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Perché i giudici precari scioperano e mettono a rischio 1,5 milioni di processi

Senza previdenza, senza pensione, pagati a cottimo, ma smaltiscono il 60 per cento dei processi di primo grado. Sono in mobilitazione da tre settimane e hanno già sospeso circa 400 mila udienze. Ecco cosa vogliono

23 Gennaio 2018 alle 14:53

Perché i giudici precari scioperano e mettono a rischio 1,5 milioni di processi

La giustizia italiana è a rischio paralisi per lo sciopero record di un mese indetto dai magistrati onorari, mentre ieri è cominciata la terza settimana di protesta dei giudici di pace, che si protrarrà fino al 4 febbraio. La mobilitazione ha già causato il rinvio di circa 400 mila processi. E non è finita, perché a partire da lunedì prossimo incroceranno le braccia anche i magistrati onorari dei tribunali e delle procure, cosa che determinerà la sospensione di circa un milione e mezzo di processi.

 
 
Insomma, al culmine della protesta quasi la metà dei magistrati italiani sarà in sciopero coinvolgendo 7,200 tra giudici di pace, giudici onorari di tribunale e viceprocuratori onorari. Protestano contro la riforma della magistratura onoraria, approvata dal governo il 3 luglio dello scorso anno, che avrebbe aggravato – dicono – la discriminazione economica e previdenziale nei loro confronti rispetto ai magistrati togati, nonostante un carico di lavoro sempre crescente e un costante sfruttamento delle loro competenze.

 

Chi sono i magistrati in sciopero

 

Per comprendere a pieno le ragioni della “rivolta” dei magistrati onorari occorre tenere conto prima di tutto del ruolo che questi hanno assunto all’interno del sistema giudiziario italiano: affossato da milioni di cause pendenti e da una grave carenza di personale, a partire dalla fine degli anni Novanta, lo stato ha deciso di creare la figura del magistrato onorario (non assunto per concorso, ma reclutato per titoli, per svolgere l’attività in modo non esclusivo), scaricandogli addosso il compito di smaltire migliaia di processi minori, basati su reati di gravità ridotta, e riconoscendogli solo le briciole in termini di sicurezza economica e previdenziale.

 

I magistrati onorari sono reclutati con contratti a termine (seppur continuamente prorogati per necessità), sono pagati in gran parte a cottimo per ogni udienza svolta e ogni procedimento definito, sono senza previdenza e diritto alla pensione, senza tutele per maternità, malattia o infortuni sul lavoro. Sono, insomma, i precari della giustizia.

 

Proprio ieri, l’Unione nazionale dei giudici di pace (Unagipa) è tornata a denunciare “l’indecorosa condizione lavorativa della categoria, inaccettabile in qualsiasi paese civile” (“Magistrati senza diritti, ai quali uno Stato ‘caporale’ nega la stessa dignità di esseri umani”), e lo ha fatto sull’onda della morte di una giudice di pace campana che, seppur gravemente malata, “ha continuato sino alla fine ad adempiere ai suoi doveri, senza diritto ad aspettativa e congedi retribuiti, abbandonata da quello Stato che lei ha sempre servito con abnegazione. Se la collega avesse lavorato in simili condizioni alle dipendenze di un privato – ha notato l’Unagipa – la procura avrebbe già aperto un procedimento per omicidio colposo”.

 

Un altro esempio pratico estremo è arrivato alcune settimane fa, quando la Cassazione, sulla base della normativa esistente, ha negato il risarcimento a un magistrato onorario che aveva contratto la tubercolosi in un centro di accoglienza migranti dove aveva discusso una causa, perché non si tratterrebbe di un dipendente ma di un semplice volontario.

 

Cosa chiedono 

  

Nel silenzio dei media e dell’opinione pubblica, i magistrati onorari contribuiscono da anni a mantenere a galla il sistema giudiziario italiano, spesso affrontando carichi di lavoro pari a quelli dei colleghi togati pur essendo trattati come lavoratori di “serie B” (tra cause penali e civili, smaltiscono oggi il 60 per cento dei processi di primo grado). A fronte di questo scenario, sono state ritenute inaccettabili le modifiche introdotte dalla riforma approvata lo scorso luglio.

 

C’è intanto una questione economica, dovuta al pesante taglio delle indennità: se prima dell’entrata in vigore del nuovo testo, i magistrati onorari guadagnavano un fisso di 700 euro al mese più bonus in base ai risultati (fino a un massimo di 72 mila euro all’anno), la riforma impone a chi è in servizio guadagni ridotti a 24 mila euro all’anno a partire dal 2021 e 16 mila euro ai nuovi magistrati onorari.

 

La riforma prevede inoltre che a ciascun magistrato onorario non possa essere richiesto un impegno superiore a due giorni a settimana (a quelli in servizio è concesso di poter lavorare tre giorni a settimana fino al 2025). Un termine che, oltre a prefigurare un ulteriore rallentamento della macchina giudiziaria (già piuttosto lenta di suo), va a penalizzare coloro che in questi anni hanno finito per fare di questa attività la loro unica professione.

 

Per i giudici di pace oltre al danno si aggiunge anche la beffa: nonostante il profondo taglio dell’indennità e la riduzione dei giorni di impiego, la riforma prevede dal 2021 un ulteriore aumento delle loro competenze in materia civile (potranno, ad esempio, presiedere cause relative a beni mobili fino a 30 mila euro, contro la soglia precedente di 5 mila euro, o procedimenti per sinistri stradali fino a 50 mila euro di danno, contro il tetto precedente di 20 mila, senza tenere conto delle altre estensioni in materia condominiale, sui pignoramenti, sulle espropriazioni ed altro ancora).

 

I tempi letargici rischiano di allungarsi ancora

 

In caso di mancata risposta da parte del governo, c’è da aspettarsi che i magistrati onorari torneranno a scioperare anche nei prossimi mesi, determinando la sospensione di altre migliaia di processi. Ma la giustizia italiana può permettersi tutto tranne un ulteriore allungamento dei suoi tempi letargici. Secondo i dati del Consiglio d’Europa, il nostro paese è fanalino di coda nel Vecchio continente nella risoluzione delle cause civili (occorrono in media 532 giorni per una sentenza di primo grado in campo civile e commerciale, contro una media europea di 237 giorni) e penali (386 giorni per una sentenza di primo grado, contro la media europea di 133 giorni). Con scioperi e sospensione delle cause, i timidi segnali di ripresa registrati nell’ultimo biennio rischiano di essere spazzati via definitivamente.

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