Antonio Perego, L'Accademia dei Pugni. Da sinistra: Alfonso Longo, Alessandro Verri, Giambattista Biffi, Cesare Beccaria, Luigi Stefano Lambertenghi, Pietro Verri, Giuseppe Visconti di Saliceto
magazine
Gli inventori della giustizia. L'Illuminismo e i suoi avvocati della ragione
Dal fermento di Milano dove il diritto smette di essere un sapere riservato, passando per le contese di Napoli, sino ad arrivare in Sicilia dove si stratificherà una diffidenza strutturale verso lo stato e la sua giustizia, quella che Sciascia chiamerà “giustizia ingiusta”
C’è un equivoco ricorrente ogni volta che in Italia si discute di giustizia: si finge che il problema sia solo tecnico. E’ un’illusione che solleva da una scomoda responsabilità: riconoscere che la giustizia non è mai neutra, che porta con sé una visione dell’uomo, dello stato e del potere. Una visione che in Italia non è mai stata una sola.
Per capirlo bene, tornare indietro non è superfluo; consente di avere a disposizione una visione più coerente non tanto per nostalgia quanto per onestà intellettuale. Soprattutto dal momento in cui la giustizia moderna – come oggi noi la intendiamo – quella del Settecento illuminista, prende coscienza di sé. E’ lì che nasce l’idea – scandalosa per l’epoca – che giudicare e punire non siano atti di fede né espressioni della sola forza sovrana, ma essenzialmente decisioni umane: fallibili, dunque da sottoporre non solamente al controllo della morale, ma anche a quello del pensiero razionale. E’ lì che compaiono quelli che potremmo chiamare, senza enfasi, gli avvocati della ragione.
Ma l’Illuminismo giuridico nazionale non è certamente una storia lineare e semplice. Si dispiega in una sorta di frattura geografica e politica che attraversa il paese e produce esiti non univoci. Milano, Napoli e Palermo non rappresentano, così, soltanto tre città, ma modi diversi di concepire la società, il potere, la giustizia e realizzano nel tempo, tre diversi rapporti dei cittadini con la legge.
In un mio recente scritto, "Radici di mafia", ho tentato di descrivere come la nascita della onorata società sia stata il frutto di una lunga e travagliata gravidanza, che il concepimento avvenne nel Seicento al tempo degli spagnoli presenti non solo nel meridione d’Italia e in Sicilia, ma anche in Lombardia, quando il monopolio della forza, del potere da parte dello stato, era esercitato da signorotti del tipo di don Rodrigo, che potevano fare il bello e cattivo tempo con quegli scherani al loro servizio che erano i bravi, compagini che duecento anni dopo si articoleranno in vere e proprie forme mafiose. Solamente a Milano, intorno al 1750 la gestazione si interruppe per effetto delle riforme del subentrato governo asburgico di Vienna. Lì, oltre a quello strano aborto (la mancata nascita della mafia, cioè), qualcos’altro di raro accadde nella storia italiana: il potere non si sentì minacciato dalla ragione. Le riforme di Maria Teresa crearono uno spazio in cui le idee poterono circolare senza essere immediatamente criminalizzate. Beccaria, i fratelli Verri, Parini e tanti altri intellettuali possono scrivere, discutere. Nascono luoghi d’incontro, riviste, confronti pubblici. L’accademia dei Pugni e dei Trasformati, la rivista “Il Caffè”. La giustizia diventa oggetto di riflessione costante. Il pensiero illuminista si divulga, si diffonde.
Dei delitti e delle pene nel 1764 non nasce in clandestinità, ma dentro un contesto che, pur vigilante, tollera. Beccaria contesta la tortura, la segretezza del processo, la pena di morte; afferma che il giudice deve essere vincolato alla legge e non alla propria coscienza arbitraria, ci devono essere chiari limiti ai giudici sull’interpretazione delle leggi del legislatore, sulla ripartizione dei poteri, sostiene che la pena non deve vendicare, ma prevenire, deve essere dolce, ma certa. Il pensiero innovatore, straordinario, passa le Alpi ed è preso a riferimento dagli americani per la dichiarazione d’Indipendenza del 1776. A Milano la ragione, sotto la spinta dei pensatori francesi, non viene percepita come sovversiva: è, almeno in parte, utilizzata. La giustizia si riforma senza spargere sangue. E’ un fatto storico, non un giudizio morale.
Milano della seconda metà del Settecento è una capitale amministrativa efficiente che lentamente impara a pensarsi come società civile. Nei salotti aristocratici e borghesi, nelle accademie, nei luoghi di conversazione, si afferma una forma nuova di sociabilità, fondata sulla discussione razionale, sull’ironia, sul confronto, nella critica dei costumi, nella riflessione sul buon governo, nella fiducia – forse eccessiva – nella riformabilità delle istituzioni.
