Getty images
l'intervista
“Le toghe per il No dovevano astenersi in Cassazione”, dice l'ex pg Vitaliano Esposito
L'ex procuratore generale della Cassazione: "I consiglieri dell’ufficio centrale per il referendum che hanno un passato in politica o che sono impegnati in prima persona per il No avrebbero dovuto astenersi dal decidere sulla questione del quesito del referendum sulla giustizia"
“I consiglieri dell’ufficio centrale per il referendum della Cassazione che hanno un passato in politica o che sono impegnati in prima persona per il No avrebbero dovuto astenersi dal decidere sulla questione del quesito del referendum sulla giustizia. E’ un principio elementare che fa parte anche della giurisprudenza della stessa Suprema Corte. Anche i vertici dell’ufficio avrebbero dovuto vigilare sulla vicenda e suggerire a quei magistrati di astenersi”. Lo dice, intervistato dal Foglio, Vitaliano Esposito, ex magistrato con una carriera alle spalle lunga cinquant'anni (dal 1963 al 2012), conclusasi con l’incarico prestigioso di procuratore generale della Cassazione. “L’azione del magistrato deve orientarsi al principio della fairness, della correttezza. Grazie alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la fairness è diventata principio ispiratore che permea l’intero ordinamento di uno stato democratico”, sottolinea Esposito.
Del resto, evidenzia Esposito, il principio della correttezza del magistrato è proprio al centro della riforma costituzionale della giustizia che sarà sottoposta a referendum: “L’articolo 111 della Costituzione, riscritto nel 1999, implica per definizione il concetto di neutralità passiva, come garanzia di imparzialità strutturale. La terzietà, vista dal legislatore costituente come una condizione oggettiva del processo equo (neutralità passiva), è imposta dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo come qualità soggettiva del giudice, che ha l’obbligo giuridico di assicurare un giusto equilibrio tra le parti (neutralità attiva). In questo contesto, la riforma Nordio mira a consolidare la neutralità attiva del giudice e, al contempo, a rafforzare la fiducia del cittadino nel giudice come arbitro imparziale”.
Per Esposito la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, prevista dalla riforma Nordio, “costituisce la naturale conseguenza della riforma del processo in senso accusatorio, come infatti avviene in tutti gli ordinamenti che hanno attuato questo rito”. “Sin dal momento dell’elaborazione del progetto del nuovo codice, alla cui stesura ho avuto l’onore di partecipare, ho sempre espresso il mio fermo convincimento che, in conseguenza della rivoluzione copernicana che il nuovo codice attuava, fosse assolutamente necessario stabilire una netta separazione delle carriere non solo per garantire l’attuazione di un giusto processo, ma anche per prevenire l’incognita in ordine all’espansione incontrollata del potere giudiziario”, ribadisce Esposito, autore di un volume pubblicato di recente, “Dialoghi sull’ingiustizia” (Editoriale scientifica).
“Il magistrato non deve soltanto essere imparziale, ma anche apparire imparziale”, rimarca l’ex pg della Cassazione. Risulta paradossale, quindi, che proprio la riforma che si pone come obiettivo quello di consolidare l’immagine di imparzialità del magistrato sia stata oggetto di una decisione da parte di componenti dell’ufficio per il referendum della Cassazione che di certo non hanno badato alla propria immagine esterna di imparzialità, non astenendosi dal giudizio sul quesito referendario pur avendo un passato politico nel Partito democratico (che oggi avversa la riforma) o pur essendo impegnati in prima persona nella campagna per il No.
Per le stesse ragioni, sottolinea Esposito, “sarebbe stato opportuno che l’Associazione nazionale magistrati non costituisse un comitato per il No”: “I magistrati sono liberi di esprimere le proprie opinioni, ma l’intervento dell’Anm ha trasformato il dibattito in una lotta politica di cui è parte l’organismo rappresentativo della magistratura”.
Esposito dedica infine un ultimo pensiero all’ex giudice Corrado Carnevale, morto mercoledì scorso, di cui è stato per lungo tempo collega e amico: “Anche nel giorno della sua morte ho letto tanto fango sui giornali contro di lui. E’ stato il miglior magistrato che io abbia mai conosciuto. Aveva una conoscenza giuridica smisurata. Quando nel 1985 arrivò alla prima sezione penale della Cassazione i processi erano 12 mila. Quando nel 1993 venne disarcionato per via giudiziaria la pendenza era zero. Da 12 mila a zero. E i processi venivano fissati in venti giorni”. E ancora: “Non l’ho mai visto togliere la parola a un difensore che si manteneva nell’ambito del giudizio di legittimità. Consentiva agli avvocati di parlare per ore. La camera di consiglio finiva alle tre di notte, mentre le altre finivano a mezzogiorno. Avrei voluto fosse ricordato per queste sue immense qualità”.