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Musica in Giro

Ackermann emerge dall'Oceano del Giro di Terracina

Secondo successo per il tedesco della Bora. Roglic ancora in rosa, mentre Dumoulin abbandona. La colonna sonora di oggi è Oceano di Fabrizio De André

15 Maggio 2019 alle 18:39

Ackermann emerge dall'Oceano del Giro di Terracina

Terracina. Al di là dell'asfalto che segna il percorso della quinta tappa del Giro d'Italia, la Frascati-Terracina, 140 chilometri, poco si riesce a scorgere nel grigio che avvolge i monti che guardano Roma dall'alto, che scende il piano e accompagna immobile il vagare dei corridori verso il mare. Tutto scompare in una pioggia che sembra non poter finire, che lava i colli e si accumula sui piani, rendendoli oceano. I girini, e mai termine è stato più azzeccato, li percorrono piano e attenti a non assaggiare la cattiveria dell’asfalto mentre gli spettatori li guardano sfilare incuranti del maltempo.

 


Foto LaPresse


 

Enrico Barbin, Umberto Orsini (Bardiani Csf), Miguel Florez (Androni Sidermec), Ivan Santaromita (Nippo Fantini) e Louis Vervaeke (Team Sunweb) decidono presto che è più sicuro far vita d’avanguardia che di gruppo. Nel diluvio s’infuturano verso un destino già scritto, un destino bagnato e da evasi che ben presto verranno acciuffati.

 

  

 

In cinque si corre bene, da soli meglio. E così Vervaeke in cima alla salita che porta a Sezze allunga per i punti del Gran premio della montagna, si guarda attorno e, già che c’era, che nessuno gli era rimasto a ruota, decide di continuare da solo. Lo fa un po’ per se, un po’ per il capitano che aveva a Bologna, ma che a un chilometro dopo la partenza non aveva più. Tom Dumoulin ha deciso poco dopo la partenza che questa corsa non s’aveva da continuare. Troppo dolore al ginocchio, troppo rischioso anche per soffrire.

 


Il momento del ritiro di Tom Dumoulin (foto LaPresse)


 

E così il belga si trova avanti a tutti, scruta le nubi che sembrano essere sceso a terra, alza il mignolo forse per sentire il vento, forse chissà, solo per sfiorare “il cielo col tuo dito più corto”. Osserva il giorno che non lo è mai diventato, immagina un finale vincente, sapendo benissimo che non sarà mai così: “La notte non ha bisogno / La notte fa benissimo a meno del tuo concerto / Ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse un tentativo”.

 

Non si offende Varvaeke, non almeno delle parole di Fabrizio De Andrè. A 23 chilometri dalla linea d’arrivo il belga capisce che tutta la pioggia presa, tutta la fatica non ha più senso mentre il gruppo sopraggiungeva “con le mani in tasca / Ed un oceano verde dietro le spalle / Disse: ‘Vorrei sapere, quanto è grande il verde / Come è bello il mare, quanto dura una stanza”.

 

 

Il gruppo lo fagocita, poi scappa via. Le bici sfrecciano tra le pozzanghere di Terracina, le squadre si schierano come un plotone di esecuzione, preparano il momento dell’esplosione. Il colpo buono è quello, ancora, di Pascal Ackermann che acchiappa Fernando Gaviria a un palmo dal traguardo. Lo supera a braccia alzate, poi si ferma, aspetta i gregari, si scalda coi loro abbracci. “Ma se ci tieni tanto puoi baciarmi ogni volta che vuoi”.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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