Ansa
Patologie giudiziarie
L'imprenditore perseguitato da Woodcock spiega cosa vuol dire avere gip al traino dei pm
"Ha il coraggio barbaro di dire in tv che cerca le prove a favore degli indagati?". Massimiliano d'Errico, arrestato nel caso Cpl Concordia sulla base di prove inventate, racconta il metodo del pm napoletano e l'assoggettamento di giudici e Csm
“Con la sua storia ha il coraggio barbaro di dire in tv che cerca le prove a favore degli indagati? Con me Woodcock non ha cercato prove a favore, ma ha costruito le prove contro che non esistevano e omesso quelle a favore che esistevano”. A parlare, ancora con un certo fervore a molti anni di distanza dai fatti, è Massimiliano D’Errico. Abbiamo raccontato la sua storia di vittima del metodo Woodcock: 22 giorni di carcere preventivo senza una prova, anzi a causa di una prova inventata.
Rivedere il pm napoletano in tv difendere le ragioni del No alla riforma, usando argomenti garantisti, ha riaperto la ferita dell’imprenditore casertano: “Con Mulè ha fatto davvero una figura misera, era mansueto e balbettante come era il mio gip davanti a lui”.
Il 23 marzo 2015 Massimiliano D’Errico, imprenditore nel settore alimentare, venne messo in carcere nell’inchiesta sul presunto grande schema di corruzione (poi rivelatasi inesistente) della Cpl Concordia per la metanizzazione di Ischia. Nel suo caso l’accusa era pesantissima: riciclaggio internazionale. Secondo Woodcock e i suoi colleghi della procura di Napoli, D’Errico si era fatto trasferire – attraverso un bonifico estero su estero – denaro (circa 30 mila euro) da un conto in Tunisia di un dirigente della cooperativa su un suo conto in una banca a San Marino, somma che a sua volta D’Errico avrebbe poi restituito in contanti affinché la Cpl Concordia la usasse per pagare tangenti: fatture false per creare fondi neri da usare per corrompere. Questi erano i gravi indizi di colpevolezza che giustificavano le misure cautelari in carcere.
Il piccolo problema era che non c’era nulla di vero. Come ha poi certificato il tribunale del Riesame: “Nessun atto esecutivo dell’illecita ideazione risulta sia stato posto in essere dall’indagato, non risulta traccia del paventato bonifico, né di una consegna di danaro, nemmeno dell’apertura di un conto corrente all’estero predisposto ad hoc... né la costituzione di una società all’estero o la redazione di un contratto di consulenza tra società al fine di giustificare il trasferimento delle somme”. Non solo non c’era il bonifico, ma non esisteva neppure il conto in banca su cui sarebbe stato effettuato. I giudici del Riesame scrivono che non solo non mancava qualsiasi “gravità indiziaria” ma, anzi, che risultava evidente che era accaduto il contrario di quanto ipotizzato dai pm.
“Eppure la gip Amelia Primavera seguì acriticamente l’impianto accusatorio del pm con un copia-incolla che replicava anche la punteggiatura e persino gli errori grammaticali”, ricorda D’Errico. Più colpa del pm o del gip? “Le responsabilità maggiori sono del gip e del Csm. Tutti siamo a conoscenza dei metodi ripetuti di quel pm, la cosa grave era la sottomissione della gip nei confronti di Woodcock: vedere un interrogatorio in cui il pm dirige tutto mettendo una mano sulla spalla alla gip, che non è in grado neppure di fare una domanda, è la negazione dell’equità e della giustizia”.
Quali conseguenze ha avuto dall’inchiesta? “Oltre ai 22 giorni di carcere, pesantissime sul piano economico. Dopo che il Riesame ha stroncato l’inchiesta, i pm hanno aspettato due anni prima di chiedere l’archiviazione senza fare alcuna nuova indagine: sulla base degli stessi atti prima c’erano gravissime prove contro e poi neppure un indizio. Per me che sono un imprenditore, impegnato nelle forniture alimentari per il settore pubblico e militare, mantenere per due anni lo status di indagato con l’accusa gravissima di riciclaggio internazionale mi ha impedito di partecipare alle gare d’appalto”.
Dopo il carcere e l’archiviazione, D’Errico ha cercato giustizia. Ha vinto una causa per ingiusta detenzione, ricevendo però appena 5.188 euro. Ha poi presentato querele nei confronti degli inquirenti ed esposti al Csm per gli aspetti disciplinari. “Ho inviato un rapporto con 30 pagine documentate, interrogatori alla mano, ma per il Csm non ci sono profili disciplinari da valutare. Tutto ha funzionato a meraviglia per loro, l’unico a pagare sono stato io”.
Alla fine, ha ragione Woodcock quando dice che ai pm “piace vincere facile” visto che deve convincere un giudice che, spesso, è già in sintonia con lui per comuni interessi e abitudini? “Di tutta l’intervista a Piazzapulita, è l’unica cosa veritiera che Woodcock ha ammesso. D’altronde è la sua esperienza e anche la mia, troppo spesso il gip è assoggettato al pm”. Questo perché dovrebbe cambiare con la riforma? “Con l’attuale sistema quello che è capitato a me è che il comune cittadino viene completamente schiacciato, prima nei diritti personali e poi anche economicamente. Con la separazione delle carriere e un Csm libero dalle correnti, forse i gip saranno più indipendenti e i magistrati più responsabili sul piano disciplinare”.