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La Milano-Torino è un biciscontro in salita e un cin-cin di Pinot

Lopez si gira nel momento sbagliato e tampona Gaudu. Il francese non si impietosisce e vince la classica più antica d'Italia. Cattaneo è quarto

10 Ottobre 2018 alle 19:38

La Milano-Torino è un biciscontro in salita e un cin-cin di Pinot

Foto LaPresse

Sopra Superga le nuvole, sulla strada che porta al Santuario le biciclette. Davanti a tutti un gioco di attimi, di sguardi, di imprevedibilità che non lo sono, ma che lo diventano. Occhi che si girano al momento sbagliato, altri che invece inquadrano il momento giusto, quello buono per salutare il salutabile, per escludere l'eventualità di una beffa, per concentrarsi solo ed esclusivamente su quello che c'è davanti. E quello che c'è davanti è uno striscione che esiste dal 1876, quello della Milano–Torino, anche se in questo secolo abbondante è apparso e sparito, si è perso e ritrovato.

 

Gli occhi buoni sono quelli di Thibaut Pinot, quelli impuntuali sono di Miguel Angel Lopez, colombiano da ascese e da scatti, ma frenato da una forma acuta di quintanismo, ossia l'incapacità di avere una fiducia totale delle proprie capacità, la necessità di dover vedere per credere. Lopez è anima ascensionale, ma ha i piedi fin troppo legati a terra. Lopez sa trattare le montagne come rampe di lancio, ma soffre dell'incapacità di volare davvero, deve osservare come si comportano gli altri, valutarne la forza. Lopez sembra giocare con le salite, ma si volta nel momento sbagliato, a mille e trecento metri dall'arrivo, nel momento esatto nel quale il francese David Gaudu finisce le energie, si sposta di lato esausto, si fa tamponare dal sudamericano. Vanno a terra entrambi. Lasciano lo spazio per l'assolo di Pinot. E il borgognese accetta di buon grado la libertà concessagli, si gode l'ultimo chilometro in solitaria, assapora la bellezza della solitudine, la dimensione ideale dei vincitori. Pinot si volta solo a poche decine di metri dallo striscione d'arrivo, alza le mani, dimentica poche centinaia di chilometri più a sud della giornataccia valdostana che gli è costata il podio al Giro d'Italia. Dimostra a se stesso di essere quello che non aveva mai dimostrato di essere, ossia vincente anche nelle gare di un giorno. Culla nella testa quel desiderio prealpino e lacustre che sembrava sogno impossibile, ma che forse non lo è: il Giro di Lombardia.

 

Anche Lopez sogna Como, il Ghisallo e muro di Sormano. Anche Lopez culla quel desiderio che odora di foglie morte, sa che ha il tempo dalla sua, ma ha meno motivi per sorridere del francese. Perché sa benissimo che quei dieci secondi di distacco potevano essere meno, potevano forse non esserci. Ha la faccia scura al traguardo, il capo abbassato, la rabbia per quello che è stato, poca voglia di parlare. Ha soprattutto la consapevolezza di aver gettato via un bella occasione, ancora una, per realizzare quello che quest'anno ha spesso sfiorato, la vittoria. Un solo successo per lui, ma alla Vuelta a Burgos.

 

 

A vedere le facce verrebbe da dire meglio quarto che secondo. Perché quando dietro alla schiena iridata di Valverde appare Mattia Cattaneo si vede un sorriso splendere tra una smorfia di fatica e l'altra. E ha da sorridere il lombardo, perché ancora una volta ha dimostrato che questo genere di corse sono alla sua portata, che magari gli manca quel qualcosa per vincerle, ma tant'è, lui c'è, e c'è sempre, e che magari un giorno il tempo buono lo può trovare anche lui. Cattaneo non è un fenomeno, ma uno di quelli che sanno non mollare, che si impegnano allo spasimo, che menano oltre il limite delle loro forze. Che sono la cosa più bella del ciclismo, la sua essenza più profonda.

 

E ha da sorridere pure David Gaudu, sicuramente non per la caduta, ma per la facilità che ha nel muovere i pedali quando la strada sale. Ha forza e tempra il francesino. Ha il fascino di un nome d'oltralpe e l'intelligenza per capire che per vincere prima bisogna imparare a farlo, che si può essere predestinati quanto lo si vuole, e lui dicono che lo sia, ma per diventare grandi corridori bisogna saper soffrire per altri. Gaudu fa quello che gli viene chiesto anche se sembra poter far di più.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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