il più grave errore giudiziario di sempre

Quando la giustizia ti ruba la vita: tutta la storia di Beniamino Zuncheddu

Ermes Antonucci

L’incredibile vicenda dell'ex pastore sardo, assolto dopo oltre 32 anni passati in carcere da innocente. Il depistaggio nelle indagini, i giudici che hanno fatto carriera, l’assoluzione nel processo di revisione 

Quando lo scorso 27 novembre è stato scarcerato dopo oltre 32 anni, in attesa della sentenza del processo di revisione, Beniamino Zuncheddu si è avviato a piedi per tornare a casa. Una casa che era stato costretto a lasciare all’età di 26 anni, distante quaranta chilometri dal carcere da cui stava uscendo, quello di Cagliari Uta. Per fortuna Irene Testa, Garante dei detenuti della Sardegna e tesoriera del Partito radicale, una volta saputo dell’accoglimento dell’istanza di sospensione della pena, si è catapultata alle porte del carcere cagliaritano, intercettando Zuncheddu. “Voleva scappare via da quel posto, aveva paura che da un momento all’altro potessero incarcerarlo di nuovo”, racconta Testa al Foglio. Poi Zuncheddu, ancora frastornato, è stato accompagnato in auto al suo paese, Burcei, dove è stato accolto da una festa organizzata in parrocchia dai suoi concittadini e alla presenza del sindaco. E’ facile essere disorientati dopo 32 anni di carcere, soprattutto se trascorsi da innocente, come ha definitivamente stabilito venerdì scorso la corte d’appello di Roma, al termine del processo di revisione.

 

Non è stato Zuncheddu, ex pastore di 58 anni, a compiere la cosiddetta “strage del Sinnai”: un triplice omicidio avvenuto l’8 gennaio del 1991, quando sulle montagne di Sinnai furono uccisi tre pastori e una quarta persona rimase gravemente ferita. In altre parole, Zuncheddu ha trascorso oltre 32 anni in carcere ingiustamente: si tratta del più grave errore giudiziario della storia del nostro Paese.
Per capire come tutto ciò sia stato possibile bisogna tornare al gennaio 1991 e a ciò che accadde subito dopo la strage. Inizialmente le indagini non portarono a nessun risultato. L’unico superstite e testimone oculare, Luigi Pinna, riferì agli inquirenti di non aver potuto riconoscere colui che aveva sparato perché aveva una calza da donna sul volto ed era notte. A fine febbraio Pinna cambiò improvvisamente versione, a seguito dell’opera di convincimento da parte di un poliziotto, e indicò Zuncheddu come autore della strage. Zuncheddu fu condannato all’ergastolo. Ha trascorso 32 anni nelle carceri sarde di Badu ’e Carros, Buoncammino e Uta. 

 

Sono stati due episodi a cambiare il destino di Zuncheddu. Il primo risale al 2016, quando l’avvocato Mauro Trogu ha preso in carico la difesa dell’ex pastore sardo, diventando presto il suo angelo custode. Attraverso le sue indagini difensive, infatti, nel 2019 Trogu riuscì a convincere l’allora procuratrice generale di Cagliari, Francesca Nanni, ad aprire un processo di revisione per esaminare le nuove prove a sostegno dell’innocenza di Zuncheddu. Nanni giunse alla conclusione che la strage non era legata a presunti dissidi fra allevatori, bensì a un sequestro di persona che si era consumato in quella zona nello stesso periodo. Riaperto il caso, la procura autorizzò nuove intercettazioni ambientali nei confronti del superstite Luigi Pinna dalle quali emersero ammissioni e anche parziali pentimenti sull’accusa rivolta oltre trent’anni prima nei confronti di Zuncheddu. 

 

Il secondo momento di svolta è giunto l’estate del 2023, quando purtroppo Zuncheddu ha avuto un crollo fisico e psicologico preoccupante, che ha spinto l’avvocato Trogu a rivolgersi al garante Irene Testa. “Andai subito a trovare Beniamino in carcere – racconta Testa – Il processo di revisione era fermo da tre anni in corte d’appello e questa situazione stava spingendo Beniamino a lasciarsi andare. Stava perdendo tutte le speranze: essendo uscite le intercettazioni che lo scagionavano già da tre anni, si aspettava di poter uscire subito, invece era rimasto tutto fermo”. Irene Testa decise così di portare la vicenda all’attenzione nazionale, attraverso la trasmissione che conduce su Radio Radicale, intitolata “Lo stato del Diritto”. La vicenda di Zuncheddu ha così cominciato a conquistare l’attenzione di alcuni organi di informazione nazionale. Gaia Tortora, vicedirettrice del Tg La7 e presidente onoraria del Partito radicale – figlia di Enzo Tortora, al cui nome è legato il più celebre caso di malagiustizia italiana – ospita in trasmissione l’avvocato Trogu e Irene Testa, dando risalto al caso di Zuncheddu. 

