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Svegliare i sonnambuli d'Italia sulla vergogna del processo senza fine

Claudio Cerasa

La nuova norma sulla prescrizione in vigore tra un mese. Una classe politica responsabile può ancora scegliere tra chi ha a cuore il rispetto delle garanzie e chi persegue invece la cultura della gogna e della vendetta sociale. Un appello

In un paese civile desideroso di togliersi dal collo il cappio letale del giustizialismo grillino le principali energie dei politici responsabili e degli osservatori con la testa sulle spalle dovrebbero essere concentrate nel denunciare uno dei principali scempi con cui dovrà fare i conti la nostra democrazia a partire dal primo gennaio del 2020. Anche questa settimana, con ogni probabilità, verrà egemonizzata dal dibattito surreale intorno alla riforma o alla non riforma del Fondo salva stati, una riforma negoziata dagli stessi irresponsabili leader politici che oggi improvvisamente e spassosamente si ritrovano all’opposizione delle loro stesse politiche, ma se c’è un tema che meriterebbe di essere portato in Parlamento, costi quel che costi, quel tema dovrebbe coincidere con un orrore giuridico approvato lo scorso anno dal Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio e dalla Lega di Matteo Salvini. La storia probabilmente la conoscete già: a partire dal primo gennaio del 2020, grazie a una riforma votata in questa legislatura dalla ex maggioranza gialloverde, scatterà la sospensione della prescrizione “dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna”.

 

In altre parole, grazie a un punto della così detta legge “anti corruzione”, tra un mese esatto entrerà in vigore l’abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, che per effetto della riforma non potrà più maturare nei giudizi di Appello e di Cassazione. In un paese civile desideroso di togliersi dal collo il cappio letale del giustizialismo grillino il tema della fine della prescrizione dovrebbe essere centrale non solo nel dibattito pubblico ma anche nel dibattito giornalistico. Eppure, nonostante qualche timida presa di posizione di qualche parlamentare del Pd e di Italia viva, e nonostante qualche ridicola presa di posizione di qualche esponente della Lega – fare opposizione contro le riforme approvate dal governo di cui si faceva parte per la Lega sta diventando una specie di disciplina olimpica – il dibattito sul dramma della fine della prescrizione è come se non esistesse e tutti coloro che si permettono di notare quanto la fine della prescrizione andrebbe a rafforzare le prerogative di una repubblica fondata sulle procure di solito finiscono per essere descritti come se fossero dei farabutti amici dei criminali.

 


Una classe politica con la testa sulle spalle dovrebbe trasformare la battaglia contro la fine della prescrizione in un atto concreto: portare in Parlamento una norma capace di abrogare l'articolo della legge che fa entrare in vigore la riforma che abolisce la prescrizione dal primo gennaio. E se la scelta dovesse essere tra salvare il governo e salvare lo stato di diritto, non sarebbe una scelta così difficile


 

Negli ultimi undici mesi, nessuno dei grandi giornali italiani ha scelto di denunciare con costanza, con coerenza e con orgoglio l’orrore di avere un paese che con grande nonchalance si prepara a vivere nella stagione dei processi infiniti (qualche giorno fa, come notato su Twitter dal nostro Guido Vitiello, un programma de La7 ha ospitato “un dibattito molto civile tra Gianrico Carofiglio che difendeva l’abolizione della prescrizione, Massimo Giannini che esortava i grillini a impuntarsi contro la prescrizione, e poi Marco Travaglio: quasi quasi – ha scritto con perfetto cinismo Vitiello – mi metto al 41-bis da solo nel cesso di casa e butto la chiave”). Eppure gli argomenti per indignarsi sarebbero infiniti e sono quelli perfettamente sintetizzati dall’Unione delle camere penali, da oggi saggiamente in sciopero fino al prossimo 6 dicembre per ragioni giuste. Perché non si può accettare come se nulla fosse un’aggressione allo stato di diritto capace di trasformare ogni imputato in un presunto colpevole a vita (se i processi possono non finire più, togliere la prescrizione non può che avere l’effetto di trasformare ogni processo in una persecuzione). Perché non si può accettare il fatto che venga stravolto il principio costituzionale del giusto processo eliminando un limite entro il quale deve intervenire la definitiva risposta di giustizia e senza il quale la macchina giudiziaria piuttosto che diventare più efficiente diventerà inevitabilmente più inefficiente (“la prescrizione nel nostro ordinamento – dice l’Unione camere penali – è indissolubilmente legata ai princìpi di presunzione di innocenza e di inviolabilità del diritto di difesa”). Perché non si può accettare il fatto che l’eliminazione della prescrizione offra ai magistrati ulteriori strumenti per utilizzare con sempre maggiore discrezionalità i propri strumenti di persecuzione giudiziaria (con i processi che durano all’infinito, i magistrati desiderosi di occuparsi solo di indagini ad alto impatto mediatico avranno una buona scusa per mettere da parte indagini meno appetitose e meno notiziabili: tanto quelle non scadono mai, no?).

 

La battaglia attorno alla disciplina della prescrizione è una battaglia tra due concezioni diverse e opposte dello stato di diritto. Da una parte vi è chi ha a cuore la cultura delle garanzie e il rispetto del giusto processo. Dall’altra parte vi è chi ha cuore la cultura della gogna e chi affida alla giustizia il compito di portare avanti una missione finalizzata a fare del processo uno strumento utile a imporre un’idea malata di vendetta sociale (i sostenitori della necessità di abolire la prescrizione sostengono che con la prescrizione in troppi oggi la fanno franca, ma dimenticano di ricordare che nel 70 per cento dei casi la prescrizione interviene prima della sentenza di primo grado e che la responsabilità dei processi lenti è da attribuire più alla giustizia lenta che all’avvocato spregiudicato).

 

Una classe dirigente con la testa sulle spalle dovrebbe fare della battaglia contro la fine della prescrizione un punto d’orgoglio. Una classe politica con la testa sulle spalle dovrebbe trasformare la battaglia contro la fine della prescrizione in un atto concreto per compiere una mossa difficile ma possibile: portare in Parlamento una norma capace di abrogare l’articolo della legge che fa entrare in vigore la riforma che abolisce la prescrizione dal primo gennaio. E se la scelta dovesse essere tra salvare il governo e salvare lo stato di diritto, la scelta non dovrebbe essere così difficile. Basta sciocchezze: è il momento di svegliarsi.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.