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Il metodo Woodcock

Intercettazioni a strascico. Detenzioni spericolate. Carriere distrutte. Il caso Consip è solo la fine di un lungo viaggio. Sono almeno trecento le persone finite nel tritacarne mediatico sollevato dalle inchieste del pm più famoso d’Italia. Cosa succede quando la giustizia diventa un teorema

18 Settembre 2017 alle 17:29

Il metodo Woodcock

Foto LaPresse/Bianchi-LoDebole

Stavolta è lui a essere sotto accusa: il pubblico ministero più famoso d’Italia, Henry John Woodcock. Le rivelazioni inquietanti fatte dalla procuratrice di Modena Lucia Musti di fronte al Consiglio superiore della magistratura sulle pressioni, manipolazioni e fughe di notizie emerse attorno alle inchieste Cpl Concordia e Consip hanno anticipato solo di poche ore l’iscrizione nel registro degli indagati del pm anglo-napoletano per falso da parte della procura di Roma. E’ la seconda sberla ricevuta da Woodcock in sede penale per la vicenda Consip, dopo quella del giugno scorso, quando venne indagato per rivelazione di segreto d’ufficio sempre dai suoi colleghi romani. A queste contro-inchieste vanno aggiunti il procedimento aperto dal Csm nei suoi confronti per incompatibilità ambientale e quello disciplinare avviato dalla procura generale della Cassazione.

  

I nodi di un intero metodo di investigazione sembrano, insomma, essere venuti improvvisamente al pettine, per essere indagati a loro volta. Un metodo che nel corso degli ultimi anni è costato giorni, mesi, anni di libertà, intere carriere professionali, stabilità economiche e familiari, sputtanamento pubblico e mediatico a decine di persone, celebri e no, coinvolte nelle inchieste avviate da Woodcock prima di essere del tutto scagionate.

I nodi di un intero metodo di investigazione sembrano essere venuti all'improvviso al pettine, per essere indagati a loro volta

    
Facendo un conto, sono almeno trecento le persone finite nel tritacarne mediatico-giudiziario sistematicamente sollevato dalle inchieste del pm anglo-napoletano, il più delle volte fondate su indagini confusionarie e non di sua competenza, intercettazioni a strascico (spesso finite per essere pubblicate sui giornali, anche se prive di qualsiasi rilevanza penale), detenzioni ingiuste. Eccone una rassegna.

Il primo a finire nel vortice delle inchieste di Woodcock è Rocco Loreto, per tre volte sindaco di Castellaneta (la città di Rodolfo Valentino in provincia di Taranto) e per tre volte senatore nelle fila del Pci-Pds-Ds. Il 4 giugno 2001, Woodcock – allora sostituto procuratore a Potenza – chiede e ottiene l’arresto di Loreto, senza neanche interrogarlo prima, con l’accusa di calunnia ai danni di un altro magistrato, il pubblico ministero di Taranto Matteo Di Giorgio, e di violenza privata nei riguardi di un imprenditore. La colpa di Loreto è quella di aver presentato un memoriale al ministero della Giustizia e in seguito al Consiglio superiore della magistratura e alla procura generale della Corte di cassazione in cui si criticava proprio l’operato del pm Di Giorgio (anch’egli di Castellaneta), sostenendo che questi avesse esercitato le sue funzioni in maniera opaca e al servizio di interessi privati. Il tempo, molti anni dopo, darà ragione a Loreto: dopo essere stato condannato in primo e secondo grado, lo scorso 8 agosto Di Giorgio è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione a otto anni di reclusione per corruzione e concussione, con l’accusa di aver abusato della toga per interferire nella vita politica di Castellaneta minacciando imprenditori e politici.

  

La verità, però, è arrivata tardi. La vicenda esplosa nel 2001 è costata a Loreto 15 giorni di custodia cautelare (quattro in carcere e undici ai domiciliari) e ha determinato la fine della sua carriera politica. L’arresto avvenne “casualmente” il primo giorno utile dopo l’insediamento delle nuove Camere, quando Loreto non era più senatore e non godeva più dell’immunità parlamentare. Sempre “casualmente”, la scena dell’arresto, alle 7 del mattino, con Loreto stretto fra sette carabinieri, venne ripresa da un fotografo appostato sulla terrazza della palazzina di fronte a casa sua. “Sono stato sbattuto in cella con un ergastolano e due condannati per omicidio e spaccio di droga. Ho trascorso quattro giorni e quattro notti facendo lo sciopero della fame e della sete. Poi, 11 giorni ai domiciliari”, ha raccontato Loreto alcune settimane fa al Corriere della Sera. Inevitabile parlare anche di lui, Henry John Woodcock: “Lo ricordo durante l’interrogatorio di garanzia, l’unico, che mi ha fatto in carcere e poi durante la sua requisitoria a conclusione di ben 20 udienze preliminari. Nei miei confronti lo sentivo accanito, quasi violento, era arciconvinto della mia colpevolezza”. Le scuse del pm non sono mai arrivate (“Nemmeno una parola”) e intanto la vita politica di Loreto è finita (“Un’esecuzione, un killer non avrebbe saputo far meglio”).

