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Giustizialisti chi?

E’ normale che un pm si occupi di un’inchiesta in cui è indagato? Il caso Consip e quel cortocircuito manettaro

19 Settembre 2017 alle 06:00

Giustizialisti chi?

Henry John Woodcock (Foto LaPresse)

Roma. In questa storia non c’è nulla di normale. A partire da com’è nata, per i modi con cui è stata portata avanti e infine per il pantano da cui non si riesce a venire fuori. L’inchiesta Consip è nata con una spaccatura nella procura di Napoli, è andata avanti provocando più reati di quanti ne dovesse scoprire, è deflagrata in una guerra tra procure (Napoli e Roma) e prosegue con un pm, Henry John Woodcock, e un gruppo di polizia giudiziaria, il Noe, indagati per reati commessi nell’inchiesta che continuano a portare avanti. E nessuno tra quei giustizialisti che in genere pretendono dimissioni immediate per i politici indagati ha chiesto a questi inquirenti non le dimissioni, ma quantomeno di astenersi, di fare un passo di lato in questa inchiesta.

 

L’unico che lo ha fatto è l’ormai celebre capitano Gianpaolo Scafarto. L’ufficiale del Noe accusato di rivelazione del segreto istruttorio e falso per aver manipolato le informative ai danni di Tiziano Renzi e aver inventato pedinamenti degli 007, infatti non è stato punito o messo da parte. Anzi, recentemente è stato anche promosso a maggiore. Se Scafarto non si occupa più dell’inchiesta Consip è solo perché si è autosospeso, altrimenti sarebbe rimasto a compilare informative al servizio di Woodcock. Ma la condizione di Scafarto è la stessa di Woodcock, anch’egli indagato per falso e rivelazione del segreto nella stessa inchiesta. Per un giustizialista, è normale che un pm continui a mantenere un fascicolo per la cui gestione è indagato da un’altra procura? Naturalmente per Scafarto come per Woodcock vale la presunzione d’innocenza, è possibile che fughe di notizie e manipolazioni non siano dolose ma siano il frutto di una grande incompetenza. Ma è possibile non farsi domande se un fascicolo così importante rimane in mano a questi inquirenti? Gli stessi che in ogni caso, comunque vada a finire, a causa di errori e fughe di notizie o hanno rovinato la vita a persone innocenti o hanno rovinato un’inchiesta ritenuta cruciale. 

 

Come sta emergendo dalle ricostruzioni raccolte dal Csm – in particolare quelle dell’allora procuratore facente funzioni Nunzio Fragliasso e del procuratore generale Luigi Riello – l’indagine sulla Consip presenta delle anomalie sin dalla sua genesi. La procura di Napoli era divisa. Il procuratore aggiunto Alfonso D’Avino, coordinatore della sezione dei reati contro la Pubblica amministrazione, sentito ieri dal Csm insieme al collega Giuseppe Borrelli, riteneva che la titolarità dell’inchiesta spettasse al suo ufficio e non a Woodcock che dovrebbe occuparsi di antimafia. D’Avino scrisse una nota dura contro chi si muoveva “sistematicamente al di fuori della propria competenza”. Il procuratore dell’epoca Giovanni Colangelo fece una mediazione, che però ha lasciato strascici. Un problema che si era riscontrato già nell’inchiesta gemella di qualche anno prima su Cpl Concordia, che ha portato a sovrapposizioni con altri uffici.

 

Qualcosa di analogo è accaduto poi con la procura di Roma, la stessa volontà di tenere in mano l’inchiesta. Anche a Roma ci fu un incontro per sciogliere il nodo della competenza, con il procuratore di Napoli Colangelo e i pm Woodcock e Celeste Carrano da un lato e il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e i pm Paolo Ielo e Mario Palazzi dall’altro (gli stessi che ora indagano su Woodcock e Scafarto). Il tira e molla finì con una mediazione: i reati associativi restavano a Napoli e i cosiddetti reati-fine passavano a Roma. Oltre a essere disfunzionale, perché di fatto duplica l’indagine, la mediazione ha lasciato un’ampia zona grigia che è poi stato il terreno di scontro tra le due procure. Basti pensare che Woodcock ha intercettato Tiziano Renzi, non indagato a Napoli, mentre quest’ultimo era indagato a Roma, ma non intercettato dai magistrati capitolini. Si tratta delle conversazioni penalmente irrilevanti con il figlio Matteo e il suo avvocato poi finite sul Fatto.

 

E’ anche per questo metodo d’indagine poco trasparente e per le ripetute fughe di notizie che la procura di Roma, prima ancora che le intercettazioni finiscano sui giornali, ritira con una mossa clamorosa la delega d’indagine al Noe. La procura di Napoli, su spinta di Woodcock, invece decide di confermare la delega al gruppo di carabinieri legato al capitano Ultimo con cui il pm napoletano lavora in sintonia da anni. Il problema è che Woodcock ha confermato fiducia ai carabinieri del Noe anche dopo che Scafarto è finito sotto indagine: si tratta di errori e non di falsificazioni, dice. E persino dopo che sono state pubblicate le intercettazioni di Renzi.

 

In maniera del tutto speculare, quando è Woodcock a finire sotto indagine come Scafarto per fuga di notizie e falso i suoi superiori gli lasciano la titolarità dell’inchiesta. E’ vero che il nuovo procuratore capo di Napoli Gianni Melillo si è insediato da poche settimane. Ed è anche comprensibile che per opportunità “politica” si voglia evitare di fare scelte oggetto di contestazione. Ma forse la magistratura e il Csm, che tengono tanto all’autogoverno, dovrebbero rispondere a una domanda: è normale che un pm continui a occuparsi dell’inchiesta per cui è indagato? E’ opportuno sia rispetto alle possibili vittime sia per il bene e la credibilità dell’inchiesta?

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    19 Settembre 2017 - 14:02

    Woodcock sono anni che ne combina di tutti i colori .Quali protezioni gode nell'Anm organo super costituzionale che sovraintende alla gestione di magistrat i in Italia ? luigi de santis

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    19 Settembre 2017 - 13:01

    Al direttore .Le considerazioni di Luciano Capone sono impeccabili. Il baco nativo è nel come sono nati e si sono strutturati i vari poteri nell'ambito generale del sistema giudiziario e in specifico nelle Procure. Ogni procura è un cosmo a se stante in cui allignano lotte intestine per motivi di carriera e prestigio e visibilità. Questo sfocia nella possibilità, i magistrati sono uomini, non semidei, che le indagini siano impostate ben oltre la loro valenza effettiva e l’ambito proprio. Quando le indagini riguardano il mondo della politica, il baco diventa il supporto mediatico/politico delle varie parti. Quando sfugge di mano non resta che l’italico, collaudato, “facite ammuina”. Rivedere il baco nativo? Per farlo in concreto occorrerebbe riscrivere la Costituzione. Lo dimostra la domanda retorica finale di Luciano Capone.

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