Perquisizione nella sede della Consip (foto LaPresse)

Il caso Consip e la repubblica giudiziaria che nessuno vuole vedere

Claudio Cerasa

Legittimare chi imposta le proprie indagini per dimostrare un teorema più che un reato, non solo fa un torto alla giustizia, ma crea un pericolo insopportabile per la tenuta democratica del paese

Il contesto è chiaro, il meccanismo pure, la dinamica non ne parliamo e giorno dopo giorno il caso Consip si sta manifestando per quello che è: un’indagine legata a un caso di presunta corruzione trasformata dal circo mediatico-giudiziario in una bomba a orologeria da sganciare al momento giusto contro il potente di turno. Nelle ultime ore, parte della stampa italiana, tranne un giornale che vivendo di orrende polpette delle procure non può ammettere proprio ora di aver spacciato per siero di lunga vita un veleno mortale come le veline dei carabinieri del Noe e di alcuni magistrati di Napoli, è stata costretta a mettere in fila i fatti degli ultimi mesi, riconoscendo a denti stretti l’esistenza di una repubblica fondata sulle patacche.

 

Persino Repubblica, giornale che in passato non si è fatto scrupoli nel trasformare in verità assolute alcune castronerie giudiziarie, in un articolo di Carlo Bonini, sabato scorso, ha riconosciuto che l’indagine Consip, come scrive il Foglio da mesi, è la fotografia di una serie di ingranaggi malati che esistono nel nostro paese nel mondo della giustizia. Bonini descrive bene quella miscela esplosiva composta da un ufficio giudiziario spregiudicato, un giornale che si abbevera allegramente e in modo privilegiato a una fonte inquisitoria e un partito che trasforma i pizzini delle procure in demonizzanti battaglie politiche e nota che nel caso Consip, rispetto al metodo adottato da coloro che hanno guidato le indagini, alcuni dati emergono con chiarezza: “Su ciò che resta impigliato nella rete non sembra esserci nessuna selezione”. 

 

E poi: “Il criterio di rilevanza infatti ancorché penale sembra essere politico”. E ancora: “È rilevante ciò che politicamente è destinato a fare molto rumore”. La descrizione è precisa. Ma il dato che sembra sfuggire a molti è che, accanto al tentativo di capire quali sono state le dinamiche che hanno portato alla trasformazione di un’indagine giudiziaria in una caccia al cinghiale Renzi, c’è un elemento ulteriore che non si può non considerare e che ci permette di allargare la nostra inquadratura: il come è chiaro, il perché un po’ meno. Quello che vogliamo dire è che lo scandalo delle manipolazioni denunciate dalla procura di Roma non è relativo a qualcosa di straordinario, non è come un meteorite che arriva all’improvviso sulla vita pubblica del nostro paese, ma è purtroppo relativo a uno scandalo ordinario, quotidiano, tipico di un paese che ha accettato da tempo (a) di diventare la buca delle lettere delle veline delle procure e (b) di essere complice di un metodo di fronte al quale la reazione dell’opinione pubblica è ancora timida. Come sono avvenute le manipolazioni che avrebbero dovuto portare a incastrare Renzi, e la sua famiglia, lo valuteranno coloro che (dalla procura di Roma alla procura generale della Repubblica passando per il Csm e il ministro della Giustizia) hanno, grazie al cielo, trasformato l’indagine Consip in una controinchiesta sul circo mediatico-giudiziario.

   

  

Quali sono le ragioni politiche e culturali che da anni spingono un pezzo del nostro paese a triangolare con il sistema mediatico-giudiziario per eliminare a colpi di indagini e intercettazioni coloro che vengono ritenuti i nemici del popolo è invece un tema sul quale vale la pena spendere qualche parola. Come ha scritto sabato sul sito del Foglio il nostro Sergio Soave, la politica italiana è in ostaggio del giustizialismo da un quarto di secolo, un periodo più lungo di quello della dittatura fascista, “e la pervicace azione del sistema mediatico-giudiziario ha da un lato impedito il consolidamento di equilibri politici e dall’altro diffuso una diffidenza profonda nei confronti della democrazia rappresentativa, cioè dell’unica forma di democrazia possibile in un paese moderno”.