Giuseppe Parini coglie con lucidità questo passaggio. "Il Giorno" non è soltanto una satira dell’aristocrazia oziosa, ma il ritratto di una classe dirigente che vive dentro un ordine riformato senza averne interiorizzato fino in fondo le implicazioni morali. E tuttavia, proprio questa società consente la critica, tollera lo sguardo ironico, accetta di essere messa a nudo. E’ un segnale fondamentale: la giustizia, prima ancora che nelle leggi, entra nel discorso pubblico.
Milano diventa così un laboratorio in cui il diritto smette di essere un sapere riservato e inizia a dialogare con la cultura, l’economia, la morale. La presenza di una burocrazia riformatrice, di un ceto intellettuale relativamente autonomo, di una nobiltà in parte disposta a farsi osservare e criticare ma anche ad agire, crea un equilibrio fragile ma fecondo e dinamico che si estrinseca in una fervente imprenditorialità. E’ in questo ambito che il pensiero di Beccaria può maturare: non come gesto eroico, ma come proposta razionale rivolta a un potere disposto, almeno in parte, ad ascoltare.
Questa differenza di clima è decisiva se confrontata con Palermo, la mia città. Là dove la società resterà bloccata per altri due secoli tra tradizione baronale e religionismo formale, dove la parola pubblica non si emancipa dall’accademia o dalla devozione, la ragione non trova interlocutori. A Milano, invece, la città stessa diventa interlocutrice. E questo spiega perché, sul piano giuridico, l’Illuminismo lombardo non produca martiri, ma riforme; non patiboli, ma codificazioni; non silenzi, ma testi destinati a circolare in Europa.
A Napoli la storia cambia tono. L’Illuminismo è potente, brillante, persino audace. Antonio Genovesi insegna, Gaetano Filangieri pensa una costituzione, Francesco Mario Pagano addirittura la scrive nella breve intensa esperienza rivoluzionaria del 1799. Una sorta di teoria avanzatissima, la sua, anche per il processo che deve essere accusatorio, con la netta distinzione tra accusa, difesa e giudice, e il concetto di legalità inteso come argine al potere. Mi è cara l’arringa di Vincenzo Lupo davanti alla Commissione speciale rivoluzionaria al processo in difesa del realista Gerardo Baccher durante la stagione della rivolta napoletana del 1799, con re Ferdinando scappato a Palermo: “Io non sono qui tanto il difensore, quanto la difesa, che è un diritto incontestabile e di tutti, secondo l’insegnamento del nostro grande maestro Mario Pagano: secondo cui vi è (…) il diritto di qualsiasi accusato a discolparsi. E perciò l’avvocato non deve avere paura di nulla se non della propria coscienza”. Una Corte figlia degli illuministi che, però, non mancherà di applicare la pena di morte. E’ sempre così quando la ragione smette di essere principio guida e diventa limite, ogni potere arranca. Anche quello borbonico, che all’inizio tollera per poi progressivamente reprimere sempre più duramente.
Molti cittadini rivoluzionari tra cui Mario Pagano, Domenico Cirillo e Eleonora de Fonseca Pimentel finiscono sul patibolo. Qui la giustizia non viene riformata: viene contesa. E il prezzo della contesa è il sangue. Vincenzo Cuoco, con lucidità spietata, capirà che la distanza tra élite illuminate e società reale ha reso quella battaglia perdente. Non c’è alcun dialogo con il popolo, con i lazzari, i lazzaroni che, proprio perché non comprendono si uniranno ai realisti, ai sanfedisti del cardinale Ruffo di Calabria contro i rivoluzionari che volevano per loro semplicemente più diritti. Napoli consegna all’Italia una tradizione giuridica segnata dal conflitto, dalla diffidenza reciproca tra legge e potere. Ne è struggente testimonianza proprio la storia di speranza e di morte di donna Eleonora, ben narrata da Enzo Striano ne Il resto di niente.
A Palermo, se possibile, la tragedia è ancora più misterica, silenziosa. L’Illuminismo non diventa mai discorso pubblico. Il riformismo illuminato mostra tutti i propri limiti. I pensatori hanno presenti i criteri di Hobbes, Locke, Voltaire, Montesquieu, Beccaria, Genovese, quindi di Londra, Parigi, Milano e Napoli, sulla eguaglianza naturale e la riforma penale. Ma vengono come frenati da uno spirito ancora sostanzialmente arcaico, scolastico, dove vige l’accademismo e l’astrattezza. Solo Giovanni Agostino De Cosmi fu seguace dell’empirismo lockiano, peraltro fortemente avversato dalla Chiesa. Tommaso Natale rimase comunque tiepido. Certo si rifaceva a Montesquieu. Le sue tre classi su cui si doveva articolare ogni società civile vedevano come principi ispiratori l’onore, l’interesse e il timore. Certo ripudiava la tortura come strumento coercitivo istruttorio, ma l’ammetteva come pena. Mancò ai riformisti siciliani, in genere, la coscienza di rappresentare il mondo della verità e della ragione di fronte a quello imperante della superstizione, prima causa di errore. A differenza di quanto succedeva a Milano e anche a Napoli, non si può parlare per la Sicilia, quindi, di una classe “viva” perché ad essa mancò l’energia e la convinzione necessarie a trascinare strati più estesi di opinione pubblica.