  

Il primo a finire nel vortice delle inchieste del pm anglo-napoletano è Rocco Loreto, per tre volte senatore del Pci-Pds-Ds

Un anno dopo, nel maggio 2002, Woodcock balza agli onori della cronaca per l’inchiesta sulla cosiddetta “Tangentopoli lucana”. L’inchiesta si compone di due filoni: il primo, sulle tangenti che alcuni imprenditori avrebbero versato ad alti funzionari dell’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro (Inail) per ottenere appalti, si conclude con 20 arresti; il secondo filone, sulle mazzette pagate per l’aggiudicazione di appalti da parte di Eni-Agip relativi alla costruzione dell’oleodotto che trasporta a Taranto il petrolio estratto dai giacimenti della Val d’Agri, porta ad altri 17 arresti. Un vero e proprio terremoto politico e mediatico esplode nel momento in cui finiscono coinvolti nell’inchiesta anche politici di primo piano, come i deputati Angelo Sanza (Forza Italia) e Antonio Luongo (Ds), e il presidente del Consiglio regionale della Basilicata Vito De Filippo (Margherita). 

  

Coinvolto anche il generale dei carabinieri Stefano Orlando, già direttore del reparto operativo del Sisde e responsabile della sicurezza dei presidenti della Repubblica Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro. Orlando viene immediatamente sospeso dal servizio e poi posto agli arresti domiciliari (vi rimarrà per 17 giorni). Il suo arresto spinge Cossiga a minacciare le dimissioni da senatore a vita e Scalfaro a rilasciare pubbliche attestazioni di stima per l’ex collaboratore. Tra le persone arrestate non ci sono i deputati Sanza e Luongo, ma solo perché la Camera decide di dire no alla richiesta di arresto avanzata dalla procura di Potenza.

   

Pochi mesi dopo, nel maggio 2003, il gip di Roma, al quale era stato trasferito per competenza il filone di indagine sull’Inail, archivia tutte le accuse contro Orlando, scagionandolo completamente. “Sono profondamente amareggiato. Dopo una vita passata al servizio dello Stato una cosa del genere proprio non me la sarei aspettata”, si sfoga il generale alla fine del suo calvario. Un anno dopo, nel dicembre 2004, tocca a tutti gli esponenti politici essere prosciolti dal gup di Potenza, “per non aver commesso il fatto”. Nel 2009 viene assolto dal tribunale di Roma l’imprenditore Luigi Sparaco, tra gli arrestati del filone Inail. Ha scontato venti giorni in carcere e due mesi ai domiciliari. “Hanno bussato una mattina e in cinque minuti sono finito in manette, direzione Regina Coeli”, ha raccontato Sparaco al Foglio nel maggio scorso. “Più del carcere mi ha turbato il resto, la gogna mediatica. All’indomani tutti i giornali italiani mi hanno dipinto come un corruttore, l’imprenditore amico degli amici, uno che gonfiava i prezzi, una sanguisuga della pubblica amministrazione. Gli articoli calunniosi sono usciti pure due giorni dopo, tre giorni dopo… Io ero in cella impotente mentre la società andava a rotoli”. L’assoluzione in tribunale (divenuta definitiva non avendo la procura ricorso in appello) è giunta solo sette anni dopo l’arresto, quando ormai era troppo tardi: il gruppo, con quasi mille dipendenti e cento milioni di fatturato, è fallito. Una parte del filone relativo alle tangenti sul petrolio, infine, è giunta in dibattimento, ma degli iniziali squilli di tromba sono rimaste solo le briciole: dopo 15 anni, il 27 giugno 2017, solo quattro persone sono state condannate dal tribunale di Potenza in primo grado.

  

Settantasei persone indagate, 7.400 pagine di accuse, 1.200 intercettazioni. Ma il gip respinge tutte le richieste di arresto, facendo riferimento all’incompetenza territoriale e sottolineando che “alcuni fatti non hanno rilievo penale, per altri non vi sono gravi indizi”

Nel 2003 esplode il “Vip Gate”, l’inchiesta che conquisterà l’attenzione dei mezzi di informazione e dell’opinione pubblica, facendo risuonare in tutto il paese il nome del magistrato anglo-napoletano. L’indagine è figlia dell’inchiesta Eni-Inail che, come abbiamo visto, anni dopo si rivelerà quasi del tutto infondata, ma in pochi lo sanno. I numeri dello scandalo sono spaventosi: 76 persone indagate, di cui 47 oggetto di richiesta di custodia cautelare (carcere o domiciliari), 7.400 pagine di accuse, oltre 1.200 intercettazioni. I “vip” sono politici, funzionari pubblici, imprenditori, manager, personaggi dello spettacolo, giornalisti. Un grande calderone, un gigantesco specchietto per le allodole, in cui finiscono per essere gettati, tra gli altri: gli ex segretari generali della Cisl Sergio D’Antoni e Franco Marini, il bracco destro di Massimo D’Alema Nicola Latorre, Maurizio Gasparri, Francesco Storace, Ernesto Marzano (fratello dell’allora ministro delle attività produttive Antonio), l’ambasciatore italiano presso l’Unione europea Umberto Vattani, l’ambasciatore italiano in Egitto Antonio Badini, il ministro plenipotenziario per i Paesi del Mediterraneo Eugenio D’Auria, il vicecapo di gabinetto del ministero dell’Agricoltura Antonio Buonfiglio, l’allora manager della Renault Flavio Briatore, la giornalista Anna La Rosa, il presidente del Perugia Calcio Luciano Gaucci, l’industriale della carne Luigi Cremonini, gli imprenditori romani Roberto e Claudio Petrassi, il presidente di MeliorBanca Pierdomenico Gallo, l’assessore della Regione Lazio Giulio Gargano, l’assessore del Comune di Roma Claudio Minelli, i magistrati Luigi Caruso (Corte dei conti) e Francesco D’Ottavi (Consiglio di Stato) e persino il neodirettore artistico del Festival di Sanremo Tony Renis. Tutti accusati di far parte di una “holding del malaffare” nata per pilotare appalti pubblici, negoziare crediti con enti pubblici e Stati esteri, commerciare idrocarburi e concedere nomine, in cambio di tangenti e favori. Dopo aver speso giorni interi a leggere le centinaia di pagine del dossier, il gip respinge tutte le richieste di arresto, facendo non solo riferimento all’incompetenza territoriale (la maggior parte dei reati sarebbe stata commessa a Roma), ma anche sottolineando che “alcuni fatti non hanno rilievo penale, per altri non vi sono gravi indizi o, anche, i comportamenti tenuti dagli indagati non hanno collegamenti con la loro attività”. Dichiarata l’incompetenza territoriale del tribunale di Potenza, gli atti vengono trasmessi al competente tribunale di Roma che, ritenendo le accuse inconsistenti, archivia l’inchiesta per impossibilità di sostenere l’accusa in giudizio. Lo stesso fa anche il tribunale dei ministri nei riguardi dei membri del governo coinvolti.

