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Philippe Gilbert è il rapporto di minoranza del pavé della Parigi-Roubaix

Van Aert ha provato a superare i suoi limiti pur di combattere il fato. Gilbert invece si è limitato a fare il vuoto con il tedesco Politt e batterlo allo sprint per dimostrare di aver terminato la sua mutazione

14 Aprile 2019 alle 19:26

È da una nuvola ocra che spuntano quattro arcate dentali. Probabilmente sono due ghigni di fatica e determinazione, forse due sorrisi. Denti bianchi e infiniti quelli di Nils Politt così come bianco e infinito è lui: un gigante tedesco di un metro e novantadue abbarbicato su di una bicicletta, avvinghiato al suo manubrio alla ricerca di una stabilità che non esiste a queste latitudini, in questo mare di pietre e polvere. Denti più piccoli e ingialliti un po' dai chilometri quelli di Philippe Gilbert, che dietro agli occhiali guarda la ruota nervosa del giovanotto che gli sta davanti, mentre lascia fare alla bicicletta quello che vuole, correggendone soltanto gli impeti più ribelli.

  

Quando la polvere si dirada e l'asfalto risparmia ulteriori pene ai polsi e alle schiene dei corridori, i due ghigni si guardano. Osservano le loro facce livellate dal pulviscolo che ha coperto le rughe e i difetti del belga, ha ammorbidito gli spigoli del tedesco. E livellata è anche la loro pedalata, meno precisa di qualche chilometro prima, ma molto più efficace. Quando si guardano dietro i ghigni diventano sorrisi: un vuoto riempito solo dalle macchine dell'organizzazione, nessuna anima in bicicletta. Avanti, pedalare, a chi vincerà la Parigi-Roubaix ci penseranno a tempo debito.

 

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Quando la polvere si dirada i due sanno benissimo chi hanno al fianco. Il belga sa che Politt è un treno da alta velocità: uno che non ha mai vinto, ma che sul passo va che è una meraviglia e che in volata ha un buon spunto e gran scatto. Il tedesco sa che Gilbert è un vecchio diavolo, uno che è talmente abituato a vincere che a un certo punto della carriera ha deciso che conquistare quello che si ha già conquistato diverse volte, cioè tutte le classiche delle Ardenne, era molto meno interessante che provare a reinventarsi sulle pietre di Fiandra e del nord della Francia. Non si fidano, ma si alleano. Non possono fare altrimenti. Sono soli e l'idea di avere di nuovo compagnia non li sfiora minimamente.

 

Peter Sagan è lontano, ciondola ancora nella polvere. Sep Vanmarcke si adira contro un pedale. Yves Lampaert osserva le pene altrui con dentro la gioia per la buona posizione del capitano e la certezza che se non ci fossero stati ordini di scuderia davanti ci sarebbe stato anche lui. Intanto la maschera di Wout Van Aert è rigata da due linee scure, che forse non sono lacrime, solo una forte commozione. Con quei cinque c'aveva pedalato a lungo, li aveva persi chilometri prima, lontano dalle pietre, su quel dannato asfalto che aveva cercato di evitare il più possibile negli inverni a correre tra il fango e la sabbia del ciclocross. Li aveva persi sfinito dal tentativo di scappare dal fato che era dalla mattina che gli era avverso. Si era materializzato prima in un chiodo, poi in una sbandata di Sagan che l'aveva spinto sul muschio, in un'altro palmer bucato, infine in un eccesso di foga, una scivolata sull'asfalto di una curva qualsiasi. Van Aert si era trovato disperso nelle retrovie del gruppo. Si era messo pancia a terra a recuperare il terreno perso e una volta ripreso il gruppo dei buoni, aveva tirato il fiato qualche chilometro ed era ripartito. Ma sono solo immagini che gli appaiono negli occhi mentre davanti a sé vede il vuoto di un distacco che si dilata sempre più.

 

Sono solo due infatti i ghigni che si avventurano per primi tra le paraboliche della pista di Roubaix. Quello di Politt entra per primo, si tira e si stira lungo i cinquecento metri finali, diventa uno sbuffo, mentre quello di Gilbert un urlo che invade l'aria di Roubaix, che la scuote e percuote, che arriva sino a Sanremo, perché è ormai soltanto a Sanremo che quest'urlo non è stato sentito, unica Classica Monumento che non è entrata nel pedigree del vallone. A trentasette anni vorrebbe avere il tempo di tentare di colmare in Riviera la sua peregrinazione per podi. Il tempo che avrà Politt, forse, "però che giramento di scatole", perché si può avere anche il futuro davanti ma quando ci si dimentica che "Philippe è sempre stato uno furbo" e ci si ritrova "a essere uccellato", un po' ci si dimentica che un secondo posto "è buono, ma il primo è meglio". 

  

Politt e Gilbert sono il frutto migliore del miglior rapporto di minoranza del pavé della Roubaix. Perché almeno per una volta i corridori hanno deciso di omaggiare lingue di pavé che sino a oggi hanno avuto un certo rispetto per le fatiche dei corridori, che non era state piazzate in mezzo alla campagna francese con l'unico scopo di far dannare chi le voleva superare su di una bicicletta. Orchies, Auchy à Bersée e Gruson si sono prese la scena lasciando il ruolo di comparsa a settori ben più conosciuti, ben più affascinanti. È da Orcbies che vengono fuori Philippe Gilbert, Nils Politt e Rudy Selig. È da Auchy à Bersée che alle loro spalle si forma il gruppetto giusto, quello che sembra essere pronto a fagocitare tutti gli altri: ci sono Peter Sagan, Sep Vanmarcke, Yves Lampaert, Wout Van Aert con Christophe Laporte e Marc Sarreau. È dopo Gruson che Politt ha visto solo Gilbert alla sua ruota, ha capito che Roubaix era vicina, la sua musica stava per finire.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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