Alfonso D'Avino alla Festa dell'ottimismo del Foglio del 2024

l'intervista

“Perché voterò Sì al referendum sulla giustizia”. Parla il procuratore di Parma D'Avino

Ermes Antonucci

"La riforma non porterà alla sottomissione del pm all'esecutivo né alla sua trasformazione in 'superpoliziotto'. Il sorteggio smonta il gioco delle correnti. Da colleghi e Anm sento tante bufale", dice D'Avino, il primo capo di una procura a rompere il fronte del No tra le toghe

"Al referendum voterò Sì. Da procuratore della Repubblica non vedo nella riforma costituzionale alcun pericolo per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, in particolare del pm. Dai miei colleghi sento dire tante bufale”. A parlare, intervistato dal Foglio, è Alfonso D’Avino, procuratore di Parma dal 2018, in servizio da 41 anni: è il primo capo di una procura a rompere il fronte del No tra le toghe. “Non solo sono favorevole alla separazione delle carriere, ma ritengo che il sorteggio per il Csm sia la parte migliore della riforma”, dice D’Avino, da tempo iscritto a Magistratura indipendente, la corrente che esprime l’attuale presidente dell’Anm, Cesare Parodi.

 

Procuratore D’Avino, molti suoi colleghi gridano all’attentato alla Costituzione, sostenendo che la riforma Nordio ridurrà l’indipendenza della magistratura. “Questa è una delle tante bufale, per usare un eufemismo, che vengono raccontate – risponde D’Avino – Non solo il nuovo articolo 104 della Costituzione continuerà a garantire espressamente autonomia e indipendenza alla magistratura sia giudicante sia requirente, ma al capo dello stato sarà attribuita la presidenza di entrambi i Consigli superiori della magistratura. E il presidente della Repubblica costituisce la massima autorità in grado di garantire l’osservanza della Costituzione”. Insomma, “non sta scritto da nessuna parte, ma neanche in prospettiva, che una volta attuata la separazione delle carriere il pubblico ministero finirà sotto l’esecutivo, perché i pilastri normativi che ci sono oggi ci saranno anche domani”, ribadisce il procuratore di Parma, che all’inizio degli anni 90, da magistrato della procura di Napoli, si occupò del filone napoletano di Tangentopoli, che sfociò nell’arresto dell’allora ministro della Sanità Francesco De Lorenzo. 

 

“Anche io all’epoca ero contrario alla separazione – ammette D’Avino – ma sono passati più di trent’anni e sono cambiate molte cose. Intanto una serie di riforme, dalla Mastella alla Cartabia, ha limitato sempre di più i passaggi tra le funzioni, tanto da renderli molto rari. Ma se vogliamo andare alla radice del problema, tenendo conto che si va accentuando sempre di più il criterio della specializzazione nelle varie attività, non ci vedo nulla di scandaloso che ci siano magistrati che si specializzano nel fare i giudici e altri nel fare i pubblici accusatori. E’ questa la direzione impressa dal processo accusatorio introdotto nel 1989. Se vogliamo che il processo si sviluppi come contrapposizione tra parti, in condizioni di parità, di fronte a un giudice, allora non ritengo che si possa gridare allo scandalo per la separazione delle carriere”, afferma D’Avino. 

 

“Il problema è che queste bufale vengono alimentate nel dibattito pubblico. Anche perché poi, per finalità di propaganda, vediamo che all’assemblea dell’Anm vengono chiamati a intervenire giornalisti senza alcuna competenza in ordinamento giudiziario, cantanti e autori di gialli che non fanno che ripetere questo ritornello sul pm che finirà sotto il potere esecutivo. La cosa più corretta che dovremmo fare tutti sarebbe andare a studiare veramente la materia di cui si sta parlando”, prosegue D’Avino. 

 

Sembra che il tasso di propaganda sia invece abbastanza alto. Anche perché, contemporaneamente, si sostiene che il pm rischia di diventare un “superpoliziotto”. “La contraddizione fra questa tesi e quella della sottoposizione del pm al potere politico è lampante”, nota D’Avino. “Anche in questo caso, comunque, siamo di fronte a una banalità. I binari previsti dal codice di procedura penale restano gli stessi, in particolare quelli che prevedono l’obbligo per il pm di raccogliere prove anche a favore dell’indagato e di chiedere il rinvio a giudizio soltanto in caso di ragionevole previsione di condanna. E comunque, se vogliamo essere sinceri, già oggi si registrano casi estremi di pm ‘superpoliziotti’, che tendono a mettere tutti sotto indagine e a fare intercettazioni a strascico. Lo scarso equilibrio nell’esercizio della giurisdizione non dipende certo dalla separazione delle carriere”.  

