Lo sciopero degli avvocati contro la riforma Bonafede

Marianna Rizzini

Una maratona oratoria di sei giorni per dire le ragioni del no alla revisione della prescrizione

Roma. La distesa di ombrelli colorati c’è, la piazza anche, ma non di “sardine” si tratta. Si vedono molti impermeabili blu, cravatte e valigette, molti occhiali, qualche trolley. La piazza (Piazza Cavour, dietro al Palazzaccio) ospita la prima delle sei giornate di sciopero e maratona oratoria degli avvocati penalisti contro la riforma della prescrizione: sei giorni sotto a un gazebo, cinque minuti per uno, dalle 9 alle 20, con iscrizioni a parlare da tutta Italia. Obiettivo: informare l’opinione pubblica su un argomento che, dirà un oratore, suscita diffidenza nel cittadino, forse per “non conoscenza”, forse per riflesso condizionato dopo le campagne ossessive di stampo giustizialista degli ultimi anni (con l’assurdo che colui o colei che difende il mantenimento della prescrizione viene spesso considerato “amico dei corrotti e dei delinquenti”).

   

Giusto processo, rispetto delle garanzie per l’imputato o rassegnazione alla cultura della gogna e della vendetta sociale? La scelta tra le due opzioni corre anche lungo il filo dello stop alla prescrizione dopo il primo grado, in vigore dal gennaio 2020 per effetto della legge Spazzacorrotti voluta dal precedente governo (gialloverde). Una legge che, ripetono gli scioperanti-maratoneti, anche in diretta su Radio radicale, porterà a “processi infiniti”. In attesa del proprio turno, assiepati accanto ai manifesti da cui sorridono bocche stilizzate che invitano all’intervento, gli iscritti al mattino sono già molti (in arrivo dalla Sardegna, da Torino, da Ferrara, da Sondrio, da Napoli, da Ancona, da Pesaro), tutti riconoscibili dal badge al collo. La scritta sul badge richiama l’intento: spiegare ai cittadini “la verità sulla prescrizione”, come spiega la nota dell’Unione delle Camere penali, promotrice dell’iniziativa. Qualcuno tra gli oratori scherza: “Non è che ci prendono per dei matti allo speaker’s corner?”. Qualcuno ricorda che “non si può non combattere questa battaglia, ne va di un principio di civiltà giuridica”. E la battaglia che comincia sotto la pioggia sottile – quella sì da Marble Arch – parla dell’urgenza di contrastare l’espansione del potere togato sotto l’effetto di norme che ampliano spazio e materie soggetti a scrutinio giurisdizionale, e dell’urgenza di impedire il rapido scivolamento verso un impianto di processo accusatorio che, dice un avvocato di Pesaro, produce migliaia di casi di carcerazione di innocenti.

   

Ogni oratore parla di un caso concreto: cittadini sottoposti a ingiusto processo, dietro le sbarre senza aver commesso il fatto, ma anche colpevoli cui non è stato riconosciuto il diritto di scontare la pena a distanza ravvicinata. Il cittadino che segue le campagne anti prescrizione spesso non sa – è il concetto ripreso da molti avvocati-maratoneti – che le garanzie processuali tutelano prima di tutto l’innocente. “Che il processo non diventi la vera pena”, dice un oratore di Cagliari. “Prima si facciano le riforme che davvero porterebbero a uno snellimento dei tempi della giustizia”, dice un oratore di Termini Imerese. “Pena certa, pena immediata, pena rieducativa, no al populismo giudiziario”, è il mantra sotteso a tutti gli interventi in cui si cerca, dopo aver rievocato Cesare Beccaria, di demolire l’altro mantra, quello dell’avvocato “accusato di essere la causa delle lungaggini”. “Falso problema, la prescrizione”, dice un oratore di Pesaro; è come se ci si dovesse “difendere da nemici che vogliono tornare al processo inquisitorio, come fermare i carri con le mani in piazza Tienanmen – e però sono battaglie che vanno combattute”, anche contrastando l’impostazione “del ministro Alfonso Bonafede e della sua corte dei miracoli” e “i magistrati alla Piercamillo Davigo” e tutti coloro che “hanno l’obiettivo di smantellare lo stato di diritto”. La montagna da scalare “è far capire di che cosa parliamo, e con garbo cercare di smontare le mistificazioni e farci ascoltare da chi appena sente che siamo contro la riforma della prescrizione storce il naso”, dice un oratore della Camera penale di Roma. “Se anche soltanto un cittadino cambierà idea avremo vinto”, è la frase auto-motivazionale ripetuta sotto agli ombrelli, con la speranza che si arrivi presto a fermare la “legge anticostituzionale” la cui applicazione si prospetta a breve. Ci si inerpica lungo il confine che separa lo stato di diritto da uno stato in cui invece vince la “sottocultura” che veicola questo messaggio: “Prescrizione uguale arma per sfangarla”.

   

Di cinque minuti in cinque minuti, i maratoneti evocano “la forza della parola” che, dice un oratore, “non si disperde nel vento”. “Qui manca la società civile”, ripete sconsolato un avvocato di Ancona. Poi, all’improvviso, una dei maratoneti tira fuori un blocco. Sui fogli frasi in rima, come strofe di filastrocca: “L’avvocato è contrariato / e per questo ha scioperato; questa è l’ultima chiamata / questa legge va cambiata”. Un applauso stempera l’amarezza. “Chiedetevi, se potete”, è l’appello alla società civile, “che cosa fareste se foste voi uno di quei mille innocenti svegliati alle quattro del mattino, e accusati per errore di un crimine non commesso”.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.