Figure troppo moderate quelle di Natale e De Cosmi, quindi. Sicuramente più riformatore Francesco Paolo Di Blasi, il solo che accolse pienamente la dottrina di Rousseau nella sua Dissertazione sopra l’egualità e la diseguaglianza degli uomini sulla loro felicità. Un pensiero, certo, astratto ma che prelude ad un’elaborazione più strutturata e solida nel saggio sulla Legislazione di Sicilia. Al centro, valutazioni di una certa modernità sull’esigenza di poter contare su disposizioni agili che tengano conto del costume che avanza e che riguardino, inoltre, l’educazione da affidare allo stato, la classificazione sociale, le imposte. Rilevanti pure le riflessioni sul diritto: la pena di morte, che “non dovrebbe ammettersi per verun delitto, nemmeno per l’omicidio”, l’atrocità della procedura ex abrupto e sulla confessione estorta ai torturati, la necessità che in genere “non essendovi contro di loro prova convincente, dovrebbero a retto pensare riputarsi innocenti”.
Una voce isolata che operò sostanzialmente in un contesto chiuso, sospettoso, privo di un vero spazio civile. Qui la giustizia non è uno strumento da riformare, ma un simulacro al servizio del potere. Il potere quello della classe baronale, che va al di là di quello formale e sostanziale dello stato, del viceré, qualunque siano le sue idee, le sue convinzioni, le sue politiche. Anche se il viceré si chiama Domenico Caracciolo, viene da Parigi (scelto da Acton e Maria Carolina), e ha idee riformatrici: sulla eliminazione del Santo Uffizio, sul Catasto e sulla compressione delle prerogative dei nobili e del loro Parlamento. Il potere è altrove, in mano a gruppi ben determinati, aggrumati nel loro inviolabile fortificato scoglio.
Di Blasi non muore “su di un palco riccamente ammobigliato, con un paggio a gala bruna che in un bacile d’oro raccoglie la testa di quel nobile” perché guida una rivoluzione, ma semplicemente perché la pensa. La sua esecuzione è preventiva. A Palermo la ragione non è né riformatrice né rivoluzionaria: è colpevole in quanto tale. Nessuna riforma è possibile, nemmeno pensabile. Vige il mero e misto imperio, la concentrazione, nelle medesime salde mani della baronia della giurisdizione civile, penale ed ecclesiastica. Una giurisdizione, quella feudale, non in quanto espressione di un qualsivoglia stato dispotico, ma in quanto espressione di sé stessa, della propria classe privilegiata. Ed è proprio da questo terreno che si stratificherà, nell’Ottocento in Sicilia, una diffidenza strutturale verso lo stato e la sua giustizia, quella che Leonardo Sciascia, con precisione chirurgica, chiamerà “giustizia ingiusta”.
Sciascia non è un moralista, ma un razionalista tragico. Sa che una giustizia che perde il rapporto con la verità e con il limite genera mostri. Il Consiglio d’Egitto non racconta solo una truffa erudita, ma un sistema in cui la legge è forma vuota, linguaggio senza giustizia. E’ il punto di arrivo di una storia lunga, non un accidente: in Francesco Paolo Di Blasi “Il dolore colava nella sua mente come inchiostro, ad accecarla. Il suo corpo era un contorto tralcio di vite; una vite di dolore: grave di racimoli, incommensurabile. I racimoli di sangue, l’oscuro sangue dell’uomo”.
Da Milano, Napoli e Palermo nascono così tre diverse culture della giustizia: una fiduciosa nella norma, una conflittuale, una tendenzialmente indolente, radicalmente diffidente. Tre Italie che ancora oggi convivono, a volte perfino senza riconoscersi.
Gli avvocati della ragione del Settecento non chiedevano tanto una giustizia più efficiente, quanto una giustizia più giusta. Non volevano un potere giudiziario più forte, ma più cauto, preciso, misurato, in definitiva credibile. Tornare a loro è quasi un atto di igiene civile. Perché senza la ragione, il braccio del potere può facilmente evolvere in arbitrio; quello della legge - anziché “proteggere e difendere” - trasfigurarsi come complice del potere.
L'editoriale dell'elefantino