   

Nel 2004 è la volta dell’inchiesta “Iene 2” sui presunti legami tra criminalità lucana e politica. Vengono arrestate 51 persone, tra cui il presidente della Camera Penale della Basilicata Piervito Bardi, vicenda che provocherà settimane di sciopero di solidarietà da parte dei penalisti lucani. La procura richiede la detenzione in carcere anche nei confronti del deputato di Forza Italia Gianfranco Blasi, accusato di associazione mafiosa per aver favorito aziende legate a un clan mafioso in cambio di sostegno elettorale, ma la richiesta di autorizzazione a procedere all’arresto viene respinta all’unanimità dalla giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera e all’unanimità anche dall’aula di Montecitorio. Indagati anche altri due deputati, Antonio Potenza (Udeur) e – di nuovo – Antonio Luongo (Ds), il presidente della Giunta regionale della Basilicata Filippo Bubbico (Ds), il presidente del Consiglio regionale lucano Vito De Filippo (di nuovo), l’assessore alle attività produttive della Regione Basilicata ed ex sindaco di Potenza Gaetano Fierro (Udeur), il sindaco di Potenza ed ex presidente della Provincia Vito Santarsiero (Margherita). Poche settimane dopo, il tribunale del Riesame annulla le richieste di custodia cautelare, inclusa l’ordinanza di arresto nei confronti di Blasi (tradotto: aveva ragione la Camera a difendersi dall’offensiva della magistratura) e per Woodcock è l’ennesimo flop.

  

Nel 2006 il “Savoia Gate”: Vittorio Emanuele è accusato di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione, alla corruzione e alla concussione, oltre che di gestire una organizzazione attiva nel gioco d’azzardo illegale. Sarà prosciolto e risarcito

Tocca poi, nel 2006, all’inchiesta “Savoia Gate”. Il pm chiede e ottiene l’arresto di Vittorio Emanuele di Savoia con le accuse di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione, alla corruzione, alla concussione, falsità ideologica, minacce e favoreggiamento, oltre all’accusa di gestire un’organizzazione attiva nel gioco d’azzardo illegale. Parte la gogna. “Slot machine, affari e sesso: il leader era lui”, titola il Corriere della Sera riferendosi a Vittorio Emanuele. Con lui vengono indagate 23 persone e finiscono in manette altre 12 persone (sei ai domiciliari), tra cui Salvatore Sottile, allora portavoce di Gianfranco Fini, il direttore dei Monopoli di Stato di Messina Francesco Tarantino, il sindaco di Campione d’Italia Roberto Salmoiraghi e gli imprenditori Rocco Migliardi e Ugo Bonazza. A causa dell’arresto del sindaco, il comune lariano viene commissariato dal prefetto di Como.

  

L’inchiesta passa ai magistrati di Como per competenza territoriale, che ascoltano le intercettazioni integrali e si rendono conto dell’inconsistenza delle accuse mosse da Woodcock, chiedendo così al gip l’archiviazione della posizione di Vittorio Emanuele e di tutti gli altri indagati dai reati di corruzione. Il gip accoglie la richiesta di archiviazione. Il 22 settembre 2010 il gup del tribunale di Roma proscioglie Vittorio Emanuele e altre cinque persone dalle altre accuse “perché il fatto non sussiste”. Lo Stato è costretto a risarcire Vittorio Emanuele con un assegno di 40 mila euro per ingiusta detenzione e Roberto Salmoiraghi con 11 mila euro (in quest’ultimo caso, dicono i magistrati, “non si può mettere in dubbio che le conseguenze dell’ingiusta detenzione siano state eccezionalmente dirompenti”). Nel febbraio 2011 viene archiviata ad Aosta anche la posizione del poliziotto Vincenzo Puliafito, fino a dicembre 2010 comandante a Courmayeur del Nucleo binazionale alla frontiera del traforo del Monte Bianco. Woodcock lo aveva accusato di aver intascato una mazzetta da mille euro per chiudere un occhio durante un controllo di frontiera, lasciando transitare l’auto del principe Vittorio Emanuele che trasportava nel bagagliaio un fucile non registrato. Dopo l’archiviazione la beffa: Puliafito presenta istanza per ottenere il rimborso delle spese legali, ricevendo il “no” motivato dell’Avvocatura dello Stato. Per i legali dello Stato, poiché l’ex poliziotto (ormai in pensione) non si occupava di controlli stradali, non può pretendere il rimborso delle spese legali. “Sono stato rovinato economicamente e umanamente dalla giustizia e da Woodcock che non volle mai ascoltarmi, ma anche da uno Stato che ripaga così chi ha passato la vita a cercare di rendere onore a una divisa. Vi rendete conto dell’assurdità?”, dichiarerà Puliafito in un’intervista a La Stampa.

