e indipendente. Perciò voterò Sì, contro le falsità e il conservatorismo del No, e lo farò anche per liberare i miei colleghi dal giogo della correntocrazia e garantire alle mie figlie un futuro migliore”.
Un Sì che abbraccia le vittime degli errori giudiziari è quello di Marco Tamburrino, gip-gup a Trento: “Voto Sì avere giudici liberi e indipendenti da qualsiasi influenza politica o di corrente, per un processo penale in cui il giudice sia davvero terzo rispetto al pm, per una giustizia disciplinare più giusta, anche per i cittadini lesi da operato della magistratura”. Sulla stessa linea di “civiltà giuridica” si colloca Daniele Colucci, consigliere di corte d’Appello a Napoli: “Voto Sì perché la separazione delle carriere realizza un importante passo avanti del nostro paese verso la civiltà giuridica, attuando pienamente il principio costituzionale del giusto processo, che vuole un giudice terzo e imparziale rispetto alle parti. Considerando che compito del giudice è proprio quello di dare ragione o torto al pm, appare evidente che senza la separazione il giudice non solo non è strutturalmente imparziale, ma soprattutto non appare tale”. Colucci fa un distinguo non soltanto lessicale nel motivare il suo Sì: “Con il sistema del sorteggio per la designazione dei membri togati del Csm, si infligge un colpo mortale non tanto alle correnti, che di per sé sono luoghi di feconda elaborazione culturale, quanto al correntismo, cioè alla loro occupazione dell’istituzione”.
Alberto Cianfarini, giudice tribunale Roma, racconta che “sin dal primo giorno del suo ingresso in magistratura, nel lontano 1997”, si è reso conto, “provenendo dai militari di carriera, che l’art. 98 della Costituzione, ultimo comma, non era egualmente applicato nei vari settori della Pa. Mentre per i militari il divieto di iscrizione ai partiti è ferreo, nella magistratura il concetto assume un’accezione più svanita, quasi elusiva. La violazione è sussumibile nell’illecito disciplinare ex art.3, comma 1, lettera h), del d.lgs., 23 febbraio 2006, n. 109, ma nella ‘sostanza’, la presenza delle cosiddette ‘correnti’ quali luoghi di ideale orientamento politico, rischia di essere percepito dagli utenti del servizio giustizia quale vicinanza ai partiti ufficiali. Solo il sorteggio può eliminare quel vincolo di rappresentanza e collegamento tra la platea degli elettori e i consiglieri del Csm. Il cittadino, prima che il magistrato, deve avere la certezza che le decisioni del Csm siano sempre prese nel rispetto dell’art. 97 della Costituzione e non seguendo la regola dell’appartenenza di cui ha icasticamente riferito il Presidente della Repubblica nel suo messaggio alle Camere del 2 marzo del 2022”. Andrea Padalino, giudice tribunale di Vercelli, esorta “a non perdere l’occasione”: “Il prossimo referendum”, dice, “è una grande opportunità che la nostra Costituzione ci offre perché, con la scusa di non disturbare il manovratore, cioè le correnti, il treno di questa magistratura sta percorrendo un binario senza ritorno su una rotta disegnata da un sistema parapolitico che la nostra Costituzione non ha affatto previsto o voluto. Votare Sì significa interrompere il cortocircuito nel quale si trova il terzo potere dello Stato che ha smarrito il proprio ruolo. Un solo sindacato, l’Anm, raccoglie quasi tutti i magistrati, il pensiero unico è la regola, il dissenso non esiste e chi vuole restarne fuori è condannato alla marginalità”. Padalino motiva il suo Sì in nome degli interessi “del popolo italiano”, “perché questa giustizia possa essere fondata sugli unici valori che la Costituzione tutela e che la riforma rispetta: l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati”.