 

Grazie all’attenzione mediatica, il processo di revisione riprende slancio, soprattutto per volontà del presidente della quarta Sezione penale corte d’appello di Roma, Flavio Monteleone. Nel corso dell’udienza del 14 novembre arriva l’ennesima svolta. Pinna infatti riferisce che all’epoca un poliziotto, Mario Uda, gli mostrò una foto di Zuncheddu prima di essere interrogato dal magistrato. “E’ lui il colpevole”, disse il poliziotto a Pinna, indirizzando le indagini. Pinna accusò così proprio Zuncheddu. 
Venerdì è arrivata la sentenza da parte dei giudici: assolto “per non aver commesso il fatto”. La Corte ha anche disposto la trasmissione degli atti alla procura capitolina in relazione a tre testimonianze rese in aula, tra cui quella dell’ex poliziotto che si occupò delle indagini all’epoca. L’innocenza di Zuncheddu è stata definitivamente riconosciuta dopo quasi 33 anni.

 

“In carcere mi dicevano sempre: ‘Se ti ravvedi ti diamo la libertà’. Ma di cosa mi devo ravvedere se non ho fatto niente? Perché non ho accettato? Perché non ho fatto niente”, ha affermato l’ex pastore sardo in una conferenza stampa organizzata dai radicali. In questi giorni Zuncheddu preferisce non parlare, provato dal trambusto derivato dalla sua assoluzione e dai problemi di salute che lo affliggono. 

 

“Al momento dell’assoluzione ho tirato un grande sospiro di sollievo”, dice l’avvocato Trogu al Foglio. “Ero estremamente fiducioso, non vedevo la possibilità di una sentenza diversa, ma finché non lo senti non ci puoi credere fino in fondo”. “La mia mente adesso è già proiettata verso le motivazioni di questa decisione – aggiunge il legale di Zuncheddu – Il livello di progresso di civiltà giuridica dell’Italia dal 1991 a oggi la misureremo in base a ciò che verrà scritto in queste motivazioni”. Si riferisce alle responsabilità che saranno individuate per questo gravissimo errore giudiziario? “Sì – replica Trogu – Di chi sarà la colpa dell’errore? Solo del povero privato Luigi Pinna, testimone oculare di questo reato? Solo di Pinna e del poliziotto che gli ha fatto vedere le foto di Zuncheddu? O sarà anche colpa del pubblico ministero, che magari doveva vigilare meglio? O sarà anche colpa dei giudici che si dovevano rapportare con il dubbio in maniera più pacata, senza dare alle tesi difensive aggettivi quali ‘fantasiose’, ‘assurde’, ‘disperate’?”.

 

Già, i magistrati. Ma chi sono le toghe che si sono occupate del caso Zuncheddu? A portare avanti l’accusa è stato il pm Fernando Bova, già protagonista negli anni Ottanta di una delle pagine nere della giustizia italiana. Nel 1981, infatti, come giudice istruttore, condusse le indagini sulla scomparsa dell’avvocato Gianfranco Manuella, finendo per accusare uno dei più celebri avvocati dell’epoca, Aldo Marongiu, e due suoi colleghi di studio, disponendo l’arresto in carcere nei loro confronti. Il tutto sulla base delle dichiarazioni di presunti pentiti. I tre trascorsero due anni in carcere in via preventiva, prima di essere assolti da tutte le accuse. Superato il calvario giudiziario, Marongiu si ammalò di leucemia, per poi morire l’11 maggio 1992. 

 

Non solo. Durante la sua arringa al processo di revisione di Zuncheddu, l’avvocato Trogu ha ricordato che nel 1987 Bova era stato punito dalla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura per aver tenuto in carcere un testimone per quattro mesi, quando il reato di falsa testimonianza non era più punibile perché era intervenuta l’amnistia. 