  

Nel tritacarne del “Savoia Gate” è finito anche l’imprenditore Ugo Bonazza. Ha passato alcuni giorni in cella con il principe e il suo segretario, prima di finire un mese ai domiciliari. Cinque anni dopo sarà archiviato in tutti i tronconi dell’inchiesta. “Sono stati cinque anni di umiliazioni, di sofferenze, di patimenti – racconterà al Giornale – Il lavoro è crollato, la mia reputazione è finita sotto i tacchi, mia moglie, dopo aver letto di tutte queste presunte zoccole, mi ha lasciato. Un disastro. Oggi faccio fatica a vivere, ma ormai non faccio più notizia”. Sempre nel 2006, Woodcock si intesta una nuova inchiesta glamour, la più nota, “Vallettopoli”. L’indagine riguarda fotografie imbarazzanti che sarebbero state scattate per ricattare personaggi dello spettacolo, soubrette, calciatori, manager, giornalisti e politici. Sono coinvolti, tra gli altri, Elisabetta Gregoraci, Lele Mora, Salvatore Sottile (di nuovo) e Fabrizio Corona. La Gregoraci dichiara di essere stata sottoposta a forti pressioni da parte di Woodcock durante l’interrogatorio sulla presunta concussione sessuale che coinvolgeva Sottile. Il pm querela la show-girl per diffamazione, ma il gip del tribunale di Roma archivia l’inchiesta perché le frasi sulle pressioni erano da considerare diritto di critica (i legali del pm si oppongono all’archiviazione ma successivamente rimettono la querela). Le accuse di concussione sessuale nei confronti di Sottile vengono archiviate nel febbraio 2007. Buona parte dell’inchiesta nata a Potenza viene stralciata o archiviata. Una parte finisce a Milano. Il processo, più che accertare eventuali responsabilità penali, finisce per trasformarsi in strumento di moralizzazione della vita pubblica, di messa alla gogna dei vizi del dietro le quinte del mondo dello spettacolo, con soubrette indicate come consumatrici abituali di sostanze stupefacenti e donne dai facili costumi. Nel 2010 il gup di Potenza archivia le accuse nei confronti di Fabrizio Corona per associazione per delinquere finalizzata all’estorsione e allo sfruttamento della prostituzione.

  

Utilizzando intercettazioni effettuate a Corona, intanto, nasce un nuovo filone di inchiesta che va a toccare il ministro dell’Ambiente dell’epoca, Alfonso Pecoraro Scanio, indagato per associazione a delinquere e corruzione per presunti favori ottenuti da imprenditori del settore dello smaltimento rifiuti e dal titolare di un’agenzia di viaggi. L’inchiesta viene trasmessa per competenza al tribunale dei ministri di Roma, dal quale parte una richiesta di parere alla Corte costituzionale sulla possibilità di utilizzare conversazioni del ministro captate mentre si intercettano altre utenze. Il parere è negativo e l’inchiesta viene archiviata. Nel 2008 Woodcock torna a indagare sulla corruzione nel settore petrolifero, avviando un’inchiesta su presunte tangenti nella realizzazione del Centro Oli della Total nell’ambito della concessione “Tempa Rossa”, nella zona di Corleto Perticara (Potenza), e su un presunto comitato di affari per gestire tangenti sugli appalti delle estrazioni petrolifere in Basilicata. L’inchiesta porterà otto anni dopo, nel 2016, alla condanna in primo grado per gli ex vertici della Total e alcuni imprenditori e amministratori (con i termini di prescrizione, però, praticamente raggiunti). In un altro filone saranno rinviati a giudizio, nell’aprile 2017, 47 persone e 10 società. Ma nell’ennesimo calderone finisce coinvolto anche il deputato Pd Salvatore Margiotta, vicepresidente della Commissione ambiente, accusato di corruzione e turbativa d’asta da Woodcock, che ne richiede anche gli arresti domiciliari. Arresti negati dalla Camera, a ben ragione visti gli sviluppi della vicenda: il tribunale del Riesame annullerà gli arresti domiciliari ritenendo insussistenti i motivi e Margiotta sarà assolto in primo grado nel 2011, condannato in appello nel 2014 e assolto definitivamente dalla Cassazione nel 2016. Nel frattempo, però, a causa dell’inchiesta Margotta si è autosospeso dal Pd e si è dimesso da vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai.

  

La maxi-inchiesta sulla sanità lucana, prima di passare alla procura di Napoli: 50 persone tra politici, imprenditori, infermieri e medici indagati con l’accusa di aver pilotato gli appalti. L’ospedale di Potenza tappezzato di cimici. Vanno a processo, per reati minori, solo dieci imputati