 

C’è chi sostiene che anche l’istituzione dell’Alta corte disciplinare andrà a indebolire la magistratura. “Anche qui non ci vedo nulla di pericoloso nel fatto che la funzione disciplinare sui magistrati venga affidata a un organo terzo e superiore rispetto al Csm, soprattutto alla luce del generalizzato clima di sfiducia che si è venuto a sviluppare nei confronti della magistratura, soprattutto a causa delle dinamiche correntizie. Proprio su una rivista espressione di una corrente ho letto che la creazione dell’Alta corte violerebbe il principio costituzionale che vieta l’istituzione di giudici speciali. Un’altra sciocchezza, perché si sta semplicemente parlando di organismi chiamati a sanzionare eventuali illeciti disciplinari commessi da magistrati. D’altra parte se, per esempio, esiste un organismo che giudica i notai o gli avvocati sul piano disciplinare, non vedo perché noi magistrati dovremmo gridare allo scandalo”, sottolinea il procuratore di Parma. “C’è anche chi sostiene che la riforma creerebbe un sistema disciplinare squilibrato, perché nell’Alta corte sarebbero presenti solo sei giudici togati su 15 componenti. Ci si dimentica di dire che ai sei giudici si aggiungeranno tre pm, quindi la componente togata resterà maggioritaria (due terzi) rispetto a quella laica eletta dal Parlamento”, aggiunge D’Avino.

 

Il sorteggio per l’elezione del Csm svilisce il ruolo dei magistrati e dello stesso Csm? “Penso che il sorteggio costituisca la parte migliore della riforma costituzionale. Il gioco delle correnti è ormai sotto gli occhi di tutti. L’Anm e molti colleghi si oppongono al sorteggio sostenendo che in questo modo i magistrati, che costituiscono uno degli organi più importanti dello stato, vengono privati del diritto di esprimere la preferenza su chi debba rappresentarli al Csm. Provocatoriamente rispondo che il legislatore costituzionale si è accorto che noi siamo talmente in grado di esprimere delle preferenze che ha preferito mettere da parte la normale elezione, che porta inevitabilmente al correntismo, e ha preferito introdurre il sorteggio”, dice D’Avino.

 

“Ricordo, peraltro, che in Italia sono previsti diversi casi di sorteggio di cui nessuno si scandalizza, come quello dei giudici aggregati alla Corte costituzionale nel caso in cui il presidente della Repubblica venga sottoposto a giudizio per alto tradimento o attentato alla Costituzione, oppure quello che riguarda i componenti del Tribunale dei ministri. Per non parlare del sorteggio dei giudici popolari che formano le Corti d’assise e le Corti d’assise di appello. Possibile che si possano sorteggiare, senza che nessuno si scandalizzi, delle persone in grado poi di emettere una condanna all’ergastolo, mentre ci si scandalizza se, in un clima in cui le correnti si sono rese protagoniste di diversi scandali, viene previsto il sorteggio per selezionare i magistrati che devono esprimersi sulle valutazioni di professionalità di altri magistrati o sull’organizzazione degli uffici?”, si chiede D’Avino. 

 

Il procuratore di Parma, da tempo iscritto alla corrente moderata di Magistratura indipendente (la stessa del presidente dell’Anm Cesare Parodi) non fa sconti agli errori commessi proprio dalle correnti negli ultimi decenni (“Il sorteggio ce lo siamo meritato”) e si dice “deluso dall’estrema radicalizzazione del dibattito condotto dall’Anm: ho notato una certa omologazione tra le correnti, che si sono strette tra loro pur di fare battaglia contro la riforma costituzionale”.

 

“Come magistrati pretendiamo giustamente che altri non facciano invasioni di campo e siamo sempre pronti a stracciarci le vesti ogni volta che qualcuno critica i nostri provvedimenti, tanto da intervenire con le cosiddette pratiche a tutela. Però poi se il legislatore costituzionale fa il suo dovere, ci piaccia o meno, noi lo consideriamo come un’invasione della politica e una lesione della Costituzione. Stiamo facendo passare la Costituzione come un oggetto sacro di venerazione, il che appare strano in un’epoca di desacralizzazione completa. Modificare la Costituzione è diventato quasi un attentato alla Costituzione stessa. Tutto questo è paradossale”, conclude D’Avino. 
 

  • Ermes Antonucci
  • Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di cronaca giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021) e "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]