 

Tra i giudici che hanno condannato Zuncheddu, accogliendo le tesi dell’accusa, spiccano invece Carlo Piana, che fece carriera diventando capo della procura di Cagliari (a lui oggi è intestata l’aula della corte d’assise in cui, ironia della sorte, venne condannato Zuncheddu), e Maria Grazia Corradini, arrivata fino alla prima sezione di Cassazione e poi nominata presidente della Corte d’appello di Cagliari. Un’altra brillantissima carriera. Un po’ come quanto successo con i magistrati che accusarono e condannarono Enzo Tortora. 

 

La figlia di Enzo, Gaia, ha seguito tutte le udienze del processo di revisione di Zuncheddu. “A ogni udienza pensavo di essere su ‘Scherzi a parte’”, ci dice. “Dal primo giorno mi sono chiesta come abbia fatto il tribunale di Cagliari a condannare all’ergastolo Beniamino. Purtroppo da quello che è venuto fuori si fa fatica a parlare di errore. E’ stato un riconoscimento indotto per togliersi dalle scatole la vicenda, prendendo il primo ‘scemo’ che girava”. Gaia Tortora ammette che seguire così da vicino il caso di Zuncheddu le “ha fatto male”, perché le ha ricordato di nuovo quanto subìto da suo padre, ma aggiunge che non tutto è stato negativo: “Ho provato tanta stima e riconoscenza per il collegio giudicante, presieduto da Monteleone, che è sempre stato molto attento e scrupoloso. C’è stata una parte di riconciliazione. E’ come nel caso di mio padre: c’è una giustizia che toglie e una giustizia che restituisce. Quando senti quella parola, assolto, ricominci a respirare. E’ insopportabile però pensare che occorra tutto questo tempo”. “Ho ripensato a ciò che diceva mio padre: bisogna dare voce a quelli che non ce l’hanno, agli sconosciuti. E questo è quello che proverò a fare anche in futuro”, conclude Gaia Tortora. 

 

“Sono felice per Beniamino ma sono spaventata da una giustizia così”, afferma Irene Testa. “Questa è una vicenda particolare, perché c’è stato un depistaggio, però ci sono stati giudici che hanno condannato Beniamino in tutti i gradi di giudizio, nonostante le carte parlassero chiaramente in senso contrario. Anche la magistratura dovrebbe interrogarsi sulle proprie responsabilità”. Non solo. “Dopo l’assoluzione mi sarei aspettata una telefonata a Beniamino da parte del ministro della Giustizia, Carlo Nordio – aggiunge Testa – Sarebbe stato un bel gesto non solo nei confronti di Beniamino, ma anche di tutti i cittadini italiani, che hanno bisogno di riacquistare fiducia nella giustizia. Il caso di Beniamino ci fa capire che ci può essere una giustizia sana, ma anche che c’è una giustizia che va riformata, che sbaglia sulla vita delle persone e non si assume poi le proprie responsabilità”. In particolare, per Testa “bisognerebbe riflettere innanzitutto sulle indagini preliminari, perché gli errori in questa fase sono la costante di quasi tutte le ingiuste detenzioni o errori giudiziari. In un quadro di riforma della giustizia andrebbe affrontato anche il tema della responsabilità civile dei magistrati”, conclude. 

 

Intanto l’avvocato Trogu conferma che in seguito all’assoluzione di Zuncheddu presenterà una richiesta di riparazione per errore giudiziario: “Stiamo parlando di una necessità oggettiva. Beniamino in questi 33 anni non ha potuto costruire niente, non ha un lavoro. Ce lo hanno restituito mezzo cadavere, perché sta malissimo. Negli ultimi anni ha avuto un decadimento psicofisico evidente, anche legato all’ansia legata alla scarcerazione. Lui vedeva le prove a suo favore sul tavolo, ma tutti i giudici gli negavano la scarcerazione, dal tribunale di sorveglianza alla corte d’appello di Roma. Quest’ansia lo ha veramente logorato e ora non è in condizioni di lavorare. Da quando è stato scarcerato, lo scorso novembre, ha passato il suo tempo da un medico all’altro, perché ha una condizione di salute molto precaria. L’urgenza adesso è che si curi”.  

  • Ermes Antonucci
  • Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di cronaca giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021) e "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]