Sempre nel 2008, prima di passare alla procura di Napoli, Woodcock lancia una maxi-inchiesta sulla sanità lucana, con 50 persone tra politici, imprenditori, infermieri e medici indagati con l’accusa di aver pilotato gli appalti. La vicenda giudiziaria si apre con un episodio tragicomico. Il 20 febbraio 2008 un gruppo di “operai” simili a tecnici Enel irrompe all’ospedale San Carlo di Potenza e comincia a lavorare sulle centraline elettriche sparse per il nosocomio. I macchinari ospedalieri cominciano a subire dei malfunzionamenti e così i responsabili dell’ufficio tecnico del San Carlo, insospettiti, chiamano il 113. La polizia arriva e scopre che i falsi operai stavano installando antenne e centraline per radiotrasmittenti per conto della procura: in altre parole, stavano tappezzando l’ospedale di cimici per effettuare future attività di intercettazione. La scoperta crea una sorta di crisi istituzionale, con il direttore generale dell’azienda ospedaliera che sottolinea come “l’aver creato campi magnetici e installato trasmettitori di onde in vicinanza delle sale operatorie avrebbe potuto interferire con le delicatissime apparecchiature di monitoraggio, salvavita e terapeutiche utilizzate sui pazienti durante gli interventi”, mettendo dunque “a repentaglio la sicurezza di persone e cose”. Tre anni dopo (mentre Woodcock si è già trasferito alla procura di Napoli abbandonando l’indagine) i pm chiedono il processo solo per 22 inquisiti su 50, ma il vero colpo all’inchiesta giunge il 17 giugno 2013, quando il gup del tribunale di Potenza dispone una serie di assoluzioni e non luogo a procedere, mandando a processo, per reati minori, solo dieci imputati. Delle cinquantuno contestazioni iniziali ne restano solo quindici. Cadono anche le accuse di peculato, concussione, corruzione e turbativa d’asta nei confronti di Vincenzo Basentini, allora titolare della Tecnomedical, impresa specializzata in forniture mediche, che però nel frattempo ha perso tutto. “Avevo un’azienda che fatturava 8 milioni di euro all’anno, con 50 dipendenti. Fornivo grandi impianti in tutti gli ospedali dell’Italia meridionale. Ora non c’è più. Sono stato inondato di debiti”, ha spiegato Basentini al Foglio solo pochi mesi fa. “Woodcock mi ha perseguitato senza aver fatto mai indagini concrete. Qui a Potenza non c’è imprenditore che non sia stato indagato. Venite a fare un sondaggio, non c’è più un’azienda, sono state distrutte. Quale imprenditore non è stato rovinato in Basilicata? I magistrati hanno fatto danni enormi, ci hanno fatti passare tutti per delinquenti, perché stavamo dieci giorni sui giornali”.

  

Nel 2009 Woodcock si trasferisce a Napoli ma la sostanza non cambia. Un anno dopo la procura si rende protagonista di un’inchiesta su presunte tangenti relative agli appalti di Trenitalia. I pm chiedono e ottengono l’arresto di cinque persone, tra cui due ex dirigenti di Trenitalia, iscrivono nel registro degli indagati una decina di persone e ottengono il sequestro di alcune aziende. Il gip dà loro ragione, parlando di sistema di tangenti “diffuso”. Lo scorso luglio, sette anni dopo, l’inchiesta è crollata completamente: il tribunale di Napoli ha assolto tutti e 13 gli imputati, tra cui gli ex dirigenti di Trenitalia Raffaele Arena e Fiorenzo Carassai e gli imprenditori Antonio e Giovanni De Luca, Carmine D’Elia e Luigi Allocati. A questi si aggiungono gli imputati assolti nei procedimenti con rito abbreviato, come Enzo Salvucci, anch’egli ex dirigente di Trenitalia.

  

Sempre nel 2010 esplode il caso sulla presunta “macchina del fango” messa in piedi dal Giornale. Woodcock manda venti carabinieri del Nucleo operativo ecologico (stranezza che tornerà anni dopo, nel caso Consip) a perquisire gli uffici e le abitazioni private del condirettore del Giornale, Alessandro Sallusti, e del vicedirettore Nicola Porro. I due vengono iscritti nel registro degli indagati per violenza privata ai danni di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, con l’accusa di averla minacciata per costringerla a concedere un’intervista. Le intercettazioni delle conversazioni di Porro con il portavoce della Marcegaglia, Rinaldo Arpisella, finiscono su tutti i giornali, anche se privi di qualsiasi rilevanza penale. Il processo si sposta per competenza a Milano, dove la procura archivia la posizione di Sallusti, e poi a Roma, dove è la stessa procura a chiedere l’assoluzione di Porro per insufficienza di prove. Il giudice va oltre e lo assolve con formula piena.

  

Nel giugno 2007 Woodcock mette sotto indagine un gruppo di 24 persone legate alla massoneria con l’accusa di concorso in associazione a delinquere. Il pm ipotizza l’esistenza di un “gruppo di persone, legate ed espressione di ambienti massonici deviati”, con attività su tutto il territorio nazionale e all’estero, “in particolare su affari gestiti dalla pubblica amministrazione”. Nel dicembre 2009 il gip del tribunale di Potenza archivierà il procedimento su richiesta dello stesso Woodcock, affermando che “la fumosità degli elementi che si è riusciti a selezionare ne rende pressoché certa l’inidoneità in ottica dibattimentale”. Sempre nel 2007, Woodcock indaga anche su presunte irregolarità nelle selezioni regionali di Miss Italia (si saprebbe già chi vince). Il pm intercetta Loretta Goggi e il marito Gianni Brezza e alcune conversazioni finiscono per essere pubblicate sui giornali. Gli atti vengono trasmessi per competenza alla procura di Parma, che nel 2010 archivia l’indagine parlando di fatti “penalmente non rilevanti”.

