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Il Quintana dimezzato

Prima dello stop causato dalla pandemia di Covid-19, lo scalatore colombiano era ritornato a scattare in salita. Il nuovo vecchio Nairo nel ciclismo che sarà

13 Giugno 2020 alle 06:03

Il Quintana dimezzato

Foto LaPresse

Fu lungo i tornanti dell’Alt de Coubet, nella terza tappa della Vuelta a Catalunya, sotto un cielo terso, in una giornata soleggiata e fresca di fine marzo che un ragazzino con una faccia senza età e nessuna emozione in volto fece sorridere la montagna. Perché una montagna non può che sorridere quando uno scalatore ne accarezza con potenza i fianchi. Era il 23 marzo del 2011 e quel giorno quel ragazzino che portava stampato sul petto e sulla schiena della sua maglia rossa e bianca un nome che richiamava fughe d’alta quota, Café de Colombia – il marchio della Federación Nacional de Cafeteros de Colombia che sponsorizzò le prime scorribande europee di una generazione di grandi scalatori colombiani, Lucho Herrera su tutti –, non fece nulla di nuovo. Si alzò sui pedali e scattò, allo stesso modo di tanti prima di lui. Il traguardo distava oltre centocinquanta chilometri, le possibilità di arrivare erano praticamente zero (infatti finì centoventesimo a quasi tredici minuti), ma di questi dettagli si disinteressò completamente Eusebio Unzué, il direttore sportivo del team spagnolo Movistar. Quello che aveva visto gli bastava. Si segnò il suo nome su un taccuino: Nairo Quintana. Il perché lo spiegò qualche mese dopo: “Mi parlarono di lui a luglio del 2010, in settembre vinse il Tour de l’Avenir (in pratica un Tour de France in miniatura per under 25, nda), ma fu in Catalogna che mi fu chiaro il suo talento. Nairo ha la classe dei grandi scalatori, sono sicuro che tra qualche anno metterà in fila tutti in salita”.

 

Aveva ventun’anni Quintana allora. Unzué era convinto che ci sarebbero voluti cinque o sei anni per farlo diventare un corridore capace di ambire a un grande giro. Gliene servirono molti di meno. Al Tour de France del 2013 fu secondo, nel 2014 vinse il Giro d’Italia, poi di nuovo sul podio della Grande Boucle nel 2015 (secondo) e nel 2016 (terzo) qualche mese prima di trionfare alla Vuelta.

 

“Nairo è una meraviglia. Quando la strada sale ha sempre nelle gambe la possibilità di staccare chiunque. Ora è più fiducioso, più preparato, con più esperienza. Ora è pronto per vincere il Tour”, disse Unzué a VeloNews nel 2016. Lo paragonò a un Viceré pronto per il trono, quello vero.

 

Non andò così.

 

Il regno di Quintana progressivamente si restrinse, il titolo di Viceré evaporò senza che gli venisse tolto. Lo fece sfumare lui stesso, autonomamente. Fu degradato Visconte, un Visconte dimezzato. Come se fosse stata recisa l’unità dell’uomo e dell’atleta: da una parte il ragazzo riservato e di buone maniere, dall’altra il corridore capace di far male in salita.

 

Anche Unzué smise di credere progressivamente in Nairo, tanto che la scorsa estate non si oppose al suo addio alla squadra. E senza particolari rimpianti. “Ci sono storie che non vanno a finire come uno si auspicava. E questo nonostante le premesse. Il nostro tempo assieme è finito”, si limitò a dire a El Confidencial il team manager della Movistar.

 

In Spagna erano sicuri che il tempo di Quintana fosse finito. Le prestazioni non eccelse delle ultime due stagioni – dove in ogni caso conquistò due tappe al Tour e una alla Vuelta – sembravano essere l’evidenza di un declino inarrestabile. D’altra parte sembrava passata una vita da quel 20 luglio nel quale il colombiano aveva superato per primo il traguardo di Annecy-Semnoz. Aveva appena conquistato la ventesima tappa del Tour de France, conquistato la maglia a pois di miglior scalatore, la certezza di portare a Parigi quella bianca di miglior giovane, aveva soprattutto staccato l’instaccabile Chris Froome e ottenuto il secondo gradino del podio. Oltre ovviamente alla palma di campione del futuro. Era il 2013, sono trascorsi sette anni.

 

Poi è accaduto l’imprevisto.

 

Il 14 marzo scorso, sulla strada che porta alla Colmiane – Passo Saint Martin, nel Parco nazionale del Mercantour, Alpi Marittime francesi, il tempo è parso fermarsi. I colori della Parigi-Nizza, si sono stinti improvvisamente, hanno iniziato a ondeggiare, a diventare intermittenti, prima di svanire del tutto.

 

Quando riapparvero si era tornati indietro di quasi un decennio.

 

Nairo Quintana era avanti a tutti. Zompettava sulla bicicletta al suo modo primigenio: armonico e determinato, quasi cattivo, almeno agonisticamente parlando. Anche nel suo volto, solitamente distaccato e inespressivo, comparve qualcosa di insolito: un ghigno che scopriva i canini.

 

 

“Mi serviva semplicemente di essere felice. Era quello di cui avevo bisogno: stare bene, essere contento di quello che faccio”, disse a Eurosport quel giorno, al termine dell’ultima gara europea prima del blocco a causa della pandemia di Covid-19. Quel giorno le due metà di Quintana tornarono a combaciare perfettamente. “Voglio tornare a divertire, a scattare in salita”. Come a dire che il tempo nel quale si sorrideva di lui e si era certi del “anche oggi Quintana scatta domani”, era finito. D’altra parte nel ciclismo è a trent’anni l’età della maturità, quella giusta per vincere. O almeno così lo si è creduto per decadi e decadi.

 

C’ha pensato la pandemia a provare a dimezzare di nuovo il Visconte. La speranza è che non ci sia riuscita.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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