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Girodiruota – GiroDiVino

L'estasi alcolica di Patrick Sercu

La sesta tappa del Giro d'Italia 2020 doveva arrivare a Villafranca tirrena. Poco prima, a Milazzo, la Brooklyn di De Vlaeminck e del fenomeno delle Sei giorni, scoprì che al sole si pedala meglio e che il vino siciliano vale la pena berlo

14 Maggio 2020 alle 18:37

L'estasi alcolica di Patrick Sercu

La sesta tappa del Giro d'Italia 2020 doveva partire da Catania e arrivare a Villafranca Tirrena. La sesta tappa di GiroDiVino (qui trovate tutte le altre puntate) è da leggere bevendo una bottiglia di Fior di Luna delle Cantine Mimmo Paone, Torregrotta (ME).

  


 

Quell’anno il freddo s’era fatto sentire più del normale lassù nelle Fiandre. E così, già che dovevano scendere in Italia per le corse di inizio stagione, avevano deciso che stare qualche giorno a pedalare a una temperatura decente non avrebbe fatto che bene a gambe e morale. Il direttore sportivo della Brooklyn, Firmin Verhelst, aveva passato in rassegna un po’ di ipotesi: Liguria, l’Agro pontino, il Gargano. Tutti bei posti, ma per una cosa o per l’altra li aveva scartati. Stava per decidersi per la Costa Azzurra, quando, parlando con uno dei meccanici della squadra che aveva una zia che faceva l’albergatrice, decise per la Sicilia. 

 

Quando i primi tre corridori sbarcarono nell’isola, l’indomani della Milano-Sanremo, il 19 marzo 1974, lo scirocco aveva da poco smesso di soffiare e il cielo era di un azzurro talmente limpido che a loro parve un sogno. L’inverno rigido del Belgio s’era trasformato in una primavera piena di meraviglia. A Milazzo, nell’albergetto della signora Maria, tutto era pronto. Tre camere vista mare che erano un po’ spartane, ma di peggio ne avevano viste sia al Giro che al Tour. Avevano davanti a loro una settimana di allenamenti su e giù tra monti Nebrodi e Peloritani, roba tosta, diceva Firmin, ma sempre meglio di farsi il mazzo tra pioggia e neve, pensavano gli altri. 

 

Patrick Sercu era tra tutti il più felice, che a lui il freddo era mai piaciuto, nonostante al freddo ci fosse ahilui nato, e più la temperatura saliva più le sue gambe giravano bene. E in quei giorni di mare, strada e sole, si muovevano talmente fluide che le strade siciliane gli sembrarono lisce e attraenti come le listarelle di legno di un velodromo.

  

Il 23 marzo, mentre alcuni suoi compagni erano andati al di là dello Stretto per correre il Giro della Provincia di Reggio Calabria (che vinse Francesco Moser), Verhelst decise che Patrick e compagnia dovessero fare più o meno lo stesso sforzo. E così sveglia presto e poi in strada per duecento chilometri di buona lena. E per il primo che sarebbe arrivato all’albergo c’era un premio. Passarono Punta Faro e Messina, a Taormina girarono verso l’interno. Alle pendici della Portella Mandrazzi erano tutti assieme. Poi Sercu decise di accelerare il ritmo, proprio lui che in salita aveva sempre fatto una fatica cane. Quando si girò alle sue spalle non c’era più nessuno, nemmeno Johan De Muynck, che tutti erano convinti fosse nato per vincere i grandi giri. Sercu scollinò tutto solo e già che c'era si buttò verso il mare come una saetta. 

  

Fuori dall’albergo trovò la signora Maria che stava scopando il vialetto d’entrata. Quando lo vide gli iniziò a parlare con tale entusiasmo che, anche se non capì una parola di quello che stava dicendo - tanto stretto era il dialetto di lei e tanto poco sapeva l’italiano lui - la seguì senza indugio. C’era un vaso da spostare. Lo fece in un attimo.

 

Quando fece per salire in camera, la signora Maria si mise di traverso, che ogni lavoro merita una ricompensa. E così lo fece sedere in veranda e gli allungò una bottiglia del vino che faceva il marito in campagna. Sercu, che di birra era un intenditore, ma del vino mica tanto, provò a rifiutare, ma un po’ a causa del divario linguistico, un po’ per educazione, alla fine si sedette. Un mezzo bicchiere solo, fece cenno, convinto com’era che i suoi compagni sarebbero arrivati da un minuto all’altro. 

 

I minuti si fecero decine e le decine mezze ore. Quando i ragazzi tornarono, un’ora e mezza dopo, il tempo di un caffè sul lungomare e di una sbirciatina alle bellezze del posto, lo trovarono ancora seduto intento ad ascoltare il fiume di parole della signora e del marito, che nel frattempo si era aggiunto, con stampato in volto un sorriso beato. Due bottiglie giacevano inermi sul tavolo. Lo dovettero prendere di peso dalla sedia e portarlo a letto.

 

La sbornia non ebbe fortunatamente conseguenze. Due giorni dopo al Giro di Sicilia, quell’anno disputato in linea, arrivò secondo, battuto soltanto dal suo capitano Roger De Vlaeminck.

 


 

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Un Giro DiVino

Ventuno storie di vino e biciclette per ventuno tappe che dovevano esserci ma non ci saranno. Ventun bottiglie da gustare per sopportare la mancanza della corsa rosa

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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