 

La ragione per cui la notizia di un carabiniere accusato di stupro viene strumentalmente utilizzata da molti come un caso utile a dimostrare che lo stato in cui viviamo è uno stato che vuole abusare delle nostre vite mentre la notizia di un carabiniere accusato di aver manipolato delle indagini per incastrare l’ex presidente del Consiglio è stata finora trattata come la notizia di una semplice mela marcia caduta per sbaglio dall’albero perfettamente in salute della giustizia italiana è la spia di un grave problema che non vogliamo vedere ma che forse sarebbe l’ora di mettere a tema. Un problema che costituisce il grande virus del nostro paese contro il quale non è stato trovato ancora un vaccino e che possiamo mettere a fuoco con tre chiavi di lettura: la politicizzazione di una parte della magistratura, la subalternità della politica all’azione delle procure, la trasformazione dei magistrati in figure utili a combattere con tutti i mezzi a disposizione l’uomo solo al comando.

 

Può sembrare forse eccessivo ma esiste una simmetria evidente e forse impossibile da ammettere tra il fenomeno di una magistratura che sceglie di scendere in campo contro la riforma costituzionale dell’uomo solo al comando e il fenomeno di un pezzo dello stato che sceglie di mettere in campo metodi spregiudicati per disarcionare un cognome (ieri Berlusconi, oggi Renzi) che viene evidentemente considerato di volta in volta e in modo del tutto arbitrario un pericolo per il paese. Da questo punto di vista, sbaglia chi pensa che in Italia esistano dei corpi dello stato che in modo strutturale e organizzato complottano contro il politico di turno. Il tema è più sottile ed è stato fotografato perfettamente sabato scorso da Massimo Bordin: se c’è un mandante, se c’è qualcuno che ha davvero spinto un carabiniere a manipolare delle indagini per arrivare all’ex presidente del Consiglio, quel mandante va identificato semplicemente con lo spirito del tempo. Il punto è proprio questo.

 

Il fatto che possano esistere magistrati e carabinieri convinti di avere, magari anche in buona fede, un ruolo simile a quello dei guardiani della rivoluzione iraniana, un ruolo simile cioè a quello di garanti supremi della stabilità di un paese, è legato al fatto che per anni nessuno si è sognato di combattere con decisione la politicizzazione della magistratura e la legittimazione di un fenomeno che oggi è sotto gli occhi di tutti: la trasformazione del circo mediatico-giudiziario non in un’opportunità utile a eliminare il nemico di turno ma in un pericolo insopportabile per la tenuta democratica del paese. La legittimazione, con tutti i mezzi possibili, della lotta contro l’uomo solo al comando, come unico e vero collante culturale del nostro paese, è una costante e una specializzazione degli ultimi decenni che ci è costata molto in termini di ricchezza, lavoro e modernizzazione.  

   

Oggi più che mai, anche grazie al caso Consip, potrebbe essere finalmente chiaro che legittimare chi imposta le proprie indagini più per dimostrare un teorema che per dimostrare un reato – e non muovere un dito contro quelle forze politiche che costruiscono il proprio consenso provando a distruggere l’avversario attraverso l’uso delle indagini – non sta solo creando le condizioni per rendere sempre più marcio l’albero della giustizia italiana ma sta creando le condizioni per far proliferare nel nostro paese quello che dovrebbe essere considerato da tutti il vero e unico pericolo per la nostra democrazia: una repubblica giudiziaria fondata sullo sfascio delle istituzioni. Forse sarebbe l’ora di mettersi tutti insieme e affrontare una volta per tutte questo mostro che da anni prova a fagocitare la politica usando solo una parola. Semplice e lineare: basta. Se non ora, quando?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.