  

Nel 2010 il caso della presunta “macchina del fango” messa in piedi dal Giornale: direttore e vice direttore indagati per violenza privata, l’accusa è di aver minacciato Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, per costringerla a concedere un’intervista. L’inchiesta sulla P4

Il 2011 è l’anno dell’inchiesta sulla “P4”, cioè sulla presunta associazione a delinquere allestita da Luigi Bisignani allo scopo di gestire e manipolare informazioni segrete o coperte da segreto istruttorio, oltre che di controllare e influenzare l’assegnazione di appalti e nomine, interferendo anche nelle funzioni di organi costituzionali. Finiscono coinvolti nell’inchiesta anche il deputato e magistrato Alfonso Papa (Pdl) e il maresciallo dei Carabinieri Enrico La Monica. Anche i vertici della Guardia di Finanza vengono coinvolti nella vicenda, con il capo di Stato Maggiore Michele Adinolfi e l’alto ufficiale Vito Bardi accusati di favoreggiamento e rivelazione di segreto. Indagato, per favoreggiamento, anche Mauro Moretti, amministratore delegato del gruppo Ferrovie dello Stato. In breve tempo le ipotesi accusatorie vengono radicalmente ridimensionate dai magistrati della Cassazione e del tribunale del Riesame di Napoli, i quali sanciscono l’insussistenza degli indizi in relazione al reato di associazione per delinquere. Restano alcuni reati, soprattutto corruttivi, ma del “sistema informativo parallelo” di gelliana memoria neanche l’ombra. Riesame e Cassazione annullano l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Papa, che nel frattempo, dopo l’autorizzazione della Camera all’arresto, ha trascorso 103 giorni nel carcere di Poggioreale. Nel dicembre 2016 sarà condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi di reclusione e a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici per le accuse di induzione indebita e istigazione alla corruzione.

  

Bisignani, il presunto ideatore della “P4”, patteggia e viene condannato ad appena un anno e mezzo di reclusione. Gli altri fanno la solita fine: i magistrati del Riesame e della Cassazione smontano le accuse nei confronti del maresciallo La Monica, ritenendole in alcuni casi pure “congetture”; la posizione di Bardi viene archiviata su richiesta dello stesso Woodcock; la procura di Roma, cui era stato trasferito un filone di indagini, chiede e ottiene l’archiviazione di Adinolfi; anche Moretti viene archiviato dal gip di Napoli. Nel 2012 Woodcock, insieme al collega partenopeo Vincenzo Piscitelli, avvia un’inchiesta su un presunto giro di mazzette che Finmeccanica avrebbe elargito per chiudere importanti contratti per forniture militari in giro per il mondo. In particolare, la procura è convinta di aver individuato la tangente più grande della storia d’Italia, quella da oltre 500 milioni di euro che l’allora ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola avrebbe richiesto a Finmeccanica per la vendita (mai realizzata) di fregate Fremm al Brasile, una maxi-commessa da 5 miliardi di euro. I pm presentano l’inchiesta con spavalderia: “La madre di tutte le inchieste per corruzione internazionale”. Quasi due anni e mezzo dopo, nel gennaio 2015, è lo stesso Woodcock a chiedere e a ottenere dal gip l’archiviazione delle accuse nei confronti di Scajola e degli altri indagati (il faccendiere Valter Lavitola, l’amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Bono, l’ex direttore della holding Paolo Pozzessere, l’ex deputato Massimo Nicolucci, l’ex presidente dell’Unione industriali di Napoli Paolo Graziano). Nel frattempo, però, la commessa multimiliardaria, per la quale l’Italia era in vantaggio rispetto ai Paesi concorrenti, è andata in fumo.

   

La procura è convinta di aver individuato la tangente più grande della storia d’Italia, quella da oltre 500 milioni di euro che l’allora ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola avrebbe richiesto a Finmeccanica per la vendita (mai realizzata) di fregate Fremm al Brasile. Nel 2015 il supporto dei carabinieri del Noe

Nel 2014 è di nuovo il generale della Guardia di Finanza Vito Bardi (già indagato e archiviato nel caso “P4”) a finire coinvolto in un’altra inchiesta flop di Woodcock su un presunto giro di tangenti pagate da alcuni imprenditori per evitare verifiche fiscali, nell’ambito della quale vengono arrestati il colonnello Fabio Massimo Mendella e il commercialista napoletano Pietro Luigi De Riu. In quel momento Bardi è in corsa per diventare comandante generale della Guardia di Finanza. L’inchiesta lo travolge, spingendolo alla pensione. Due anni dopo è nuovamente Woodcock a chiedere e ottenere dal gip del tribunale di Napoli l’archiviazione della posizione di Bardi. “Ho chiesto di essere ascoltato ma nessuno mi ha mai convocato”, ha spiegato l’ex generale al Giornale dopo l’archiviazione, raccontando la gogna subita. “Ho preparato memoriali, scritto pagine e pagine da presentare agli inquirenti eppure in questo lunghissimo periodo in cui la mia vita è cambiata, non c’è stato mai il tempo di ascoltare la mia versione. Magari se mi avessero ascoltato, questo tunnel, per me, sarebbe finito prima. Immediatamente”.

  