“Non è il solito referendum, ma un referendum confermativo privo di quorum. Dunque, in questo caso, chi non va a votare subisce le scelte degli altri cittadini”, dice Federico Moleti, giudice tribunale di Palmi. Il suo è un Sì che punta “a eliminare due gravi vulnera del sistema giudiziario. La separazione delle carriere costituisce un’importante scelta di civiltà e coerenza intrinseca del nostro sistema processual-penalistico. A seguito di tale scelta infatti sarà veramente attuato il principio di parità delle parti nel processo penale (111 cost.; 6 Cedu) e si comincerà ad ampliare la differenziazione tra il magistrato giudicante e il pm. Quest’ultimo – affinché il sistema funzioni correttamente, cosa che non è avvenuta negli ultimi 35 anni – deve essere un soggetto più tendente alla negoziazione dei trattamenti sanzionatori. Di conseguenza il patteggiamento deve cessare di essere un’eccezione e divenire l’opzione più ricorrente del moderno processo penale”. Quanto all’introduzione del sorteggio, dice Palmi, “la stessa risulta funzionale a correggere un’anomalia strutturale dell’organo di autogoverno della magistratura, consistente nel fatto che i controllori, ovvero i membri del Csm, attualmente sono eletti proprio dai controllati”. Jaqueline Monica Magi, giudice penale del Tribunale di Pistoia, voterà Sì perché, a suo avviso, “la riforma aggiunge un tassello alla piena realizzazione della Costituzione del 1948 e scardina un ordinamento giudiziario non più consono al nuovo modello accusatorio del 1988 e alla realizzazione del giusto processo. Inoltre, realizza pienamente la divisione dei poteri, scardinando quel sistema di rappresentanza politica che hanno assunto le correnti all’interno della magistratura e che non è consono al potere giudiziario e al suo non poter essere rappresentativo ma tecnico”.
Si sofferma sulla necessità di “eliminare il voto togato” Nicola Saracino, consigliere della Corte d’Appello di Roma che voterà sì al referendum “per non essere complice di un sistema che si è pericolosamente avvicinato all’eversione. Le correnti magistratuali rivendicano apertamente la politicità del Csm, proprio per via del ‘voto’ del quale quell’organo è frutto. E su queste basi impongono ‘modelli culturali’, pretesto per lottizzare tutto il possibile. La lottizzazione non è il fine, lo è per gli ingenui. E’ invece il mezzo per imporre la ‘politica della giurisdizione’, eccolo l’ossimoro eversivo. La giurisdizione non tollera una guida politica, deve farsi bastare la legge. L’organizzazione politica dei magistrati confligge col divieto di iscrizione a partiti politici, ridotto a mera forma: le correnti ideologizzate si sono impadronite di un’istituzione di garanzia piegandola alla rappresentanza di interessi e a ideologie di parte”. Altro che riforma che sottomette i giudici all’esecutivo, dice Massimo Vaccari, giudice del Tribunale di Verona: “La riforma rafforza l’indipendenza della magistratura. Con la separazione delle carriere, infatti, rende il pubblico ministero più professionale, realizzando appieno il principio del giusto processo, e, al tempo stesso, ne afferma espressamente l’indipendenza da ogni altro potere. Inoltre, introducendo il sorteggio per i membri del Csm, elimina l’influenza nefasta delle correnti e della politica. In tale modo si realizzerà finalmente l’autogoverno della magistratura e si elimineranno quelle logiche di appartenenza e di spartizione, giudicate in contrasto con la Costituzione dallo stesso Presidente della Repubblica”. “Se il sistema resta questo”, sospira Gennaro Varone, sostituto procuratore a Pescara, “non meravigliamoci se casi come quello di Enzo Tortora o Marco Sorbara continueranno a ripetersi”. “Voto Sì”, dice Varone, “perché l’attuale sistema – che ha da una parte un pm immune da responsabilità e dall’altra un giudice in comunione di intenti con il pm sulla funzione di accertamento del processo penale, anziché di garanzia della presunzione di non colpevolezza – è tarato per produrre l’errore giudiziario. E voto Sì perché la formazione per sorteggio dei Csm e dell’Alta corte liberi tali istituzioni dal condizionamento politico-elettorale delle correnti e imponga una nuova assunzione di responsabilità alla magistratura”. Sul fronte del No, però, si obietta che la riforma mini l’indipendenza del magistrato. “Semmai la rinforza”, dice Varone, “perché soltanto un magistrato responsabile sarà portato alla professionalità e soltanto un magistrato professionale può invocare l’indipendenza quale valore per la comunità e non quale privilegio per sé stesso”.