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Per un pugno Moscon perse la cappa

Il corridore della Sky è stato cacciato dal Tour de France per un'“aggressione particolarmente grave”. Decisione giusta, Moscon ha sbagliato. Ma la sua colpa è soprattutto un problema di (poca) furbizia

23 Luglio 2018 alle 18:59

Per un pugno Moscon perse la cappa

Foto LaPresse

"Per un punto Martin perse la cappa" c'è scritto sull'asso di coppe nelle carte da gioco trevisane. E' un detto che viene dal latino "uno pro puncto caruit Martinus Asello" e vuol dire in poche parole che un errore in una questione di apparente scarsa importanza può comportare talvolta conseguenze disastrose. Ieri l'asso di coppe è stato calato al Tour de France, ma sulla carta c'era scritto "per un pugno Moscon perse la cappa".

 

Pochi chilometri dal via di Millau, dal gruppo cercano già di evadere alcuni corridori, la velocità è alta e la confusione, come a ogni avvio di una tappa della Grande Boucle, pure. La telecamera dalla motocicletta che apre la via ai corridori inquadra Adam Yates che prova la fuga sulla sinistra della carreggiata con altri tre uomini alla sua ruota e un'altra mezza dozzina di ciclisti che si allarga sulla destra. In mezzo c'è un uomo con la maglia bianca della Sky che si gira e allunga il braccio verso un altro corridore della Fortuneo. Quell'uomo è Gianni Moscon, quell'altro Elie Gesbert, quel braccio che si allunga la giuria l'ha considerato un pugno e per questo, per questa “aggressione particolarmente grave”, lo ha espulso dal Tour de France 2018.

 

  

La Sky ha accettato la decisione, ha fatto sapere che "Gianni è disperatamente deluso e conscio di ciò che ha fatto", e che affronterà "la questione con Moscon una volta che il Tour sarà finito per decidere se prendere eventuali, ulteriori provvedimenti". Provvedimenti che potrebbero portare anche al licenziamento del corridore visto che non è la prima volta che si ritrova al centro di comportamenti edificanti. Nell'ordine: le frasi razziste nei confronti del francese della FDJ, Kevin Reza; aver provocato la caduta di Sébastien Reichenbach alla Tre Valli Varesine del 2017, o questa almeno era l'accusa dei francesi della FDJ, la squadra dello svizzero, poi giudicate infondate dall'Uci che lo ha assolto; l'essersi fatto trainare dall'ammiraglia azzurra negli ultimi Mondiali di ciclismo di Bergen.

 

Gianni Moscon si è scusato con un video, dice di aver sbagliato, ha fatto ammenda.

 

 

Forse non poteva far altro. Forse gli hanno imposto di chiedere scusa. Forse invece lo ha deciso lui, si è accorto che ha avuto una reazione eccessiva e che così non si fa.

 

Il pugno di Gianni Moscon al Tour de France

Perché la reazione c'è stata, è evidente. Non ci si gira così, con il braccio teso. Anche se il pugno non c'è stato, non è arrivato a destinazione, oppure non era un pugno ma soltanto un modo per mandare a quel paese un avversario, è difficile dimostrare che non ci fosse volontarietà. E in questi casi il regolamento è chiaro, si mette a rischio l'incolumità di un atleta e si va a casa.

 

E a casa è giusto che ci sia andato Gianni Moscon, ma non per quanto è successo, bensì perché un atleta deve dimostrare anche un po' di furbizia, di saperci fare in gruppo. Il ciclismo non è un ritrovo di stinchi di santi, quando centinaia di biciclette corrono a distanza ravvicinata è normale che si incorra in situazioni al limite del regolamento.

 

Raccontò anni fa Urs Freuler, velocista svizzero tra gli anni Ottanta e i Novanta, che quando correva molte volte è ricorso ai gomiti e alle mani, che spesso quando si trovava fianco a fianco con Džamolidin Abdužaparov, sprinter uzbeko dai modi discutibili, ha oltrepassato le buone maniere. Le scorrettezze ci sono sempre state, bisogna però saperle fare.

 

Come bisogna avere il buon senso di non cadere in fallo se si viene provocati. Gianni Moscon ha ventiquattro anni, una passione sincera per la bicicletta, un talento incredibile, la capacità di andare forte su (quasi) ogni terreno. Ma anche un grosso limite: farsi cogliere in fallo quando sbaglia, non capire che se qualcuno provoca la cosa peggiore è fare il gradasso. Dovrebbe applicare la filosofia di un grande campione degli albori di questo sport, Giovanni Gerbi, il Diavolo Rosso: "Il ciclismo non è uno sport per verginelle, bisogna avere il fegato di fare le cose brutte. Bisogna però avere la furbizia di farle quando vanno fatte, anche a costo di aspettare la fine della corsa". E magari cercare di tenere le mani sul manubrio.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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