Nel 2015 esplode il caso Cpl Concordia, sul quale Woodcock indaga da circa due anni con il supporto dei carabinieri del Noe, in particolare del colonnello Sergio De Caprio e del capitano Gianpaolo Scafarto (nomi che torneranno a risuonare in seguito, nel caso Consip). La cooperativa è accusata di aver stretto un patto con i clan dei casalesi per la metanizzazione in vari comuni del Casertano. Vengono disposte otto misure cautelari, di cui sei arresti. Una parte dei fascicoli viene inviata, per questioni di competenza territoriale, alla procura di Modena e un’altra parte alla procura di Roma. Qui succede il patatrac. Due anni prima, infatti, durante le indagini condotte da Woodcock, a causa di uno scambio di persone per circa tre mesi era stato intercettato per errore il generale Michele Adinolfi (ancora lui). Nell’ambito di queste intercettazioni viene captata anche una conversazione tra Adinolfi e il segretario del Pd Matteo Renzi, in cui quest’ultimo esprime giudizi non lusinghieri nei confronti dell’allora premier Enrico Letta (“E’ un incapace”). Gli atti con le intercettazioni irrilevanti riguardanti Renzi coperte da omissis vengono inviati per competenza a Roma, dove il procuratore Giuseppe Pignatone archivia la posizione di Adinolfi. Alla procura di Modena, invece, gli atti arrivano senza omissis e le intercettazioni, seguendo i soliti schemi, finiscono per essere pubblicate sulla prima pagina del Fatto Quotidiano il 10 luglio 2015. La procura di Napoli apre un’indagine interna per chiarire la vicenda, senza però produrre risultati. Nelle carte finisce anche un’altra conversazione che tira in ballo Giulio Napolitano, figlio di Giorgio (all’epoca presidente della Repubblica), dipinto come un uomo di grande potere, tanto da rendere il capo dello Stato ricattabile. Altro chiacchiericcio privato senza alcuna rilevanza penale. Intanto l’inchiesta finisce per travolgere anche Massimo D’Alema, anche in questo caso per fatti penalmente irrilevanti (l’acquisto da parte della Cpl Concordia di alcune migliaia di bottiglie di vino prodotto dalla sua azienda agricola e di alcune centinaia di copie del suo ultimo libro).

  

Il 13 luglio scorso, il filone romano dell’inchiesta si è concluso con il proscioglimento di tutti gli imputati. Il Gup del tribunale di Roma ha infatti emesso una sentenza di non luogo a procedere nei confronti dell’ex presidente della cooperativa Roberto Casari, dell’ufficiale dei servizi segreti italiani Paolo Costantini, dell’amministratore delegato della società White star snc e della società Cpl. A Modena il processo non è ancora iniziato, mentre a Napoli è già stata archiviata la posizione di un imprenditore, Massimiliano D’Errico, ingiustamente accusato di riciclaggio per una tangente mai esistita e ingiustamente detenuto in cella per 22 giorni su richiesta dei pm. Dopo l’archiviazione, D’Errico ha avanzato una richiesta di risarcimento di 10 milioni di euro e ha presentato una denuncia penale, su cui ora indaga la procura di Roma, contro i carabinieri del Noe (incluso Scafarto) che avevano redatto l’informativa con le informazioni false.

  

Nel 2016 è Maria Trassi, docente universitaria e direttrice del dipartimento di Sanità pubblica dell’università di Napoli Federico II, a ritrovarsi coinvolta nell’ennesima maxi-inchiesta a strascico del pm anglo-napoletano. Le indagini riguardano rapporti tra il mondo della sanità campana e la criminalità organizzata. Vengono arrestate dodici persone. Tra gli indagati anche la Triassi, ritenuta dalla procura il punto di congiunzione di una triangolazione tra un componente di una commissione di gara per l’appalto per le pulizie nell’ospedale Santobono e i vertici di un’impresa. Grazie all’uso di cimici e alla realizzazione di intercettazioni telefoniche, i pm ipotizzano che la Triassi abbia chiesto l’assunzione di un suo conoscente in cambio di un suo interessamento per l’esito del bando. Tutto falso. Al momento della requisitoria è lo stesso Woodcock a ridimensionare l’ipotesi di reato, derubricandola da corruzione e rivelazione di segreto a corruzione impropria o, tutt’al più, traffico di influenze. Al termine di un giudizio abbreviato, però, il gup di Napoli decide per l’assoluzione completa perché “il fatto non sussiste”.

  

Giungiamo alla fine del 2016, all’emergere dell’inchiesta Consip, sui presunti casi di corruzione che riguarderebbero la centrale acquisti della pubblica amministrazione. L’inchiesta si compone di due filoni principali. Nel primo l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo è accusato di aver corrotto un funzionario di Consip, Marco Gasparri, e di aver promesso denaro a Tiziano Renzi (padre dell’ex premier Matteo), indagato per traffico di influenze insieme con l’imprenditore Carlo Russo e all’ex parlamentare e consulente di Romeo, Italo Bocchino. Nel secondo filone rispondono di rivelazione di segreto d’ufficio il ministro dello Sport Luca Lotti (all’epoca dei fatti sottosegretario alla presidenza del Consiglio), il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette e il generale di brigata dell’Arma Emanuele Saltalamacchia, accusati di aver rivelato ad alcuni dirigenti Consip che c’era un’indagine in corso nei loro confronti.

