A Palermo tutti indagano sull'energia, e la regione pesta i piedi alla procura

Riccardo Lo Verso

La commissione regionale antimafia sul caso Arata-Nicastri ha assunto le caratteristiche di un tribunale parallelo

In procura, a Palermo, non hanno gradito affatto l’attivismo della commissione regionale antimafia sul caso Arata-Nicastri. Fatta salva la prerogativa parlamentare, che nessuno mette in discussione, sono tempi e modi che hanno infastidito e lasciato perplessi i magistrati che indagano sugli affari delle energie alternative, spinti non dal vento o dal sole, ma dalle tangenti. Quello istituito dal presidente Claudio Fava e dai commissari ha assunto le caratteristiche di un tribunale parallelo che ha finito per anticipare le mosse dell’inchiesta penale. Il procuratore Francesco Lo Voi, l’aggiunto Paolo Guido e il sostituto Gianluca De Leo ipotizzano che l’imprenditore Vito Nicastri, soprannominato il “re del vento”, già in affari con la mafia, sia divenuto socio di Paolo Arata, professore genovese e consigliere della Lega di Matteo Salvini sui temi energetici.

 

L’obiettivo era di farsi autorizzare, dietro pagamento di mazzette, la costruzione di impianti fotovoltaici e a biometano in giro per la Sicilia per poi rivendere a peso d’oro le concessioni. Un meccanismo su cui Nicastri ha costruito negli anni un impero economico oggi confiscato. Per un solo impianto – è lo stesso Nicastri ad averlo ammesso ai pubblici ministeri –sarebbero stati pagati 100 mila euro a dirigenti e funzionari della Regione siciliana. Ed era un acconto dei 500 mila euro pattuiti a iter burocratico ultimato. E la politica? Arata, che è stato parlamentare di Forza Italia nei decenni scorsi, ha attivato vecchie e nuove amicizie per farsi aprire le porte dell’assessorato all’Energia. Nelle intercettazioni è venuta fuori una sfilza di nomi. Dal presidente dell’assemblea regionale siciliana Gianfranco Micciché agli assessori Toto Cordaro, Alberto Pierobon e Mimmo Turano. Parlavano di incontri, nulla osta, telefonate, amicizie in comune e saluti da far pervenire.

 

Chiacchiere per mostrare una disponibilità in realtà mai concessa oppure c’è del marcio? Il presidente Fava si è fatto girare gli atti dalla procura, ne ha facoltà, e ha avviato le convocazioni di tutti i protagonisti. Vuole capire il ruolo del politici, nessuno dei quali è al momento indagato, sapere se si fossero accorti che dando retta ad Arata facevano un favore al chiacchieratissimo Nicastri. E presto convocherà anche dirigenti e funzionari, escludendo, per cause di forza maggiore, coloro che nel frattempo sono stati arrestati. I commissari sono stati incalzanti. Leggevano passi delle intercettazioni e facevano contestazioni. Sembravano davvero dei pubblici ministeri senza toga.

 

A pensarci bene le legittime curiosità di Fava sono le stesse dei magistrati che presto, prestissimo, spediranno ai politici un invito a presentarsi negli uffici al secondo piano del Palazzo di giustizia. E qui nasce il fastidio di cui sopra. I pubblici ministeri si troveranno di fronte persone bene informate sul contenuto degli atti giudiziari, che sanno in quale maniera ciascuno ha giustificato i contenuti delle intercettazioni, che conoscono cosa pensa l’uno dell’altro visto che le audizioni sono state trasmesse in diretta.

 

I loro racconti avranno perso la genuinità necessaria, l’effetto sorpresa con cui un pubblico ministero spera di trovare uno spiraglio investigativo. Magari la tempistica delle convocazioni dei politici, in qualità di persone informate sui fatti, rispondeva a una logica investigativa precisa nel contesto di un’inchiesta in continua evoluzione. Nessuno, nemmeno i più ottimisti a onor del vero, ad esempio aveva messo nel conto che Nicastri decidesse di collaborare con la giustizia. Siamo davvero alle battute iniziali del suo racconto, la cui attendibilità è tutta da valutare. Di sicuro le sue dichiarazioni sono divenute l’ossatura dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere che ha raggiunto Giacomo Causarano, funzionario dell’assessorato all’Energia, indicato come il collettore delle tangenti per se stesso e per altri.

 

Chi altro? Magari potrebbe esserci, qualcuno che la commissione antimafia ha già in programma di convocare. Sempre che non giunga una telefonata dalla procura o una lettera per invitare i commissari a temporeggiare. Per ragioni di opportunità, naturalmente. Fatte salve le prerogative parlamentari del tribunale parallelo. Un tribunale che si è fatto anche teatro. Lo scorso maggio è andato in scena un spettacolo teatrale con Claudio Fava “attore” sul palco. I testi erano tratti dalle audizioni della commissione regionale antimafia sul sistema messo in piedi da Antonello Montante, potente confindustriale dell’antimafia, travolto da scandali e inchieste. La tempistica è stata diversa. Gli attori sono saliti sul palco quando una parte, non tutta per la verità, dell’inchiesta era già sfociata in un processo. Per Arata e Nicastri siamo ancora in piena fase delle indagini preliminari. Quella segretissima che fa a pugni con, la seppure lodevole, iniziativa della diretta streaming dove tutti hanno potuto dire ciò che volevano senza avere neppure l’obbligo di dire la verità nient’altro che la verità.

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