In seguito alla costante fuga di notizie coperte da segreto istruttorio e alla loro pubblicazione sui giornali (in primis Fatto Quotidiano e L’Espresso), con una decisione clamorosa il 4 marzo la procura di Roma decide di revocare al Noe il mandato investigativo per l’inchiesta e di affidarlo ai carabinieri della capitale. Ciò non impedirà, però, la pubblicazione sempre sul Fatto Quotidiano alcune settimane dopo, il 6 maggio, di una conversazione intercettata a marzo dal Noe (quando questi era ancora titolare dell’indagine) tra Matteo Renzi e il padre Tiziano, sbattuta a tempo record all’interno di un libro scritto dal giornalista Marco Lillo. L’audio della telefonata, intercettata su disposizione della procura di Napoli, era stato trasmesso ai pm capitolini per competenza, ma il contenuto della conversazione, ritenuto penalmente irrilevante dai magistrati romani, non compariva in nessuna informativa. La procura di Roma aprirà un fascicolo con le ipotesi di reato di violazione del segreto d’ufficio e pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale e a fine giugno iscriverà nel registro degli indagati Henry John Woodcock e la giornalista Federica Sciarelli per rivelazione di segreti d’ufficio, con l’accusa di aver fatto arrivare al Fatto Quotidiano alcuni atti coperti da segreto istruttorio (poi puntualmente pubblicati) in occasione del passaggio di parte dell’inchiesta alla procura di Roma a fine dicembre. Poco più tardi si muoverà anche la procura di Napoli, disponendo perquisizioni nell’ufficio e nell’abitazione di Marco Lillo (non indagato) in merito alla fuga di notizie poi pubblicate sul suo libro.
E mentre andava in scena questo spettacolo farsesco, mai così rivelatore della commistione esistente tra alcuni pezzi di magistratura inquirente e polizia giudiziaria e alcuni organi di informazione, all’interno dell’inchiesta Consip si apriva un nuovo inquietante filone relativo a presunte manipolazioni commesse dal Noe durante le indagini. I pm romani indagano per falso il capitano del Noe Gianpaolo Scafarto (il cui nome, come ricorderete, era già emerso nell’ambito degli errori commessi nell’inchiesta Cpl Concordia) e per depistaggio il vicecomandante Alessandro Sessa, con l’accusa di aver falsificato l’informativa consegnata ai pm capitolini all’epoca del trasferimento delle indagini e per aver mentito ai magistrati romani durante un interrogatorio. In particolare, Scafarto viene accusato di aver accreditato, nell’informativa alla procura, la tesi (poi smentita) della presenza dei servizi segreti nel corso degli accertamenti sull’inchiesta Consip e di aver attribuito ad Alfredo Romeo e non a Italo Bocchino una frase intercettata riguardante un incontro con Tiziano Renzi. Interrogato dai pm di Roma, Scafarto rivela che era stato lo stesso Henry John Woodcock a “rappresentargli” l’opportunità di dedicare un capitolo dell’informativa al ruolo dei servizi segreti.

     

La pubblicazione sul Fatto di un colloquio intercettato dal Noe tra Matteo Renzi e il padre Tiziano. La procura di Roma aprirà un fascicolo con le ipotesi di reato di violazione del segreto d’ufficio e iscriverà nel registro degli indagati Woodcock e la giornalista Federica Sciarelli. Il capitano Scafarto indagato per falso

Si giunge così all’ennesimo colpo di scena, con l’annullamento da parte del tribunale del Riesame di Roma dell’ordinanza di arresto nei confronti di Alfredo Romeo, che però nel frattempo ha trascorso 168 giorni in custodia cautelare, di cui quattro mesi nel carcere di Regina Coeli. In precedenza era stata la Cassazione a smontare l’inchiesta, da un lato smentendo l’esistenza di un “sistema Romeo” al quale hanno fatto riferimento sin dall’inizio i pm napoletani (“Non si comprende dall’ordinanza impugnata di quali contenuti operativi consista ed in quali forme e modalità concrete s’inveri il ‘metodo’ o il ‘sistema’ di gestione dell’attività imprenditoriale da parte del Romeo”), dall’altro lato sollevando dubbi sull’uso invasivo di software spia per la realizzazione delle intercettazioni da parte dei carabinieri del Noe coordinati da Woodcock.

   

La scorsa settimana le ultime novità shock sui casi Consip e Cpl Concordia. Di fronte alla prima commissione del Csm, dove è stato aperto un procedimento nei confronti di Woodcock per incompatibilità ambientale, la procuratrice di Modena Lucia Musti ha rivelato di aver subito pressioni dal colonnello del Noe Sergio De Caprio e dal capitano Gianpaolo Scafarto al momento del trasferimento dell’inchiesta Cpl Concordia per indirizzare le indagini verso l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi (“Dottoressa, lei, se vuole, ha una bomba in mano. Lei può far esplodere la bomba. Scoppierà un casino. Arriviamo a Renzi”). I due ufficiali appaiono a Musti “spregiudicati” e come “presi da un delirio di onnipotenza”, tanto da informare la stessa pm modenese degli sviluppi di un’altra inchiesta avviata da Woodcock a Napoli, quella Consip, prefigurando l’ennesima violazione del segreto istruttorio.

  

Dall’altra parte, Woodcock viene iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Roma per falso, in concorso con l’ormai ex capitano Scafarto (nel frattempo promosso maggiore) per la vicenda dell’informativa Consip falsificata con l’indicazione (infondata) della presenza di 007. E così anche l’inchiesta Consip, avviata con grande clamore da Woodcock, sembra vacillare, con buona pace delle persone finora coinvolte.
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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    19 Settembre 2017 - 18:06

    Tutti i perseguitati e innocenti di Woodcock ,posto che come magistrato è irresponsabile ( secondo me in molti sensi ) dovrebbero unirsi e iniziare una class action contro il ministero di giustizia come ben racconta l'art 28 della costituzione interpretato correttamente e non restrittivamente come fa comodo ai magistrati .

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  • Silvius

    18 Settembre 2017 - 23:11

    E i giornali di tutta Italia che hanno dato credito per anni, contro ogni evidenza, a una mina vagante (se non peggio) cosa sono? Viole mammole? Hanno peccato di ingenuità? Non sapevano? Woodcock e le sue inchieste farlocche (se non peggio) non esisterebbero senza la complicità dei media.

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    • travis_bickle

      19 Settembre 2017 - 17:05

      E i giornali che per 20 anni e passa hanno retto il gioco ad un partito guidato da un truffatore fiscale, un concorsore mafioso esterno e un corruttore, con esponenti mafiosi assortiti qua e la, che sono? Le tre scimmiette o grandissimi paraculi?

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